giovedì 13 marzo 2025

Gabriele D'Annunzio, la produzione dannunziana. SECONDA PARTE


Gabriele D’Annunzio nella sua vasta produzione si è dedicato a molteplici generi: poesia lirica, poesia epica, romanzo, novelle, teatro, scritti di critica, cronaca giornalistica, prosa d'arte e questa variegata prolificità mostra la sua grande apertura mentale, verso i più svariati campi. Egli sa, infatti, combinare modelli antichi e moderni contraffacendoli secondo le proprie strategie. Molta parte della critica è d’accordo nel ritenere che la grande poesia dell’ultimo Ottocento e inizi del Novecento si possa riassumere in tre opere: Odi Barbare, Poemi conviviali e il libro di Alcyone: Carducci, Pascoli e D’Annunzio. D’Annunzio produsse una sterminata opera di prosa e poesia senza riposo e con inesausta fatica e , piaccia o non piaccia, è stato comunque uno dei più grandi poeti italiani. Elemento essenziale dell’opera dannunziana è la parola. Ogni parola era per lui, come per istinto una cosa nuova, una creatura viva; fin dai suoi primi scritti fu collezionista appassionato di termini disusati che rimetteva in uso per ridare luce a parole dimenticate e incastonarle nelle sue opere. In questo riconobbe sempre come maestro il Carducci raccolse il suo insegnamento e lo ampliò. La sua ricerca fu intensa e si valse di un senso della lingua non più profondo ma certamente più esteso. Risalì fino ai trecentisti, non aveva paura dell’arcaismo che, per la sapienza della collocazione, serviva a dare a un verso o ad un periodo una colorazione singolare. Questo studio accurato della parola non è tutto lo stile ma è un elemento costitutivo di esso. La ricchezza della parola era un mezzo non un fine, anche se nel tardo D’Annunzio sopraggiungerà l’abuso, proprio nelle opere che più contano che caratterizzeranno il fenomeno letterario e non solo, definito dannunzianesimo.

LA POETICA

La poetica e la poesia del D’Annunzio sono l’espressione più appariscente del Decadentismo italiano. Dei poeti decadenti europei egli accoglie modi e forme, senza però approfondirne l’intima problematica, ma usandoli come elementi decorativi della sua arte fastosa e composita. Aderisce soprattutto alla tendenza irrazionalistica e al misticismo estetico del Decadentismo, collegandoli alla propria ispirazione narrativa, naturalistica e sensuale. Egli rigetta la ragione come strumento di conoscenza, per abbandonarsi alle suggestioni del senso e dell’istinto; spesso vede nell’erotismo e nella sensualità il mezzo per attingere la vita profonda e segreta dell’io. Cerca una fusione dei sensi e dell’animo con le forze della vita, accogliendo in sé e rivivendo l’esistenza molteplice della natura, con piena adesione fisica, prima ancora che spirituale. E’ questo il “panismo dannunziano”, quel sentimento di unione con il tutto, che ritroviamo nelle poesie più belle di D’Annunzio, in cui riesce ad aderire con tutti i sensi e con tutta la sua vitalità alla natura, vi si immerge e vi si confonde. La poesia diviene quindi scoperta intuitiva; la parola del poeta, modulata in un verso privo di ogni significato logico, ridotta a pura musica evocativa, coglie quest’armonia e la esprime continuando e completando l’opera della natura. La sua vocazione poetica si muta poi in esibizionismo e la poesia vuol diventare atto vitale supremo, estremamente individualistica e irrazionale. Alla base del pensiero dannunziano è possibile riscontrare, oltre al citato Panismo due componenti : Estetismo e Superomismo che si manifestano con l’esaltazione del primitivo, dell’erotismo o quella sfrenata del proprio io.

L’ESTETISMO

L’estetismo in lui è il culto del bello: vivere la propria vita come se fosse un’opera d’arte, o al contrario vivere l’arte come fosse vita. Quest’atteggiamento, preso dal Decadentismo francese, corrisponde alla personalità del poeta: l’esteta che si limita a realizzare l’arte, ricercando sempre la bellezza; ogni suo gesto deve distinguersi dalla normalità, dalle masse. Di conseguenza vengono meno i principi sociali e morali che legano al contrario gli altri uomini. Il superuomo assomiglia all’esteta, ma si distingue per il suo desiderio di agire, considera la civiltà un dono dei pochi ai tanti e per questo motivo si vuole elevare al di sopra della massa.

Definito da B. Croce "dilettante di sensazioni", D'Annunzio interpreta da un punto di vista superomista il gusto decadente e intende il poeta come soggetto inimitabile. L'arte è attività suprema, fortemente soggettiva ed esaltante. "Il Piacere" è considerato dalla critica la vera e propria "bibbia" del decadentismo estetico italiano. Tuttavia, considerando la dimensione che assunse il simbolismo-decadentismo in Europa, dobbiamo considerare l'originalità, se non l'eccezionalità, di un tale autore. Andrea Sperelli, il protagonista, è un personaggio autobiografico, poiché è l'incarnazione di quello che l'autore avrebbe voluto essere. Esteta fino all'eccesso, Andrea Sperelli (alias di D'Annunzio) vive da uomo fuori dal comune perché eccezionalmente dotato e raffinato. Nel romanzo il poeta ricerca la bellezza in una donna affascinante e sfuggente, espressione di ciò che può ammaliare un esteta.

IL SUPEROMISMO

Il mito del superuomo costituisce l’impronta dominante dell’opera, della vita stessa di D’Annunzio. Concezione che riprende dal filosofo tedesco Nietzsche, di cui però trascura la profondità filosofica che mira a proporre una dimensione umana che vada oltre l’immiserimento storico dell’uomo. Per D’annunzio infatti il superomismo si traduce soprattutto in eccentricità ed affermazione dell’individuo sulla massa. C’è nel poeta il desiderio di imporsi, di agire e ciò spesso sconfina in megalomania riscontrabile già nel poeta adolescente. D’Annunzio, avendo rifiutato di porsi una problematica del vivere, si proietta in una vita attiva e combattiva. Il suo vitalismo si rivela in due sensi: come insofferenza di una vita comune e normale e come vagheggiamento della "bella morte eroica". In lui il superuomo trova la sua perfetta identificazione con l'artista : non è tanto la vita a tenere dietro l'arte, ma l'arte a seguire le eccentricità della vita e questo costò al poeta un'accusa di superficialità.

