giovedì 1 aprile 2021

LA PASQUA IN ABRUZZO

PASQUA

La Pasqua, che deriva dal latino ‘pascha’ e dall’ebraico ‘pesah’, è una delle più importanti festività della liturgia cristiana perché celebra la passione, la morte e la resurrezione del suo Messia Gesù Cristo che, sacrificando la propria vita, ha lasciato un grande messaggio di amore, di fraternità e di solidarietà.

LE CELEBRAZIONI


La processione del Venerdì Santo è l'evento principale della Pasqua all'Aquila e ricorda la passione e la morte di Gesù. Alle 19 il corteo, che segue la statua del Cristo morto, esce dalla Basilica di San Bernardino, sulle note del Miserere e si snoda per le vie del centro storico per rientrare, dopo un'ora, in Basilica dove viene celebrata la funzione. I pesanti simboli della passione di Gesù, che accompagnano la statua del cristo morto, sono stati realizzati dal pittore e scultore aquilano Remo Brindisi.



Una delle celebrazioni più suggestive d’Abruzzo si svolge a Chieti il giorno del Venerdì Santo: la Processione del Cristo Morto. Di origini medievali, la manifestazione è curata nel suo allestimento solenne dall'antica Arciconfraternita del Sacro Monte; i partecipanti vestiti a lutto procedono seguendo il ritmo scandito dalla “troccola”, uno strumento di legno che, durante la Settimana Santa, sostituisce le campane. Viene poi cantato il “Miserere”.

Ma rappresentazione più antica, più bella e più celebre a cui si può assistere nella nostra regione è “La Madonna che scappa in piazza” che si tiene nella mattinata di Pasqua a Sulmona e si svolge nello scenografico "teatro" di Piazza Maggiore gremita di folla. Intorno a mezzogiorno, ad un segnale convenuto, la Madonna, che non crede alla notizia della Resurrezione del Figlio, inizia a correre sempre più veloce fuori dalla chiesa, perde il manto nero e mostra la preziosa veste verde ricamata in oro.

Nella sua mano compare, quasi per incanto, una rosa rossa: scoppi di mortaretti, dodici colombe bianche compaiono e volteggiano nel cielo, le campane suonano a festa. L'incontro della Madonna e l’abbraccio con Gesù risorto è il momento più toccante che segue un antichissimo rituale.


Le celebrazioni sacre a Lanciano si svolgono in diversi tempi. La sera del giovedì inizia una processione notturna che sosta nelle chiese dove sono allestiti i Sepolcri, il venerdì nella processione compaiono i “Misteri”, i canti corali, il “Miserere” e la figura del cireneo, impersonato da un membro della Confraternita che, scalzo ed incappucciato, porta la Croce, infine il giorno di Pasqua a mezzogiorno in punto, si ripete l'antica cerimonia de "L'incontro dei Santi", ossia tra le statue della Madonna, del Cristo e di San Giovanni, accompagnate dai fedeli. Nel corso della processione per le vie del centro cittadino, la Madonna apprende la resurrezione del Figlio. Al termine della Sacra Rappresentazione le statue vengono collocate nella Cattedrale, dove resteranno fino a mezzogiorno di martedì, quando vengono portate a spalla dai Confratelli delle Congreghe e fanno ritorno alle rispettive parrocchie fino all'anno successivo.

A Teramo, nelle ore mattutine del Venerdì Santo, si svolge la tradizionale processione della "Desolata", la cui origine si fa risalire al 1260. E' la devota rappresentazione paraliturgica della Madre che va alla ricerca angosciosa del figlio condannato a morte. Il corteo si avvia con la sola statua dell’Addolorata per un giro delle "sette chiese". Inizia da quella di Sant’Agostino e termina all’Annunziata dove trova il Cristo Morto giacente su un ’artistica bara. E’ una commovente manifestazione di religiosità popolare, con gli uomini che indossano la tunica nera e recano la croce, mentre le donne velate e in gramaglie trasportano la statua della Madonna.



A Villa Badessa, una frazione del comune di Rosciano, vive sin dalla prima meta' del XVIII secolo una piccola colonia italo - albanese. Ancora oggi gli albanesi di Villa Badessa conservano il loro idioma e continuano a seguire la liturgia di rito greco - bizantino. Le cerimonie iniziano con gli "enkomia", il pianto delle donne durante la veglia sulla icona della deposizione di Cristo. Nelle ore notturne che precedono la domenica di Pasqua, il papas, che reca l'icona della Resurrezione, esce in processione fuori della chiesa, seguito dai fedeli che illuminano con candele le ultime ore della notte. All'alba il papas canta il primo verso del Vangelo secondo Giovanni ed intonando canti di gioia rientra in corteo nella piccola chiesa.

"Il Bongiorno" è un'antica tradizione legata alla Pasqua del paese di Pianella (Pescara) che trae origine “dall'omaggio", che i signorotti Longobardi pretendevano dai propri vassalli. Durante la giornata di Pasqua e durante la notte che precede il Lunedì dell'Angelo, cantori e suonatori in costume medievale, accompagnati da trombe, tamburi e piatti, girano per le vie del paese, portando il saluto del "Buongiorno" sotto le finestre dei cittadini a cominciare da quelli più' importanti, come il sindaco e altre autorità'. I canti sono, in genere, improvvisati e adattati alle circostanze ed ai personaggi.


A Gessopalena (Chieti) il mercoledì' e il venerdì, si svolgono processioni con quadri viventi nell’ incredibile scenario del vecchio borgo. Suggestiva è la Passione vivente del mercoledì Santo: tutti gli abitanti del paese vi partecipano proponendo scene della Passione di Cristo, il tutto negli angoli più belli del paese. Il dramma si conclude con Crocifissione ed il pianto delle Marie.






Ancora diffusa è l’usanza abruzzese di recarsi il Lunedì dell’Angelo presso un santuario o chiesa rurale, lontano dai centri, per ragioni non solo religiose, ma anche ludiche. Tale evento assume l’aspetto di una gita fuori porta, per consumare i cibi di rito. Nell’area Peligna si chiama “a passà l’acque”, che richiama il passaggio del Mar Rosso, oppure quello dell’angelo innanzi alle case degli ebrei, tinte con il sangue d’agnello.