LE OPERE

D’Annunzio esordì nella società con opere in prosa poesia e sceneggiature teatrali, esordì nella sua carriera di scrittore proprio come poeta, pubblicando il "Primo vere", raccolta di ispirazione carducciana, che nasce nel dicembre dell'anno 1897, durante la frequentazione, da parte del giovane Gabriele del Reale Collegio Cicognini. e rappresenta la prima esperienza per il D'Annunzio nel campo della poesia. Si compone di 26 poesie, ciascuna dedicata ad un rappresentante della famiglia, ad un amico oppure alla musa ispiratrice, di nome Lilia; è poi presente un'appendice che contiene quattro traduzioni di Orazio. Nel 1898 uscì il Canto Novo raccolta sempre secondo lo stile carducciano nelle forme poetiche, ma la tematica e i toni sono nuovi e il vitalismo dannunziano si manifesta con particolare vigore. La natura é rappresentata nel suo tripudio di luci, colori, odori e con essa il giovane poeta stabilisce un «rapporto di tipo solare, panico» (Zaccaria), proteso alla più piena fruizione, al godimento, a una sorta di mitica fusione. L'edizione definitiva è divisa in due parti, scandite a tre "Offerte votive": all'inizio, a Venere; nel mezzo a Pan; nella conclusione ad Apollo. Una terza e importante raccolta dell'esordio fu "Intermezzo di rime", dove il tema erotico viene invece sviluppato appieno. Per quel che riguarda la prosa, D'Annunzio dapprima sviluppa il filone verista, partendo da Verga e cercando di imitarne il realismo pubblica (1902) le "Novelle della Pescara", ambientato in quello che allora era il villaggio di Pescara e nella campagna circostante, utilizzando anche alcuni testi già apparsi nelle raccolte Il libro delle vergini (1884) e San Pantaleone (1886).

L'opera nasce come raccolta di canti, con temi diversi, che acquisiscono unitarietà proprio in relazione all'elemento caratterizzante che è il territorio. D'Annunzio, inserendo con violenza se stesso e i suoi sentimenti ,descrive una terra abitata da persone impulsive, irruente ed a volte, anche brutali: emozioni ed impulsi che trovano nel territorio la loro radice poiché D'Annunzio le riconduce ad un sentimento collettivo, in quanto condiviso da tutti gli abitanti dell'area. Si dedica quindi al romanzo e pubblica il suo primo grande capolavoro, "Il piacere" (1889), considerato a ragione il manifesto dell'estetismo italiano, in cui la forma e l'apparenza dominano su tutti gli altri valori. Protagonista è Andrea Sperelli D'Ugenta, educato dal padre al piacere e all'estetica, che si configura come il primo eroe dannunziano e che preannuncia le caratteristiche di quelli che saranno i superuomini nei romanzi successivi. Nella Roma di fine secolo, dove si ambienta il romanzo, D'Annunzio propone gli ambienti mondani e nobili della città; il romanzo è ricco di amori estetizzati e in linea con il piacere dannunziano. Nel 1893 compone il "Poema paradisiaco": il titolo, dal latino Paradisius = giardino, letteralmente equivale a "poema dei giardini". In esso il poeta, stanco di mentire e di vivere la società esteta, medita sui luoghi natii e sulla loro la purezza e li fa sentire "più veri". Vi raccoglie liriche composte a partire dal 1891. Si puo' dire che l’opera, nella maggioranza dei suoi versi, esprime un momento psicologico, una disposizione umana, una tematica che sono alternativi a quegli atteggiamenti e a quei temi (il piacere, il pagano godimento) che fino ad allora il poeta aveva espressi. Il poema diventa per D'Annunzio come un lavacro di innocenza dopo l'esaltazione dei miti di barbarie e di lussurie. Per i crepuscolari il Poema paradisiaco sara' un fondamentale punto di riferimento. Subito dopo cerca temi nuovi e si dedica alla lettura di alcuni autori russi come Tolstoj o Dostoevskij; tenta quindi l'approccio ai drammi morali: in questa ottica pubblica due romanzi, "Giovanni Episcopo" (1891) e "L'innocente"(1892). Da quest'ultimo il regista Luchino Visconti trasse un film nel 1976. In queste opere D'Annunzio diede di nuovo prova di saper assorbire e rielaborare con straordinaria rapidità i più vari modelli espressivi: è evidente tra gli altri l'influenza di Tolstoj e di Dostoevskij, mentre nelle Vergini delle rocce (1895) il riferimento ideologico è al filosofo Friedrich Nietzsche, anche se in D'Annunzio la figura del superuomo mantenne una forte componente estetizzante. In seguito a questa esperienza e alla lettura di Nietzsche inizia un ciclo di romanzi detti" del superuomo".

Il ciclo si compone di tre opere. La prima: "Le vergini delle rocce" è un romanzo ritenuto il manifesto politico del superuomo, che ha per protagonista Claudio Cantelmo; egli è il superuomo e pensa che non gli basti una vita per poter realizzare questo suo desiderio di potenza e azione, decide quindi di avere un erede. Frequenta così una famiglia di grande nobiltà borbonica e dovrebbe scegliere tra le tre fanciulle di questa famiglia la donna con la quale avere l’erede. Di queste tre ragazze una è caratterizzata da grande sensualità e bellezza fisica, un’altra da grande bellezza spirituale e la terza da grande erudizione. Il romanzo si conclude con la sconfitta del superuomo, perché Cantelmo non può avere una fanciulla che possegga tutte e tre le caratteristiche. La seconda opera: "Il trionfo della morte" (1894), ritenuto il manifesto sensuale, è narrato in terza persona con il solito stile fastoso e musicale. Dominano i toni cupi e tutto è pervaso da un senso funereo di orrore. Con questa opera D'Annunzio vuol creare la prosa moderna in cui si fondono scrittura d'arte e lirica, e in cui siano prevalenti i valori formali ed autobiografici. La terza "Il fuoco" (1900) è considerato invece il manifesto letterario: il personaggio è Stelio Effrena, procacciatore di emozioni in una Venezia sfacciatamente romantica e "… magnifica e tentatrice ne cui canali, come nelle vene di una donna voluttuosa, incominciava ad accendersi la febbre notturna". In esso c’è piuttosto palese il parallelismo tra Stelio e D'Annunzio stesso, tra la "Foscarina", l'amante del protagonista nel romanzo, ed Eleonora Duse. Momenti di altissima poesia, e di suggestioni squisitamente inebrianti, giochi verbali degni di suggestioni, soprattutto nelle descrizioni dei giochi d'amore tra i protagonisti. Il romanzo in definitiva è avvolgente, un tipico manifesto dannunziano, con tutti gli eccessi: il messaggio superomistico, l'autocompiacimento esasperato della penna narrante, oltre al carattere vincente mai smorzato da debolezze "verosimili", veramente umane. Un romanzo con una coppia al centro, all'apparenza, anche se il complesso comunica una fine costruzione di un piedistallo, sul quale D'Annunzio pone i suoi dei interiori. Nel 1903 dopo "Le faville del maglio", un'opera in cui il poeta proietta tutti i suoi ricordi, compone "Il libro delle laudi" o, semplicemente, "Le laudi". In questa raccolta, ed in particolare nel terzo libro, "Alcyone", ci troviamo di fronte alla summa poetica del D'Annunzio, in cui la parola diventa musica e il suono viene a dominare sul significato. È da quasi tutta la critica considerata l’opera massima, poesia pura melodia e colore, potenza verbale e ritmo musicale ma soprattutto per la parte che ha in essa il mito. Ricorre alle immagini e figure mitologiche e le trasforma in materia con un’interpretazione nuova e geniale, come nel ditirambo di Icaro, e la sua fantasia ricca gli consente di creare favole nuove. Abbandona sia le pretese superomistiche che quelle tribunizie di poeta-vate e celebra la natura, ma senza la carica di sensualismo vitalistico del Canto novo, nè il manierato e languido abbandono del Poema paradisiaco; il paesaggio diventa stato d'animo, lo spettacolo della sera si fa suggestivo volto femminile. Non a caso fanno parte della raccolta due delle liriche più belle del poeta: La pioggia nel pineto e La sera fiesolana. Per quel che riguarda la dimensione teatrale compose diverse opere tra le quali: La fiaccola sotto il moggio, La città morta e Cabiria, che fu un soggetto cinematografico e testimonia la poliedricità e il tentativo di incursione del poeta in tutti i campi della produzione artistica. Merita una particolare menzione "La figlia di Iorio" che è l’ultimo frutto di questa tradizione secolare che rifacendosi a Virgilio rinasce gloriosa con la tragedia pastorale. Un presagio era già nelle "Novelle della Pescara" e in certi capitoli del "Trionfo della morte" ma, da quella vita remota e primitiva lirica e pittoresca della gente d’Abruzzo, il poeta sa creare un ambiente mitico ricco di fantasia in cui si colloca come in un presepe, la propria figura. L'ultimo romanzo di un certo valore D’Annunzio lo compose nel 1910: “Forse che sì forse che no”. In esso i simboli della modernità (automobile ed aeroplano) diventano i mezzi per l’espansione dell’ego del nuovo superuomo, il coraggioso pioniere della velocità, automobilista ed aviatore. L’ultima produzione, definita "prosa notturna", raffigura un ridimensionato eroe, un uomo anche assalito da paura, malinconia, dolore, angoscia. La poesia lascia il posto a una prosa musicale sincera e a una voglia di confessare le proprie emozioni. "Ricercando me stesso, dice nel Notturno, non ritrovavo se non la mia malinconia. Ricercando il mio silenzio, non ritrovavo se non la mia musica". E appunto nel racconto dei suoi mesi di "clausura" e privazione della luce, nel suo diario "notturno" scritto in un periodo di cecità dovuto ad un incidente aviatorio in cui perse un occhio, s'intravede un D'Annunzio poeticamente musicista, con forme liricamente sciolte e "moderne", più vicine al nostro sentire. Scriveva Alfredo Gargiulo nel suo saggio uscito sulla "Ronda" nel 1922: "Così, assai probabilmente, nella sua intenzione il "Notturno" dovette svolgersi, sì, come racconto più o meno realistico di quelle vicende, ma anche come una specie di composizione musicale, un seguito tutto legato di motivi".

L'ultima opera, a cui il Poeta si dedica nel ritiro del Vittoriale, porta il titolo: “Cento e cento pagine del Libro Segreto” e venne pubblicata nel 1935. Contiene considerazioni sul presente e ricordi affioranti dalle zone più diverse del passato che evidenziano il forte sentimento di legame con la sua terra, con la sua gente e con i suoi familiari e con la sua casa, luogo di imprese memorabili infantili: Via crucis, Via necis Via nubis ecc. A quest’opera, giudicata dalla moderna critica la più autentica dell'ultimo D'Annunzio egli affida le ultime riflessioni nate da un ripiegamento interiore ed espressi in una prosa frammentaria e sono la testimonianza della capacità del poeta di rinnovarsi artisticamente anche alle soglie della morte, giunta l'1 marzo 1938. Su D'Annunzio e sul valore complessivo dell'opera dannunziana, la critica non è sempre concorde. C'è chi come Croce e gli idealisti in generale lo definiscono "dilettante" di sensazioni, ai livelli più superficiali legati al senso più che al sentimento. Le analisi più profonde del suo fare poetico sono invece venute da Gargiulo, Serra e De Robertis che hanno scandagliato più la sua arte che l'uomo e dalle quali emergono opere che influenzeranno anche parte della letteratura del ‘900. Quelle ricorrenti nella "critica positiva" sono: Canto Novo, Alcyone e il Notturno dall’impressionismo abbastanza vicino alla letteratura dei vociani. In sostanza la critica condanna le opere in cui vi è commistione di superuomo e follia ed esalta l'opera poetica, la lirica che tocca con l'Alcyone il punto più alto. I documenti sono tratti da: “Gabriele D’Annunzio” a cura dell’istituto di divulgazione dannunziana Roma MCMLII, dall’Archivio della Sovrintendenza per i beni culturali per l’Abruzzo e da: “D’Annunzio documenti e testimonianze” di M. Vecchioni.

Le immagini sono tratte dal patrimonio fotografico di Tonino Tucci

Ricostruzione storiografica a cura di Elisabetta Mancinelli.

e-mail: mancinellielisabetta@gmail.com

lunedì 10 febbraio 2025

Pescara, l'antica Filanda Giammaria diventa La "Casa Delle Donne" Abruzzesi. Nobile progetto come Trait D'Union tra passato, presente e futuro.