Il martedì dopo Pasqua si svolge ad Orsogna  in provincia di Chieti, la “Festa dei Talami”, in onore della Madonna Nera. Si tratta di una sfilata di carri, su ognuno dei quali, viene rappresentato un quadro vivente ispirato ad episodi del Vecchio e Nuovo Testamento. Il carro che chiude la processione è carico di covoni di grano del raccolto dell'anno precedente ed è detto il “carro del dono”, poiché il suo contenuto viene offerto alla Madonna.


Tradizione culinaria pasquale

In Abruzzo la Pasqua è anche caratterizzata da riti “gastronomici”: i fiadoni, cibo tipicamente abruzzese sia salato che nella variante dolce, il pane di Pasqua e dei dolci tipici della tradizione abruzzese fatti per lo più di pasta di mandorle, ricoperti da uno strato di confettini colorati, a cui vengono date le forme della pupa, per le bambine, del cavallo, per i maschietti, e dei cuori che vengono regalati dai fidanzati. In alcune zone si producono dolci a forma di ciambella che nella forma rievocano la corona di spine portata sul capo da Cristo. C’è una forte presenza di simboli chiaramente pasquali nella cucina di questi giorni festa: l’agnello simbolo del sacrificio, i dolci a forma di colomba emblema della pace, e l’uovo di cioccolata o sodo decorato con disegni. L’uovo è da tempi immemorabili simbolo di rinascita e fecondità ed è largamente utilizzato nella preparazione di pietanze della nostra tradizione. Nell'iconografia cristiana, è il simbolo della Resurrezione, il suo guscio rappresenta la tomba dalla quale esce un essere vivente. Secondo antiche credenze pagane e mitologiche, invece il cielo e il pianeta erano considerati due emisferi che creavano un unico uovo. Per gli antichi Egizi, l’uovo era il fulcro dei quattro elementi dell’universo : acqua, aria, terra e fuoco. La tradizione di donare le uova, invece, iniziò ben prima della nascita del Cristianesimo, già i Persiani infatti usavano scambiarsi uova di gallina per dare il benvenuto alla primavera, con riti per la fecondità ed il rinnovamento della natura; seguiti nel tempo da altri popoli antichi quali gli Egizi, che consideravano il cambio di stagione una sorta di primo dell’anno, i Greci e i Cinesi. L’uovo ha sempre rappresentato la vita che si rinnova. Non è casuale che gli antichi Romani usassero dire:“Omne vivum ex ovo”, seppellendo un uovo dipinto di rosso nei loro campi, come rito propiziatorio per il buon esito del raccolto.

Con l’avvento del Cristianesimo, molti riti pagani vennero recepiti dalla nuova religione; la stessa festività della Pasqua risente ancora di influssi antichissimi: cade, infatti, tra il 25 marzo ed il 25 aprile, ovvero nella prima domenica successiva al Plenilunio che segue l’Equinozio di primavera. L’usanza dello scambio di uova decorate si sviluppò poi anche, nel Medioevo come regalo alla servitù. Nello stesso periodo, l’uovo decorato, intrecciandosi con il Cristianesimo, divenne il simbolo della rinascita dell’Uomo, di Cristo. La diffusione dell’uovo come regalo pasquale invece sorse probabilmente in Germania quando, fra i tradizionali doni di Pasqua, comparve il regalo di semplici uova.

Sempre nel Medioevo, si diffuse la tradizione di creare uova artificiali fabbricate o rivestite in materiali preziosi: argento, platino o oro, destinata agli aristocratici e ai nobili. Ma la ricca tradizione dell’uovo decorato è dovuta all’orafo Peter Carl Fabergé, che nel 1883 ricevette dallo zar dell’epoca il compito di preparare un dono speciale per la zarina Maria. Per l’occasione, l’orafo creò il primo uovo-gioiello, di platino, smaltato di bianco, contenente un ulteriore uovo, in oro con due doni: una riproduzione della corona imperiale ed un pulcino d’oro. La fama che ebbe il primo uovo di Fabergé contribuì anche a diffondere la tradizione del dono all’interno dell’uovo. L’uso di ornare l’uovo di Pasqua con decorazioni variopinte ha origini religiose antichissime: secondo la leggenda, Maria Maddalena, recatasi al sepolcro di Gesù insieme ad altre donne, avendolo trovato vuoto, corse alla casa nella quale si trovavano i discepoli, annunciando la straordinaria notizia. Il discepolo Pietro la guardò incredulo e poi disse: “Crederò a quello che dici solo se le uova contenute in quel cestello diverranno rosse”: improvvisamente le uova si colorarono di un rosso intenso. In tempi più recenti, l’uovo di Pasqua per eccellenza è il classico uovo di cioccolato, la cui nascita è ancora incerta Secondo alcuni storiografi il primo a far realizzare le uova di cioccolato fu Luigi XIV, secondo altri l’idea proviene dalle Americhe, ossia da dove la pianta del, il cacao, è originaria.



Giovanni Chiola, poeta dialettale loretese, nel volume "Li feste arcunusciute" pubblicato nel 1965, fa un excursus di tutte le feste tradizionali di Loreto e delle tradizioni ad esse legate. Tra queste vi è una poesia dedicata proprio all’uovo:


Avorie e argente di li live ‘nfiore
pi li culline azzenne gnè nu vele.
Trapuntate di verde e di sbiannore.
Finite lu diune, pure st’anne.
Lu console vè press’allu dolore!
Nnienz’alla tavul’all’impete armane.
Lu padre e ‘ntorne adune la famije,
tè l’ove benedette ‘nchi la mane
‘nchi l’atre fa la croce e ‘ntone piane
nu pateravegloria, nchi li fiie,
e fa la Sante Pasque da cristiane.



Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli
email: mancinellielisabetta@gmail.com
I documenti sono tratti dall’Archivio di Stato.

martedì 23 marzo 2021

I RITI SACRI CARATTERISTICI RELATIVI AL CULTO DELL'ACQUA IN ABRUZZO.