La struttura inaugurata nel 1900 testimone dell’emancipazione femminile attraverso il lavoro, che seppure in condizioni di salari bassi, e totale assenza di norme igienico-sanitarie, rappresentò un importante traguardo per molte donne pescaresi e non solo, ai fini del riscatto sociale ed economico, che operando nella Filanda potevano garantire ai propri figli una vita dignitosa e contribuì al tempo stesso alla crescita sociale ed economica della intera nostra città. La Filanda Giammaria rappresenta il luogo identitario in città della forza e delle energie delle donne delle passate generazioni, ricostruirla per farne una Casa delle Donne, ed un museo del lavoro femminile, significa trasmettere, tramandare alle generazioni future, la dignità ed il coraggio di queste donne.

LA FILANDA GIAMMARIA

La storia

Ciò che oggi rimane del complesso Giammaria costituisce una testimonianza particolarmente significativa dell’evoluzione della società pescarese, che nei primi anni del Novecento passò da un’economia locale legata alle attività rurali, alla produzione a carattere industriale. La proprietà, posta agli inizi della zona pedemontana dell’originaria Castellamare, faceva parte di quella fascia di residenze signorili di cui sono ancora testimonianza le ville che costeggiano i colli. Essa comprendeva vari edifici, dei quali solo tre sono oggi esistenti: la residenza padronale, di forme neo-medievali; l’edificio in mattoni che ha ospitato la filanda; il casino. Quest’ultimo compare già nel Piano direttore della Piazza di Pescara e del terreno che la circonda redatto dagli austriaci nel 1821 e attualmente conservato al Kriegsarchiv di Vienna, dove emerge un assetto ancora agricolo dell’area, con poche case e ville sparse, molte delle quali ancora esistenti e fondamentali per ricostruire l’identità e lo sviluppo storico dell’odierna Pescara.


Il casino

E’ l’edificio più antico del complesso, oggi in un pessimo stato di conservazione, ma ancora in grado di rivelare la storia delle sue trasformazioni e dell’intero complesso. Nell’attuale configurazione, il casino risulta privo dell’avancorpo coperto a terrazzo e della torretta-piccionaia che costituivano in passato rispettivamente l’ingresso principale e l’accesso posteriore dell’edificio. Il restante volume compatto, articolato in due livelli, è probabilmente l’esito di alcuni interventi di trasformazione e ampliamento di un impianto originario dalle vicende costruttive difficilmente inquadrabili, data l’assenza di fonti documentarie certe. La struttura, interamente realizzata in mattoni, è riconducibile alla casa rurale abruzzese articolata in abitazione, accessibile tramite una scala esterna, sovrapposta al rustico, funzionale all’attività agricola. Legando l’edificio all’evoluzione del contesto, è ipotizzabile che la comparsa di un primo nucleo abitativo e le successive stratificazioni siano ascrivibili ad un arco temporale successivo alla fondazione del vicino convento dei Cappuccini (1631). Lo sviluppo di attività produttive lungo l’asse di collegamento tra la sede dell’ordine religioso e il santuario della Madonna dei Sette Dolori, definisce infatti, tra XVIII e XIX secolo, un panorama di case sparse su fondo agricolo in cui compaiono “casini di buona struttura” spesso belli oggi fagocitati dall’edilizia intensiva di scarsa qualità architettonica che si è sviluppata a partire dalla metà del secolo scorso.
Il casino Giammaria ricalca nell’impostazione planimetrica e nella distribuzione interna gli schemi insediativi abbastanza comuni nel subappenino abruzzese e nella valle del Pescara: pianta quadrangolare sviluppata in due livelli, produttivo e residenziale, copertura a padiglione, scala esterna, configurata nella variante a rampe a gomito simmetriche e convergenti, sotto le quali si apre l’accesso principale ai locali di servizio del pian terreno. Un’immagine databile ai primi anni del ’900, nella quale compare anche la filanda, ritrae il fronte principale ancora oggi chiaramente leggibile.

Il palazzetto Giammaria

L’edificio in mattoni con torre e merlatura che rappresenta l’elemento più noto del complesso Giammaria, è in realtà la residenza padronale della famiglia, costruita a partire dal 1927. Il progettista, Attilio Giammaria, compie gli studi universitari a Milano, dove si laurea nel 1924 in Ingegneria Civile. Dal 1928, oltre a portare avanti un’intensa attività professionale, partecipa anche alla Commissione straordinaria per l'Amministrazione della neo costituita Provincia di Pescara. Numerosissimi i suoi progetti, spesso firmati insieme con Vincenzo Pilotti, altro protagonista della vicenda pescarese della prima metà del Novecento. Tra le sue opere più importanti, oltre a palazzo Muzi e al teatro Massimo, si ricordano, la Casa del Mutilato, il campanile della chiesa del Sacro Cuore, il progetto di ospedale per malattie infettive. Nel dopoguerra ha diretto i lavori di restauro di villa De Landerset, ed è stato presidente del Consorzio di costruzione del comparto edilizio del settore sud di Piazza della Rinascita.

Da quanto è possibile ricostruire sulla base della documentazione cartografica, il palazzetto non riutilizza costruzioni precedenti, ma fu realizzato al posto delle antiche scuderie del complesso, a quanto risulta completamente demolite per far posto all’attuale costruzione. Per la sua realizzazione, originariamente diviso in due appartamenti, i proprietari scelsero un progetto di gusto neomedievale, del tutto vitale nell’Italia dell’epoca, non ancora orientata sulle “mode” di stampo razionalista che si diffonderanno a partire dagli anni Trenta. La residenza dei Giammaria assume un aspetto di piccolo castello con due ali laterali merlate, un corpo centrale e una torretta, anch’essa con merli su beccatelli, aperta in alto da una trifora impostata su modelli già rinascimentali. L’edificio ha subito poche modifiche e soprattutto interne, con la suddivisione in quattro degli originari due appartamenti. Resta anche con gli inevitabili segni del degrado dovuti alla scarsa manutenzione, una viva testimonianza che illumina sulle tendenze culturali della Pescara del 1927 ormai capoluogo , in cui i ricordi dell’eclettismo ottocentesco si mescolano alle esigenze di rinnovamento portate in città dalla nuova classe dirigente.

La filanda
Costruita in prossimità del casino, la filanda risulta inaugurata, secondo alcune fonti nel 1900. L’abbandono parziale della fabbrica sembra legato alle distruzioni portate dalla seconda guerra mondiale, a Pescara particolarmente violente. Le tracce ancora presenti sul sito all’epoca del rilievo nel 2005, consentono di fare riferimento ad un complesso originariamente costituito da 3 corpi affiancati, a sviluppo rettangolare e presumibilmente coperti da tetto a capanna. Dei tre corpi solo quello centrale, mantiene l’impianto originario. Il padiglione nord, oggi totalmente scomparso, portava i segni di una trasformazione in officina probabilmente risalente agli anni Cinquanta, e quello a sud era ridotto a pochi brani. In pessimo stato risultava anche la piccola casa che si addossava al complesso sul lato sud.
Il padiglione centrale si presenta come un corpo unico in mattoni faccia vista diviso all’interno in due livelli; il piano superiore, sostenuto da un tavolato ligneo ancora visibile, fungeva da magazzino. La fabbrica era dotata di ampie vasche per il trattamento delle fibre vegetali andate distrutte a seguito della costruzione del parcheggio dell’Ospedale Civile. L’edificio ricalca la conformazione tipica di molti complessi industriali della seconda metà dell’Ottocento: struttura portante in mattoni, solai in orditura lignea sorretti da sottili pali di legno e copertura a capriate. Uno dei lati maggiori è irrobustito da pilastri sporgenti, pensati per alloggiare le capriate lignee della copertura. All’esterno, il semplice volume si presenta con la scabra superficie del mattone e con una successione di semplici finestre: unico elemento decorativo è la cornice in laterizi di taglio, molto frequente nelle simili costruzioni coeve. Nel complesso, un edificio funzionale e sobrio, con una chiara destinazione produttiva, che rappresenta un buon esempio di archeologia industriale a Pescara, interessante soprattutto perché la combinazione villa-residenza-produzione industriale si ripete lungo tutta la costa e trova nella stessa Pescara, come villa Forlani con annessa fornace, esempi analoghi.

Tutta da scrivere la storia delle lavoratrici e dei lavoratori che operarono nella Filanda: tuttavia, la semplicità del fabbricato e le foto superstiti parlano di un impianto relativamente contenuto, ma con macchinari aggiornati, per una produzione che dovette già essere orientata in senso industriale.




PERCHÉ CONSERVARE LA FILANDA? 

L’edificio della Filanda Giammaria è una testimonianza storica rilevante, anche perché inserito in un complesso abbastanza ben conservato e circondato dal verde. A seguito di un eccessivo allarme sulla stabilità dell’edificio, lo scorso ottobre il Comune ne autorizzava la messa in sicurezza, purtroppo estesa, con la demolizione di circa metà dello stabile. Non si tratta di un intervento necessario a causa della vetustà dell’edificio e del pericolo per gli abitanti e, anche se dato l’abbandono in cui versava l’edificio, si erano verificate limitate cadute di calcinacci e tegole, sul lato opposto rispetto a quello demolito, nessuna lesione grave si era manifestata agli abitanti delle case circostanti. L’intervento è stato condotto dagli attuali proprietari dell’immobile, che avevano stipulato con la stessa Amministrazione un accordo finalizzato alla costruzione nella stessa area di nuove abitazioni. Sembra di assistere alla ripetizione di un copione già noto, andato in scena varie volte nella vita recente e passata della città. La ex Centrale del Latte demolita nel 2010 era sfuggita alla memoria storica collettiva e non erano state prese adeguate misure per la sua salvaguardia, malgrado si sapesse dell’importanza storica e del valore estetico dell’edificio. E il caso ancora più eclatante dell’ex Teatro Pomponi, anch’esso dichiarato pericolante perchè gli emergenti costruttori avevano programmato per quell’area degli edifici. Nel caso della Filanda, invece, prima della demolizione era da mesi in discussione e poi in adozione presso la stessa Amministrazione Comunale la “Variante di salvaguardia del patrimonio storico-architettonico al PRG”, che aveva posto nella dovuta attenzione la conservazione dell’edificio. Questa volta, quindi, si era in possesso degli strumenti necessari per salvare l’immobile. I legittimi interessi acquisiti sono fuori discussione. E chi oggi chiede il salvataggio della Filanda si pone l’obiettivo di un rispetto pieno della legge e delle procedure. Ma ci si chiede anche se sia possibile pensare ad un’altra forma di gestione della città: in cui non si pensi solo ad aumentare le cubature , ma anche a luoghi di interesse culturale, economico, sociale, sostenuti dagli edifici portatori della memoria comune, come è accaduto al Matta pescarese. E’ quanto fanno le città di tutto il mondo, dai mattatoi alle centrali elettriche, agli edifici ex industriali di tutti i continenti. Perché i giovani pescaresi in visita a Barcellona, a Nantes o ad Atene, pronti a stupirsi davanti all’edificio del primo Novecento che oggi ospita attività culturali, ricreative o economiche non possono vedere la propria città proiettata nello stesso orizzonte culturale? Solo un “vincolo”, quello della competente Soprintendenza, la poteva salvare ed è stato affermato. La Filanda non vale solo come testimonianza in sé, ma anche e soprattutto come parte di un’antica proprietà incentrata su altri due edifici: il casino, di origine forse settecentesca e la residenza principale, costruita in forme neomedievali nel 1927. Salvare la Filanda significa quindi salvare una possibilità di pensare alla città in modo diverso, più in sintonia con i modelli occidentali e con il ruolo che Pescara deve giocare in ambito anche internazionale. Il salvataggio della Filanda non è quindi un capriccio di nostalgici irriducibili, ma il segno tangibile e forte di un nuovo sviluppo della città.


Articolo a cura di Elisabetta Mancinelli

email mancinellielisabetta@gmail.com

martedì 19 novembre 2024

Intervista a Tonino Tucci, l'eclettico fotografo della vita pescarese degli anni '70 e '80.

 


BIOGRAFIA 

Tonino Tucci nasce a Pescara il 1 giugno 1938. 