La religiosità è un sentire innato nell’uomo. Sin dalla preistoria intuisce che deve esistere qualcosa che va oltre il materiale e il quotidiano: il ciclo delle stagioni, il morire autunnale e il rinascere primaverile della vita nei campi lo spinge ad intuire l’esistenza di una possibile vita oltre la morte. Come mostrano le statuette della dea Madre Terra, trovate nelle tombe del periodo Neolitico, l’uomo placa il disagio della morte con la speranza della rinascita. Per questo plasma dall’argilla figure femminili che simboleggiano colei che dona la vita e le pone accanto ai defunti. Col passare dei secoli questo profondo bisogno di divino che è dentro di noi emerge ed assume forme esteriori diverse, dando vita a divinità e dei di vario genere. Ogni civiltà prende quelli della precedente li riadatta e ne aggiunge di nuovi, cambia loro funzione o aspetto esteriore seguendo una sorprendente continuità logica e storica. Gli Italici dai culti preistorici e da loro i Romani fino all’arrivo della parola di Gesù. E così i rituali pagani vengono riadattati spesso localmente, dando vita a tradizioni e culti cristiani di grande suggestione.

Sin dalla prima diffusione del Cristianesimo nelle terre d’Abruzzo le nostre genti sono state pervase da un intenso fervore religioso e da una fede profonda strettamente legata ai semplici ritmi e alle esigenze quotidiane della vita di un popolo composto per lo più da contadini e pastori. Chiese, opere d’arte sacra, eremi sono le tante testimonianze materiali che questa forte spiritualità ci ha lasciato. Di esse la traccia più emozionante è senza dubbio rappresentata dai riti: cerimonie e gestualità giunte ai nostri giorni immutate nei secoli e protetti gelosamente dalle popolazioni e rivissuti da giovani ed anziani con la stessa intensità. 

Sono il fuoco, l’acqua, la pietra, ma anche gli animali a divenire gli strumenti attraverso i quali la fede si manifesta materialmente e il pellegrino mostra la sua devozione chiedendo la vicinanza di Dio. Tra questi l’acqua è l’elemento fondamentale per l’esistenza di ogni forma di vita sulla terra sia animale che vegetale. Sin dalla prima presenza dell’uomo essa è stata uno dei fattori che hanno ritmato gli spostamenti dei nomadi e la scelta del luogo per stabilirsi. Accampamenti e villaggi venivano sempre posti in luoghi sicuri, ma necessariamente vicini all’acqua, sorgenti, fiumi. E l’agricoltura dei primi gruppi di uomini preistorici, quelli che da cacciatori nomadi divennero stabili contadini, ruotava attorno alla disponibilità di acqua. Le popolazioni italiche, ma soprattutto i romani, svilupparono poi dei veri e propri culti dell’acqua. Realizzando templi con fontane e vasche. 


Nel cristianesimo l’acqua assume ruoli simbolici fondamentali, il sacramento del battesimo amministrato da San Giovanni al giovane Gesù nel fiume Giordano ne è la principale testimonianza. Acqua come purificazione, acqua come segno di nascita, sorgenti come fonti di vita. Una società di contadini e pastori come è stata per millenni quella abruzzese fino agli anni più recenti, ha fatto dell’acqua l’elemento centrale di culti e tradizioni religiose molto forti, sviluppatesi soprattutto attorno agli eremi delle montagne. Spesso ai Santi eremiti è attribuito il miracolo di aver fatto sgorgare l’acqua dalla roccia e ad essa vengono riconosciute dalla devozione popolare peculiarità guaritorie e benefiche. Si va in pellegrinaggio per bagnarsi in quelle acque e guarire nel corpo e nell’animo.



I RITI DELL’ACQUA IN ABRUZZO

IL RITO DI SAN MICHELE A LISCIA ( Ch)

Tra i molti eremi abruzzesi legati all’acqua suggestivi per i luoghi e i riti che vi si compiono, vi è il santuario di San Michele Arcangelo a Liscia nell’entroterra vastese che protegge una grotta con una sorgente naturale. La leggenda racconta che un mandriano di Palmoli, portando la sua mandria al fiume per l’abbeverata, notò un torello che scompariva ogni giorno per ritornare solo a sera. Incuriosito decise di seguirlo e scoprì, con grande sorpresa, che l’animale arrivava fino a una grotta nascosta nella vegetazione e lì si inginocchiava in adorazione di San Michele. Preso da devozione il pastore si inginocchiò e l’Arcangelo compì il miracolo di far sgorgare l’acqua per dissetarlo.

La grotta è tuttora meta di grandi pellegrinaggi che giungono qui da tutto l’Abruzzo e anche dal Molise, due volte l’anno si ripete l’antico rito di bere l’acqua che sgorga dalla grotta ritenuta miracolosa. Partecipano a questo rito molti pellegrini, di ogni età, provenienza ed estrazione sociale, entrano nella grotta in fondo alla chiesa, impugnano il tradizionale mestolo in rame e bevono un sorso d’acqua attinta dalla suggestiva sorgente naturale sulla quale aleggia la tradizione del miracolo. La devozione popolare risulta ufficializzata fin dal Seicento quando i D’Avalos, fecero costruire davanti alla grotta una chiesetta nella quale è esposta la statua del Santo. L’8 maggio e il 29 settembre i fedeli compiono emozionanti rituali : toccano le pareti della roccia e ci strofinano contro fazzoletti e oggetti sacri, poi bevono l’acqua di sorgente che gocciola dalle stalattiti, ritenuta rimedio efficace contro i vari mali. Il santuario è legato alla religiosità dei pastori, poiché qui passano alcuni dei tratturi che dall’Abruzzo portavano le greggi in Puglia e viceversa.

SAN VENANZIO A RAIANO

Un altro suggestivo eremo si trova nell’aquilano poco distante da Raiano. La chiesa è dedicata al giovane Venanzio che, convertitosi al Cristianesimo si ritirò in questi luoghi. Nel 259 fu arrestato e martirizzato. Al culto di questo martire, ancora oggi molto sentito dai fedeli che qui accorrono da tutto l’Abruzzo, si lega un’antica tradizione che vuole riconoscere in alcuni segni sulla roccia le impronte del Santo. La festa di San Venanzio si celebra il 18 maggio. I pellegrini, ripercorrendo le orme della vita del Santo, si sdraiano su quella che si crede sia l’impronta lasciata dal suo corpo, detta letto di San Venanzio, poi prendono posto sul sedile di Santa Rina per ottenere la guarigione dai mali fisici. Dalla loggia esterna che si affaccia sul fiume parte la Scala Santa, scavata nella roccia che porta fino all’acqua del fiume e viene percorsa in salita dai pellegrini. Questi gesti rituali sono legati all’evocazione della discesa agli inferi, dai quali si risale purificati, ma anche alle pratiche religiose per mezzo delle quali i pellegrini invocano la guarigione dai loro mali. Un esempio è l’immersione degli arti doloranti o malati nelle acque del sottostante fiume Aterno e la benedizione dei malati con l’acqua miracolosa di San Venanzio.