Sin dall’età di dodici anni maneggia le prime macchine fotografiche, ne viene incuriosito e ne subisce il fascino. Inizia a praticare quest’ arte a sedici anni, man mano acquisisce nozioni ed esperienze e sviluppa le sue innate potenzialità. Anche durante il servizio militare gli viene assegnato il compito di fotografo della Compagnia e svolge con amore ed interesse sempre crescenti questa attività. Tornato a Pescara rileva uno studio fotografico in via Galilei dove, da subito, mette in mostra il suo talento, con servizi fotografici di alto livello. Viene poi chiamato da “ll Messaggero” di Roma che gli affida l’incarico di fotoreporter per le pagine di Pescara e Provincia. Collabora con la redazione de “Il Tempo” e viene poi assunto come fotografo da “ll Resto del Carlino”. Fotografo eclettico riesce a dare il massimo nei servizi fotografici riguardanti teatro, concerti, jazz e cultura in generale ma anche nello sport e nella moda. Partecipa al concorso fotografico per il 50° anniversario del Comune di Pescara e vince il 1° Premio. Nell’anno 1974 Lucio Fumo, responsabile del Festival Jazz di Pescara, gli affida il compito di fotografo della manifestazione. Le sue immagini appaiono su tutte le riviste specializzate anche americane. 

Viene nominato fotografo ufficiale della Pescara Calcio negli anni delle tre promozioni in serie A. Fotografo della mondanità pescarese negli anni ’70 e ’80 è testimone di questi anni insieme alla sua inseparabile macchina fotografica, fermando immagini di storie belle e meno belle della vita di Pescara e dei pescaresi e conoscendo personaggi del cinema, teatro e sport dell’epoca. Riceve diversi riconoscimenti tra cui il secondo premio per il concorso sulla “Porta del Mare”. E’ il fotografo ufficiale del Primo Giro ciclistico d’Abruzzo a tappe e fotografo di scena nel film “La sposina” girato a Pescara. La sua curiosità e creatività lo portano ad affacciarsi anche al mondo del teatro e, dopo aver frequentato un corso di dizione e recitazione con Antonio Calenda, nel 1980 entra a far parte della compagnia “Giovani oggi” di Pescara. Trasferitosi a Spoltore nel 1985 il suo entusiasmo coinvolge i giovani del paese con i quali organizza spettacoli teatrali a cui partecipa sia come attore che come regista. La sua passione per la fotografia lo spinge ad insegnare quest’arte ai bambini della Scuola Elementare del paese, affascinato dal gran desiderio di trasmettere alle giovani generazioni le proprie conoscenze.

Espone il suo ricco patrimonio fotografico in diverse mostre personali. Da una sua idea nasce il 1° Concorso fotografico “L’aratro d’oro” a Cavaticchi di Spoltore. Attualmente si dedica a letture di brevi racconti e poesie, con la predilezione per i versi di D’Annunzio che lo affascinano per la loro musicalità. Contemporaneamente il suo animo romantico e poetico ed il suo occhio fotografico sempre attento, lo portano a catturare immagini del mare e delle campagne del nostro Abruzzo, riscoprendo la dolcezza delle nostre colline dalle forme sinuose ricche di vibranti sfumature cromatiche e la particolare bellezza delle coste chietine disseminate di trabocchi da Ortona a Punta Aderci di Vasto.



INTERVISTA AL FOTOGRAFO.

Quando un raggio di sole, da un cielo coperto, cade su un vicolo squallido, 
è indifferente che cosa tocca: il coccio di una bottiglia per terra, 
il manifesto lacerato sul muro, o il lino biondo della testa di un bambino. 
Esso porta luce, porta incanto, trasforma e trasfigura.

Hermann Hesse


Come si è avvicinato alla fotografia? 

Naturalmente, sin dall’età di dodici anni ho cominciato a maneggiare le prime macchine fotografiche perché ne ero incuriosito, poi per personale attitudine e inclinazione verso questa arte, a sedici anni ne ho iniziato lo studio, acquisendo nozioni ed esperienze e sviluppando le mie potenzialità.


La fotografia per lei che cos'è?

Non solo è un modo di fermare la realtà che ci circonda ma è una forma d’arte che mi permette di esprimere la mia interiorità: le mie sensazioni, emozioni, suggestioni e vibrazioni dell’anima.


A proposito di colori lei preferisce il bianco e nero o il colore?

Ho sempre distinto il bianco e nero dal colore. Sono due modi differenti e diversi di fotografare: dipende dal soggetto, dagli elementi che si desiderano raffigurare. Il bianco e il nero è il mezzo tecnicamente più impegnativo e artistico e si adatta ai volti, ai mezzo busti e agli ambienti e crea un gioco di luci che meglio esalta le caratteristiche somatiche e le immagini. Il colore invece fa parte dell’esistenza in quanto noi vediamo a colori e rispecchia la vita reale.


Ha dei modelli, dei maestri?

Non ho modelli di riferimento, non ho mai imitato fotografi importanti, ma ho attinto da questi nozioni e tecniche per creare immagini confacenti alle mie esigenze personali di raffigurazione di soggetti e paesaggi.

E lei si sente un maestro?

Non mi sento un grande maestro ma semplicemente un insegnante che è affascinato dal desiderio di trasmettere le sue esperienze e le sue tecniche ai giovani.


Lei è stato fotoreporter per importanti giornali. Queste esperienze hanno influenzato il suo approccio all’attività più strettamente artistica?

Sì, avendo lavorato per Il Messaggero, Il Resto del Carlino e Il Tempo ho avuto esperienze formative basilari per la mia formazione professionale che hanno sicuramente determinato e sviluppato il mio senso artistico.

L’occhio con il quale fotografa i diversi luoghi cambia in funzione del soggetto, oppure i suoi scatti riflettono tutti una sua personale poetica?

L’occhio con il quale riprendo le immagini, i paesaggi, cambiano a seconda della luce, del soggetto e della situazione. Lavorando solo in esterni, non in uno studio, la fonte di luce è una sola e non sempre disponibile. Bisogna sapere in anticipo quando ci sarà, di conseguenza occorre recarsi sul luogo delle scene da fotografare per valutare se è quella adatta alla realizzazione delle immagini. In queste situazioni diventa esaltante cogliere l’attimo. È proprio in tali circostanze che si manifesta quel non so che di magico che ci consente di trasfigurare piuttosto che riprendere semplicemente una porzione di territorio. Ed è così che si può catturare l'anima dell'ambiente che ci circonda, che non è altro che il riflesso della nostra anima.


Quali sono i suoi soggetti preferiti?