LE ACQUE DI SAN FRANCO

Lungo la panoramica strada che collega Assergi con il Passo delle Capannelle, accanto a una piccola chiesa, inizia il sentiero che porta alla sorgente di San Franco. Protetta oggi da una cappella costruita in tempi più recenti, secondo la leggenda questa fonte venne fatta scaturire dal monaco eremita nel secolo XIII; egli aveva scelto le grotte del versante occidentale del Gran Sasso quale luogo del suo ritiro ascetico, come testimonia ancora il nome di monte San Franco. Le leggende popolari legano le sue gesta alle vicende del mondo agricolo e dei pastori, e parlano di montoni resuscitati e lupi ammansiti, ma più di tutto della sua capacità di far scaturire acqua sorgiva dalla roccia, elemento indispensabile alla sopravvivenza del bestiame e dei pastori stessi. Il 5 giugno, festa di San Franco tantissimi pellegrini affrontano il pendio della montagna per raggiungere la sorgente e bagnarsi con quell’acqua ritenuta taumaturgica, in grado di guarire malattie. I pellegrini compiono abluzioni rituali perché il campo specifico di applicazione di quest’acqua è la cura delle malattie della pelle, anche se non mancano testimonianze di antichi riti riguardanti l’incubatio e lo strofinamento sulla pietra  (G. Pansa, Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo, 1924). I pellegrini riempiono bottiglie e taniche per riportare a casa l’acqua miracolosa in caso di necessità futura o come dono per amici e parenti che non hanno potuto prendere parte al pellegrinaggio.


BISEGNA: rito del “comparatico”.

Una festa molto sentita è quella di san Giovanni, che ricorre il 24 giugno giorno in cui è d’uso bagnarsi in segno di protezione A Bisegna, piccolo centro della valle del Giovenco i pellegrini si recano in processione nella chiesa di san Giovanni, nella valle del Giovenco, a circa quattro chilometri dal paese. L’area è ricca di reperti archeologici che fanno presumere l’esistenza di antichi templi pagani. Vicino alla chiesa di san Giovanni vi è una grotta naturale scavata nella roccia nella quale si pensa abbia dimorato un’eremita o, addirittura, il santo stesso. Oggi questa grotta è visitata da fedeli e pellegrini che vi depositano semplici ex voto davanti ad una piccola statua del santo.


Nei pressi della chiesa vi è una bella fontana in pietra costruita alla fine del 1700 ed alimentata da una sorgente che, proprio nei giorni della festa, abbonda di un’acqua ritenuta miracolosa che viene utilizzata dai fedeli sia per bagnarsi il corpo, al fine di proteggerlo dalle malattie delle pelle, sia per compiere il rito del "comparatico"; un patto di reciproco aiuto fra due persone che si realizza lavandosi con l’acqua di san Giovanni. Con i piedi immersi nell’acqua del fiume Liri, ragazze e ragazzi stringono i legami di comparatico che li legano con una forma di parentela magica e indissolubile nel nome di San Giovanni Battista. Si stringono i mignoli delle mani e dondolando le braccia si recita: “Cumpare i cummare damuce la mano, la mano ce lla demo i cumpari nu saremo!". Il legame diviene così sacro e inviolabile per tutta la vita.

 

Anche nella Valle Roveto: Civitella Roveto, Canistro, Balsorano e Capistrello, centinaia di persone assistono al rito e costituiscono parte integrante del “bagno” di purificazione, nella credenza popolare che la festa del solstizio d’estate il 24 giugno, San Giovanni Battista durante la notte scopra, i miti non estinti : il matrimonio del sole con la luna che viene fecondata; la rugiada sacra, sull’erba ricercata dalle spose che vogliono i figli. E a mezzanotte, la gente si raccoglie lungo le sponde del fiume i giovani nudi si immergono nel fiume Liri e stringono i comparatici, inizia così il battesimo collettivo per ricordare il battesimo di Cristo nel Giordano. La gente si bagna il corpo, entra nel letto del fiume ghiaioso, si segna a forma di croce la fronte, raccoglie l’acqua che conserverà per tutto l’anno anche per preparare il lievito. Questo rito di purificazione ma anche di protezione dalle malattie va avanti fino all’alba quando i primi raggi del sole calano sul fiume Liri.



PROPRIETA’ E BENEFICI DELLE ACQUE D’ABRUZZO

L’Abruzzo è una terra ricca di sorgenti di acque prodigiose, ogni paese d’Abruzzo può vantare acque miracolose utilizzate fin dall’antichità, acque ricche di notevole effetto terapeutico, acque che posseggono una alta concentrazione di minerali, tra le più qualificate, le ferruginose, le bicarbonate, le solfate e le sulfuree. Nei primi anni del 1800 appassionati ricercatori analizzarono e catalogarono le migliori acque abruzzesi, rendendole note tramite pubblicazioni scientifiche. Vi sono presenti le acque mediominerali, dove la concentrazione di sali è equilibrata e le oligominerali, che difettano di sali, particolarmente indicate in alcune patologie. Acqua bevono le mamme senza latte che pregano Sant’Agnese, Santa Scolastica e Sant’Agata e con essa si aspergono in cerca di fertilità le donne che, ancor oggi, visitano chiese campestri e tradizionali fontane dedicate alla Sante.

Gli agricoltori delle valli che visitavano l’Eremo di San Bartolomeo di Legio a Roccamorice, portavano giù dalla montagna un po’ dell’acqua che sgorga dalla sorgente vicina alla dimora del Santo: serviva ad aspergere le viti e scongiurarne la malattia più pericolosa, la peronospera. Lungo la strada che collega Raiano a Vittorito, in provincia de L’Aquila, una sorgente di acqua sulfurea che faceva girare la ruota di un mulino, era utilizzata per i benefici effetti sui tessuti cutanei ed anche come ottimo sbiancante per le fibre di canapa e di lino, lasciate a macerare, poi battute con rudimentali ma efficaci strumenti e ridotte ad una arruffata massa filamentosa da torcere in un lungo filo da tessere nei telai di legno casalinghi. Il benessere e la salute dell’uomo sono l’obbiettivo secolare delle buone acque abruzzesi e soprattutto in tre famose località: Caramanico, Popoli e Canistro che sono sedi di Terme ben organizzate e all’avanguardia in campo terapeutico. Anche a S. Eufemia la cui patrona è la santa omonima si trova una fontana, chiamata “Fonte di S. Eufemia”. Intorno ad essa si è creata una sorta di leggenda trasformatasi di seguito in un vero e proprio culto agreste che porta in sè sacro e profano. All’acqua di questa fontana si attribuivano proprietà benefiche ed è per questo che, in passato, fu meta soprattutto di donne gravide o di donne divenute madri da poco. Si chiedeva esplicitamente una protezione per la salute e la crescita dei bambini nonché un’abbondanza di latte per far si che questa crescita recasse benefici ai piccoli. Così tutte le future madri, non solo di S. Eufemia ma di tutta la valle dell’Orte, si recavano all’agognata fonte percorrendo un iter prestabilito e rispettando una prassi ben precisa, che consisteva nel portare con se un fiasco di vino e un bicchiere da offrire a tutte le donne che si incontravano durante il tragitto, le quali bevendo auguravano tanta abbondanza di latte alle partorienti. Al ritorno la prassi cambiava e la futura madre doveva accarezzare il primo bambino che incontrava con la sua mamma; facendo ciò lei augurava tanta salute alla sua creatura e tanto latte quanto ne aveva la donna appena incontrata.

L’acqua, elemento indispensabile per la vita, rappresentava così, per le donne di S. Eufemia, un bene prezioso tanto da creare intorno ad essa un vero e proprio culto di propiziazione. Un culto che si inserisce all’interno dei cosiddetti “Riti di Passaggio” relativi all’intero ciclo della vita umana. In questo rito si ritrovano caratteristiche peculiari come l’aggregazione, l’unione, i legami in quanto le donne non si recavano mai sole alla fontana, ma sempre in gruppo. Oggi la fontana di S. Eufemia è ancora lì a testimonianza di una passato e di una tradizione mai dimenticati; da essa sgorga ancora acqua.

Nella Valle di Palombaro, tra le più straordinarie della Majella, si aprono nelle pareti rocciose molteplici grotte, molte delle quali sono state (altre lo sono ancora) luoghi di culto, la presenza dell'uomo nell'area risale all'Età del Bronzo. Grotta Sant'Angelo è la più nota: si tratta di un vastissimo riparo sotto roccia, all'interno del quale, in antico, si praticava il culto della dea Bona, nonostante Grotta Sant'Angelo sia in un’area ricca di avvenimenti è comunque carente di storia, tanto è vero non si conoscono narrazioni di santi o eremiti che vi abbiano vissuto, né si è a conoscenza di accadimenti riconducibili alla Grotta.

In Abruzzo, le grotte dedicate al culto di San Michele Arcangelo, o Sant’Angelo, sono moltissime, e la divulgazione di tale culto fu favorita dal carattere di continuità con i precedenti riti pagani che, appunto, avevano luogo in quelle grotte: riti di fecondità, venerazione delle rocce e delle acque. Con l’avvento del cristianesimo, di fatto, ad Ercole (protettore della transumanza) era subentrato San Michele Arcangelo, raffigurato come un giovane guerriero debellatore delle forze maligne rappresentate da un drago, pertanto anch'egli un semidio come Ercole. La chiesetta rupestre fu costruita sui resti del santuario dedicato a Bona, a cui le donne in età fertile si rivolgevano per supplicarne i favori. Esse arrivavano in corteo da tutto il territorio e si aspergevano i seni con le acque purificatrici, che sgorgavano da una sorgente all’interno della grotta, che erano raccolte nelle vasche scavate nella roccia all’ingresso della caverna. Nel vasto antro vi sono tuttora delle vasche scavate nella pietra in cui avveniva la raccolta delle acque: due di esse sono situate sul lato destro dell'ingresso ed hanno, l’una a forma semicircolare, l’altra rettangolare, comunicanti tramite un buco. Nella grotta, ancora, vi sono tre vasche: una ellissoidale incavata in un basamento roccioso, un'altra ai piedi di un roccione inclinato e la terza, di forma grosso modo rettangolare, ricavata in una sporgenza rocciosa e serviva per la raccolta dell'acqua piovana. Al centro della grotta emerge una roccia dalla naturale forma particolare, probabilmente impiegata ab antiquo come ara per funzioni preistoriche e pagane, su cui (tra la fine del sec. XI e l'inizio del sec. XII) fu costruita con conci di pietra squadrata della Majella, l’abside romanica per le funzioni cristiane.

Cosa resta della struttura romanica altomedievale? Solamente due muri, larghi tra i 40 e gli 80 cm circa, collegati da una piccola un'abside semicircolare. Archetti pensili, che richiamano gli stessi nell'abside di San Liberatore a Maiella (Serramonacesca), decorano la parte alta dell’abside, in cui si riscontra, altresì, una cornice decorata con cordonature a tortiglioni che si ripete nella cornice di una finestrella strombata. L’interno dell’abside è dirupato e vi trova posto una lunga roccia in cui sono stati ricavati dei larghi gradoni. La modesta struttura è oggi  completamente disadorna, ma le testimonianze rammentano che fino a non molto tempo fa vi erano un altarino e nicchie con statuine, evidentemente trafugate.

Il Moretti scrisse che: "è senza dubbio l'unica rilevante vestigia ricavata nella roccia che assuma chiaro valore di arte".