Il mare e la campagna della mia terra. Questa scelta deriva da un’esigenza del mio carattere, dal mio modo di essere, non è una ricerca ma è insito nel mio animo. Il mare con il suo rumorio, il colore che cambia a seconda della luce, le sue caratteristiche mutevoli: selvaggio, forte, allegro, tranquillo, burbero, arrabbiato, rispecchia la mia indole. Mi affascina, soprattutto d’inverno, quando le onde impetuose si infrangono sulle rocce con i suoi zampilli schiumosi che bagnano la vegetazione selvatica sull’arenile. Adoro anche la campagna d’Abruzzo, dalle stupende immagini come le calde sfumature dei tramonti, i tagli dei terreni appena arati intramezzati dalla vegetazione e da tutte le sue componenti: alberi, fiori, farfalle…Anch’essa come il mare è parte di me, mi appartiene perché delicata, riposante, poetica: in questi elementi mi sento fotografo ma anche poeta.



Perché è così speciale la fotografia di paesaggio e, soprattutto, cosa è realmente la fotografia di paesaggio?

Per me è assolutamente speciale perché fa sì che io mi immerga nella natura dove il mio occhio e la mia macchina fotografica possono spaziare per coglierne i vari elementi: pianure, colline, alberi, fiumi, laghi, mare con i loro colori. Ma preferisco fermare le immagini in primavera e in autunno quando i contorni non sono tenui e sfumati ma ricchi di vibranti tonalità cromatiche.

La sua arte è in continua evoluzione? Quali sono attualmente le sue fonti di ispirazione?

Attualmente , dopo tanti anni dedicati alla fotografia di paesaggio, ho scoperto un modo nuovo di espressione fotografica lo “still-life” , che mi permette di ritrarre oggetti inanimati: frutta, ortaggi fiori, piccole composizioni a distanza ravvicinata. Sollecitato dalla mia fantasia cerco di cogliere la direzione del fascio di luce per convogliarlo sull’oggetto; questa mia personale lettura mi sta rivelando un mondo affascinante e fantastico a cui mi sto dedicando con grande emozione e che cerco di far conoscere a quanti sono appassionati alla fotografia.






























Intervista a cura di Elisabetta Mancinelli

email: mancinellielisabetta@gmail.com


Recapito:



lunedì 28 ottobre 2024

L'Abruzzo da scoprire: Rocca San Giovanni e la sua stupenda costa sui travocchi.


Rocca San Giovanni, è un borgo medievale situato su uno sperone roccioso tra la foce del fiume Sangro e quella del torrente Feltrino in provincia di Chieti. Dall'alto dei suoi 155 metri sul livello del mare domina la terra circostante ricca di torrenti , rigogliosa di vegetazione e di colture di agrumi, cereali e vigneti.

Il Borgo di Rocca San Giovanni è stato certificato come uno dei "BORGHI PIU' BELLI D'ITALIA".

Si tratta di un prestigioso attestato dell'A.N.C.I. che conferma il patrimonio architettonico e storico di questo villaggio, che ha conservato, nei secoli, una ricchezza di reperti e testimonianze delle origini.

 

LA STORIA

La storia e le origini di questo centro sono strettamente legate alla vita dell’Abbazia di San Giovanni in Venere. Il primo documento storico in cui viene menzionato l’abitato è un diploma del 1 marzo del 1047 dell’ imperatore Enrico III indirizzato appunto al monastero di San Giovanni in Venere.

L’antico borgo fu fondato nell’ XI sec. da Oderisio I abate di San Giovanni in Venere che fece edificare il castello e pensò di raggruppare le popolazioni sparse per i casolari campestri in una cinta di mura con lo scopo di dare rifugio, in caso di incursioni , sia agli abitanti che ai monaci intorno a Rocca. Inoltre l’abate inizia la costruzione di monumenti e chiese tra cui la Parrocchiale di San Matteo.

Nel 1195 Rocca San Giovanni passò all’Abate Oderisio II, considerato uno dei migliori nel governo del Monastero, tanto che per i suoi meriti insigni fu nominato Cardinale. Agli inizi del 1200 ingrandisce l’abitato, espande le mura rendendole più possenti, fa costruire tre torri quadrangolari e completa la parrocchiale di San Matteo.
Tra il 1346 e il 1381 l’abbazia di San Giovanni in Venere e la Rocca, in lotta con Lanciano, vivono momenti difficili, che si concludono con l’incendio del borgo.
Poi nel 1456, un forte terremoto rade al suolo buona parte delle abitazioni e della cinta muraria. Nel 1530 i pirati turchi compiono incursioni nel paese facendo prigionieri dei giovani, allora Rocca si munisce di torri di avvistamento per prevenirne le loro scorribande. Ma un altro forte terremoto nel 1627 porta morte e distruzione. La cinta muraria viene poi ricostruita ad opera dei Benedettini che si prodigano molto nel loro restauro. ll borgo partecipa ai moti carbonari, ai quali seguono anni di dura repressione.

Giustino Croce, nato a Rocca nel 1838, fu un patriota che si impegnò con grande coraggio alla diffusione degli ideali di un’Italia unita presso le classi meno agiatee nel 1860guida l’insurrezione popolare e strappa il vessillo borbonico. Gli eventi post-unitari furono notevolmente influenzati dalla presenza della famiglia di Giustino Croce e di suo figlio Ettore, infatti a Rocca San Giovanni si costituì un forte contingente di volontari della guardia nazionale che diedero un notevole contributo alla lotta al brigantaggioe si fece promotore per la costruzione del Palazzo municipale di Piazza degli Eroi e per l’apertura della prima scuola elementare in provincia di Chieti indirizzata ai ragazzi analfabeti delle campagne. Morì a Rocca a 55 anni.

Nel mese di aprile del 2011 è stato a lui intitolato il Palazzo Civico su cui è stata apposta una targa in suo onore. Rocca fu pesantemente coinvolta dagli eventi bellici dell’inverno 1943, che portarono alla distruzione di molte case e dell’antica torre a sud del paese, mentre la Chiesa, il campanile e il camposanto furono danneggiati gravemente dagli attacchi aerei. La diffusione del fascismo, dopo il 1922, fu ostacolata dal deputato comunista Ettore Croce figlio di Giustino.