L'acqua è la protagonista di uno dei più struggenti romanzi che la letteratura contemporanea italiana: Fontamara, scritto tra il 1927 e il 1930 da Ignazio Silone, abruzzese originario di Pescina dei Marsi. Fontamara è la storia di un tormento, il tormento della povertà e dell'ignoranza, del sopruso e dell'inganno, che vede nell'acqua il fattore scatenante della lotta di popolo contro il potere costituito. E’ la storia, ambientata nei primi anni dell’avvento della dittatura fascista, di un intero paese che si arrabatta e combatte (una lotta senza esclusione di colpi e che coinvolge parimenti uomini e donne), senza successo, contro il sopruso di un ricco signorotto della zona, denominato l’Impresario, il quale, in combutta con le autorità comunali e statali, arroga a sé il diritto di utilizzare come, quando e quanto più gli conviene, l’acqua, fonte di vita. La storia, ambientata nei primi anni dell’avvento della dittatura fascista narra la disperazione degli abitanti poverissimi di un piccolo villaggio, per la deviazione di un corso d’acqua che bagnava le loro terre poco fertili, quelle da loro possedute o sognate. Se l’acqua serviva a raccogliere frutti effimeri, ma preziosissimi, di una coltivazione compiuta a prezzo di enormi sforzi umani, la sua privazione significava morte certa, incapacità di sostenersi con l’unico prodotto che era loro possibile raccogliere, cioè quello dato dalla terra brulla e parca di soddisfazioni. E’ la storia di un intero paese che si arrabatta e combatte (una lotta senza esclusione di colpi e che coinvolge parimenti uomini e donne), senza successo, contro il sopruso di un ricco signorotto della zona, denominato l’Impresario, il quale, in combutta con le autorità comunali e statali, arroga a sé il diritto di utilizzare come, quando e quanto più gli conviene, l’acqua che per i poveri abitanti è l’ unica fonte di vita.

Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli

email mancinellielisabetta@gmail.com

venerdì 12 marzo 2021

LA NASCITA DI GABRIELE D’ANNUNZIO: tra realtà e fantasia

Come è testimoniato dall’estratto di nascita, Gabriele D’Annunzio venne alla luce 160 anni orsono il 12 marzo alle 5,30 del mattino. La vita nel paese di Pescara e nella famiglia D’annunzio, si svolgeva tranquillamente in una monotona serenità.

Ma la nascita di ogni grande uomo e sempre accompagnata da avvenimenti misteriosi e circostanze allegoriche e da particolari a volte eccezionali in quanto assumono in seguito valore illuminante. Al di là delle leggende nel caso del Poeta, ci fu un episodio che ha una sua delicata importanza sia per la storicità del fatto sia perché originato dall' “amore divinante “della madre. La fedele custode di casa D’annunzio “la serva ammirabile”: Marietta Camerlengo, ha testimoniato, nei suoi frequenti racconti che il bambino, dopo le cure della levatrice Angeladea Mungo, fu offerto al primo tenerissimo abbraccio della madre che in un impeto di commozione apostrofò la sua creatura con queste profetiche parole augurali “ Figlio mio sei nato di marzo e di venerdì chi sa che grandi cose tu dovrai fare nella vita!”. Con questa benedizione e sotto una pioggia di piastre d’argento, che, secondo l’usanza venivano deposte tra le fasce dal nonno, Gabriele dormì il suo primo sonno nella quinta stanza della casa. Nei giorni seguenti furono compiute le cerimonie di rito: la registrazione allo Stato civile del Municipio e il battesimo alla parrocchia di San Cetteo.

Gli fu dato il nome di Gabriele dal nonno Don Antonio probabilmente in omaggio ad un suo fratello perito in mare. Ma alla sua nascita il poeta volle dare un sapore leggendario trasfigurando questo evento e attribuendogli un sapore leggendario e romantico . Nel 1894, in una nota autobiografica sulla “Revue de Paris” premessa alla traduzione del Piacere così descrive la sua venuta al mondo “Io sono nato nel 1864, a bordo del brigantino Irene , nelle acque dell’Adriatico, questa natività marina ha influito sul mio spirito. Il mare è infatti la mia passione più profonda: mi attira come una patria”. Né in diversa maniera, stando alle testimonianze di donna Luisa e Marietta, dovrebbe essere intesa anche l’altra affermazione del Poeta con cui inizia il Libro Segreto riguardo al “mistero della mia nascita”: “Nel nascere io fui come imbavagliato dalla morte: sicché non diedi grido. Né pur avrei potuto trarre il primo respiro se mani esperte e pronte non avessero rotto e lacerato quella sorta di tonica spegnitrice”. Secondo il racconto della madre Tutto si svolse invece in modo sereno. Il piccolo Gabriele nacque calvo, piccolo e sanissimo, i capelli che nella adolescenza divennero folti e mossi, spuntarono nelle settimane seguenti.

Don Francesco fece le cose alla grande, spalancò le porte di casa a tutta Pescara, corsero barili di vino e abbondanti sfornate di dolciumi casarecci da Flaiano, come si conveniva al tanto atteso erede maschio d’una delle più benestanti ed influenti famiglie del paese.


Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli 

email: mancinellielisabetta@gmail.com



martedì 26 gennaio 2021

MARIA D’ALESSANDRO LA SUGGESTIVA SCRITTRICE ITALO ARGENTINA CHE RACCONTA STORIE POESIE, PROVERBI DEGLI ABRUZZESI EMIGRATI IN QUESTO PAESE NEL SECONDO DOPOGUERRA.

 

Cenni biografici

Maria  nasce  il 3 marzo 1947 in Italia a San Vito Chietino, in provincia di Chieti.

Nel 1952, all’età di 5 anni, con la madre e le sorelle raggiunge il padre in Argentina e la famiglia si riunisce.

Nel 1982 torna in Italia e per due anni dove frequenta l’Università degli Studi di Firenze. Ritornata in Argentina, si laurea in Geografia.

Nel giugno di 1992 partecipa al Global Forum a Rio di Janeiro, per essere parte della Associazione “Convocatoria para la Defensa Ambiental”.

È membro della Società argentina degli scrittori di Argentina (S.A.D.E.).

Nel 2005 consegue il Primo premio al Concorso di letteratura FEDAMO, indetto dalla “Federazione Istituzioni Abruzzese in Argentina”.

Dal 2007 crea il Sito www.abruzzeses.blogspot.com per mantenere e diffondere la detta cultura e Dal 2008 crea su Facebook la pagina “Foro Inmigracion Abruzzesa”, quale ponte per gli immigrati in Argentina e altri.

Nel 2010 compila i ricordi di paesani nel libro bilingue “Memorie di racconti abruzzesi” con la  (Prefazione Goffredo Palmerini).

Il 23 maggio 2013, con “Racconti nella memoria degli immigranti abruzzesi “ la  seconda  edizione di “Memorie di racconti abruzzesi” viene invitata a Pescara al “Festival dell’Eccellenza Femminile d’Abruzzo”. Il 30 agosto e il 14 novembre 2013 presenta questo libro a Rosario (prov. di Santa Fe) e Paraná (prov. di Entre Ríos). Nell’ottobre 2013 viene intervistata da Generoso D’Agnese per la rivista "Il Messaggero di Sant’Antonio"  con un articolo dal titolo “Italiani nel Mondo: Argentina. Memorie abruzzesi”.

Nel 2014 vince il Premio ‘Dean Martin’ a Montesilvano (PE) per "essere infaticabile promotrice dell’identità abruzzese in Argentina’ e il Premio Speciale Giuria al Concorso Internazionale Lettera d’Amore a Torrevecchia Teatina. 

L'8 Maggio 2015 partecipa come ospite d’Onore alla  58ª Settembrata Abruzzese Cenacolo a Pescara Colli: “Poesia Teatro Musica Tutto rigorosamente in dialetto” condotto dalla Presidente Gabriela Serafini.

Maria D’Alessandro commossa ha ringraziato nel ricevere dalle mani della Presidente la raccolta antologica di poesie dialettali “Poeti d’Abruzzo” esprimendo grande emozione per essere tra loro ed ascoltare le poesie della sua terra d’origine: il monologo ‘Anniversario di nozze’ e una parte di ‘Rosario Rosario’ ed infine i canti accompagnati dell’organetto che hanno segnato la fine della serata.

Il 14 maggio 2015, con il patrocinio dell’ANFE (Associazione Nazionale Famiglie Emigrati) è stato presentato da Goffredo Palmerini il libro “Racconti nella memoria degli immigranti abruzzesi” nella  Rassegna di libri “Collettiva di cultura” per lo più abruzzese e nell’ ambito della seconda edizione del  Rosadonna Festival dell’eccellenza femminile in Abruzzo è stato presentato “Un libro in Un Quarto d’Ora” sempre di Maria d'Alessandro.

Dal 18 al 28 di maggio 2015 partecipa con la poesia “SRADICAMENTO” alla mostra fotografica “Ritratti poetici in controtempo”, allestita negli spazi dell’ex-AURUM, di Pescara in cui gli scatti di Ginevra Di Matteo interagiscono con le installazioni del regista teatrale Sabatino Ciocca e del videomaker Loris Ricci, sotto la curatela di Massimo Pamio.

Sradicamento

Sei venuta dal mare e dalla montagna

da un paesaggio di ghiaia e colline.

Sempre nel 2015 esce il libro di poesie bilingue "Quando non sapevo né leggere né scrivere", con prefazione di Vito Moretti (2°. Ed. Ampliata e corretta in agosto 2016).  Inizia a pubblicare nella rivista web internazionale Animamediatica.

Nel 2016 partecipa alla manifestazione "Laboratorio Idee sulla migrazione" presso l'Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires, presentata dalla Addetta Culturale Maria Mazza.

Nel 2015 e 2017 invitata all’Evento "Dia del Emigrante Italiano" al Senato Argentino.  Incorso di stampa il titolo bilingue: "Narrazione d’un immigrante."

Il 12 novembre 2017, a Rosario (Santa Fe, Argentina), il Presidente del C.R.A.M. -Consiglio Regionale degli Abruzzesi nel Mondo- Dr. Donato Di Matteo conferisce "Il Guerriero di Capestrano" per essere "una poetessa considerata eccellente tra gli Abruzzesi nel mondo".


Nel giugno del 2019 è di nuovo a Pescara per la presentazione dei "Racconti nella memoria degli immigranti abruzzesi2da. edizione, aprendo il "Rosadonna Festival".

Ha partecipato nella Antologia poetica Art7tv volume 5 (E-Books). Buenos Aires, Vinciguerra Fundación Argentina para la Poesia 2020.

È coordinatrice del Foro Immigracion Abruzzesa, in:

www.facebook.com/foroinmigracionabruzzesa, é vincolo tra i protagonisti della emigrazione nel secondo dopoguerra.

E’ sposata e ha un figlio.


MARIA D’ALESSANDRO: RACCOGLIE MEMORIE, TRADIZIONI, STORIA E RICORDI

Maria D’Alessandro è l’autrice del libro “Racconti nella memoria degli immigranti abruzzesi”, italiano e spagnolo, con la prefazione di Goffredo Palmerini ristampato nel 2013. “L’opera, che   stata compilata dalla viva voce di suoi connazionali che hanno vissuto a cavallo di due continenti, è una raccolta di racconti memorie, poesie, indovinelli, aneddoti."


Molti emigranti abruzzesi vennero in Argentina  per riavviare la vita in un paesaggio di pianura con molte divisioni delle varie terre che comunicavano tuttavia con la ferrovia. Qui le mani febbrili dei nostri conterranei modellarono abitazioni, magazzini, chiese. Con grande passione operarono: Enrico Spinelli, Antonio Di Pietrantonio, Maria e Aurora Di Nardo, Antonio Lattanzio, insieme a molti altri. È successo in Bernal, Quilmes, San Francisco Solano, Florencio Varela e Berazategui.      

I ricordi dell’anima sono rimasti intatti, come un cofanetto di gioielli, collane, anelli e spille. Gli undici capitoli che riflettono la giocosità, l’ingegno, la religiosità, la testardaggine, gli affetti, l’attaccamento alla terra spesso venivano ascoltati nel silenzio della sera, quando avevano finito la lavorazione della terra e la cura per la gregge, altri seduti in classe, e tutti oggi tessono queste storie che ammiriamo e magnifichiamo.

 

"Quando mi sono avvicinata al Circolo Abruzzese ero in possesso di questa idea e missione: raccogliere ricordi, emozioni, storie imparate intorno al “focolare”.

"Fui ascoltata dall’allora Presidente del Circolo e della FEDAMO (Federazione delle Istituzioni Abruzzesi dell’Argentina) Angelo Di Donato e così cominciai."

 

Si direbbe che la memoria ha la sua dinamica, come un fiume che scorre: a volte lo fa in fretta, mentre altre volte non tanto, ma sono sempre svegli, vanno alla ricerca di qualcuno che li ascolti e ne prenda tesoro. Così questi ricordi che i miei amici mi hanno confidato forse ci avvicinano maggiormente alla terra degli nostri antenati.

La scrittrice ha inoltre proposto e partecipato a vari incontri in 'Omaggio alle donne immigrate'.

Nel suo libro “Donne coraggiose. Storie dell’emigrazione femminile” dice che è ancora poco conosciuta la storia di queste donne coraggiose che intrapresero viaggi lunghissimi a fianco del padre o del marito e talvolta da sole. Nel volume viene delineato anche il profilo di Maria D’Alessandro tra altre donne ricche di forza e coraggio che si fa apprezzare per la capacità culturale l’intelligenza, lo spirito associazionista e l’attaccamento alla tradizione italiana. Nel suo libro bilingue “Racconti nella memoria degli immigranti abruzzesi” l’autrice compendia proverbi, favole, racconti, poesie, custodite con amore per gli abruzzesi e molisani arrivati all’Argentina negli ’50. 

“Maria D’Alessandro comincia ogni mattina, accende il computer e dopo aver dato un’occhiata alla posta si dedica alla sua pagina Facebook dedicata al Foro Inmigracion Abruzzesa, spazio virtuale quale luogo d’abbraccio tra gli immigrati italiani sparsi per il mondo, che come lei si riconosco nella cultura italiana”.

 

 

Poesie

Il cane scappa (da Racconti nella memoria degli immigranti abruzzesi")
“Guarda, guarda il cane scappa,
ha portato via la pappa
via la pappa del mio bambino
per portarla al cagnolino
il suo cagnolino tutto contento
se la mangia in un momento
se la mangia e fa bu bu
e la pappa sparì”.
(Bianca Ciarniello in Rapino: imparato da nonna Sunta quando ero bambina”)

 

 Stella stellina (da Racconti nella memoria degli immigranti abruzzesi”)


Stella, stellina,
La notte si avvicina
La fiamma se spegne
La mucca nella stalla
La mucca e il vitello
La chioccia e il pulcino
La pecora e l’agnellino
Ognuno ha il suo bimbo
Ognuno ha la sua mamma, e
Tutti fanno la ninna nanna.
(Antonio Lattanzio, imparata a 10 anni)

 

Il nonno e il nipote (Antonio Di Pietrantonio, imparato dal nonno tra i 13 e i 14 anni)


C’era una famiglia contadina che lavorava la terra. Il nonno si chiamava Gregorio e il nipote Ciccio e ragionavano in maniera differente.
Il nipote sosteneva che con i soldi si potesse comprare tutto.
Ciccio: Con i soldi si compra il pane
Gregorio diceva: Il pane sì, ma no l’appetito
C: Compro il letto
G: Ma non il sonno
C: Compro un libro
G: Ma non l’intelligenza
C: Compro i vestiti
G: Ma non la bellezza
C: Compro la casa
G: Ma non il foccolare
C: Compro le medicine
G: Ma non la salute
C: Compro una donna
G: Ma non l’amore
C: Compro divertimenti e lusso
G: Ma non la felicità


Pubblicazioni:

Memorie di racconti abruzzesi / Recuerdos de cuentos abruzzeses, Prefazione di Goffredo Palmerini. A costo mio. Buenos Aires, 2010 

Racconti nella memoria degli immigranti abruzzesi / Relatos en la memoria de los inmigrantes de AbruzzoPrefazione di Goffredo Palmerini. 2da edizione accresciuta. Buenos Aires. Ed. Dunken 2014 e 2019.

Quando ancora non sapevo ne  leggere ne scrivere / Cuando aún no sabía ni leer ni escribir Premesa Vito Moretti. Presentazione Maria Gonzalez Rouco. – 1ª ed. – Ciudad Autónoma de Buenos Aires. 2da. edizione accresciuta. Buenos Aires. El Escriba, 2015 e 2016.

 

Collaborazioni editoriali

FEDAMO - Federación de Instituciones Abruzzesas en la Argentina: Obras seleccionadas, volumen 1,  1a. ed. La Plata, Universitaria de La Plata, 2006. Dove vince il Primo Premio con il racconto "Oggi il Circulo compie 52 anni" 

A la hora de la siesta: magia y rebeldía. Maria Argañaraz (et al.) Villa Celina. Enigma Editores, 2012.

Revista Nexo BCN. Biblioteca del Congreso de la Nación Prensa y Difusión. Aforismos. Buenos Aires, 2012.

Lazos poéticos 2014. Revista del Ateneo Poético Argentino Alfonsina Storni (Integrante de la Sociedad Argentina de Escritores) –Maria D’Alessandro ‘En cada amanecer’-. Ediciones AqL. Vicente López, 2014.

Donne coraggiose. Storia dell'emigrazione femminile. Enrica Filippi. Prefazione Tiberio Faraci. Cap. VI Donne in Argentina -Maria D'Alessandro. ERMES Servizi Editoriali Integrati S.r.l. per conto della Aracne editrice S.r.l. Roma, 2014

¿Por qué Poesia? Maria Ramondo …[et al] compilado por Daniel Luján; ilustrado por Guillermo José Roura. 1ª. Edición Ciudad Autónoma de Buenos Aires; Dunken, 2015.

Las Letras del Face. Cuento y Poesía. Tomo XIII Compilado por Ramona Esther Sánchez - Maria D’Alessandro ‘Entre mares y caracoles’. Buenos Aires Ed. Dunken, 2016.

Rigopiano La Terra e la Neve. A cura di Franco Pasquale. Postfazione Assunta Ferraro. –Maria D’Alessandro ‘Montagna Madre’. Editoriale Tabula fati. Chieti, 2017. 

Poesia Desplegada. Compiladora Marita Rodriguez-Cazaux –Maria D’Alessandro ‘Te arropan lectura heredadas’. Editorial Dunken. Ciudad Autonoma Buenos Aires, 2019. 

"Raccontami L'Abruzzo " Volume 2. A cura Rita La Rovere. Posfazione Vito Moretti. -Maria D'Alessandro 'Oh! Mio caro amore'. Reggio Calabria. Editoriale Tabula fatti. Chieti, 2019.

Ha partecipato nella Antologia poetica Art7tv volume 5 (E-Books). Buenos Aires, Vinciguerra Fundación Argentina para la Poesia 2020.

 

Recensione a cura di Elisabetta Mancinelli 

email:  mancinellielisabetta@gmail.com