Rocca fu pesantemente coinvolta dagli eventi bellici e liberata da un contingente di truppe canadesi il 3 dicembre 1943, dopo la sanguinosa battaglia del fiume Sangro. Il dopoguerra venne contraddistinto dalla presenza, quale amministratore pubblico dal 1956 al 1976 del dott. Francesco D’Agostino, medico e fondatore della Cantina Sociale “Frentana” . 


IL CENTRO STORICO

Il cuore il “salotto” del paese l’elemento che lo caratterizza e che colpisce il visitatore è l’elegante Piazza degli Eroi considerata la più bella della provincia con il complesso parrocchiale di San Matteo Apostolo, l’attigua torre campanaria e il Palazzo municipale.

La creazione di una piazza centrale grandiosa ed armonica fu concepita nel 1862 demolendo le antiche abitazioni e progettando un Palazzo municipale che doveva superare in altezza la Chiesa parrocchiale per indicare la superiorità del potere civile su quello religioso.

La arredano il complesso parrocchiale di San Matteo con l’attigua Torre campanaria del XIII secolo a pietra viva dalla forma slanciata, unica superstite delle tre antiche torri quadrangolari raffigurate anche sullo stemma del paese e il Palazzo Municipale del XIX secolo di ispirazione classica, sede di un’interessante raccolta di opere d’arte. Discendendo lungo il corso attraverso piccoli pittoreschi vicoli, che un tempo pulsavano di vita, si raggiunge una splendida terrazza panoramica dalla quale è possibile ammirare la valle sottostante 

LA CHIESA PARROCCHIALE

La Chiesa parrocchiale di San Matteo Apostolo, fatta edificare dall’abate Odorisio in stile romanico, è ancora dotata delle originarie arcate gotiche, la sua struttura attuale, risale al 1200.

L’interno si compone di tre navate divise da piloni che sorreggono cinque arcate a sesto acuto per lato e termina ad absidi semicircolari, come a San Giovanni in Venere. Le arcate sono a doppia ghiera, secondo l’uso del tempo; la zona presbiterale, è anch’essa di costruzione moderna, essendo sparita ogni traccia delle antiche absidi. All’interno sono conservati: una statua lignea della Madonna delle Grazie del secolo XIX, una tela Madonna col Bambino di scuola bizantina del XIV secolo e l’affresco dell’Ultima Cena di Amedeo Trivisonno. Per le sue caratteristiche interne la Chiesa di Rocca San Giovanni rimane unica nel suo genere nella zona frentana.

IL PALAZZO MUNICIPALE

La sua costruzione fu iniziata nel 1862 dopo l’unità d’Italia. Di ispirazione classica fu costruito per riaffermare la rinascita delle istituzioni civiche e possiede una caratteristica unica nella provincia di Chieti: è l’unico edificio comunale che e’ stato costruito per fungere effettivamente da Municipio.


Il palazzo è ad impianto quadrato ed in stile neomedievale lombardo. Al pianterreno è sito un porticato costituito da tre archi a tutto sesto, al primo piano tre aperture con arco sempre a tutto sesto, immettono al balcone con balaustra traforata. La parte centrale della facciata è leggermente avanzata rispetto al resto dell'edificio ed è realizzata in blocchi squadrati di arenaria. All'interno una imponente scalinata d’onore immette nell’ampia sala consiliare. Dal 2001 all'interno vi si svolge una mostra di arte contemporanea che raccoglie sculture, pitture ed incisioni poste sullo scalone interno principale e nella sala consiliare.  

LE MURA

Le mura a scarpa in ciottoli di pietra circondavano un tempo l’intero borgo medievale di Rocca San Giovanni e costituivano la cinta fortificata che offriva riparo alle popolazioni del circondario in caso di assedio.

Resti significativi delle imponenti mura della Rocca, culminanti con l’ancora ben conservato Torrione dei Filippini, sono posti lungo via abate Odorisio e testimoniano l’antica funzione del paese: una rocca a difesa dell’abbazia di San Giovanni in Venere.

Delle mura restano oggi solo alcuni avanzi nella parte orientale, che ricostruite nel 1628, sono state successivamente restaurate nel 1970 mentre le altre mura furono abbattute per dar modo al paese di estendersi e abbellirsi. 

IL MARE DI ROCCA SAN GIOVANNI

Rocca San Giovanni non solo è uno dei borghi più affascinanti della costa abruzzese, ma possiede un lido che per la limpidezza delle sue acque ha meritato più volte la Bandiera Blu d’Europa e anche quest'anno ha avuto le 4 vele di Legambiente. Il punteggio le è stato assegnato non solo in base alla qualità delle acque ma anche in base ad altri elementi come la valorizzazione del paesaggio e dei prodotti tipici, la qualità dell’aria e dell’ambiente.


L’aspetto più affascinante di Rocca San Giovanni è quello dei profumi che raggiungono ogni angolo del paese: ulivi, arance, nespole ma anche pini, ginestre e finocchio selvatico che dalle spiagge salgono su per i sentieri verso la collina.

Due sono i sentieri più caratteristici:

Il sentiero della Pineta in un km e mezzo di passeggiata conduce dalla Pineta al Fosso delle Farfalle, passando attraverso un ruscello, piccoli laghetti e una folta vegetazione.
Il Sentiero della Fonte segue il cammino che le donne percorrevano per andare alla Fonte a lavare e rifornirsi d’acqua.

Il lido di Rocca San Giovanni è caratterizzato inoltre da scorci suggestivi sul litorale con sinuose insenature e piccole candide spiagge ciottolose tra cespugli di ginestre e fazzoletti di terra coltivati. La più grande è quella in località la “Foce”: un piccolo gioiello costiero raggiungibile svoltando al chilometro 484-IV della Statale 16 che corre rettilineo per oltre 600 metri e si stende tra l'antico borgo di Vallevò e Punta Torre, dove sorge l'omonimo Trabocco ancora utilizzato per la pesca di novellame e cefali.

Vallevò è uno degli angoli più pittoreschi della costa abruzzese è un lembo di terra stretto fra un mare limpidissimo e morbide colline che si raccoglie in una manciata di case basse affacciate sugli orti, alcuni Trabocchi, e un porto domestico popolato da piccole barche e numerose trattorie che preparano ottime pietanze con il pescato locale. L’entroterra di Vallevò, al pari della costa, offre notevoli motivi di interesse: la morfologia del suolo è infatti caratterizzata dalla presenza di avvallamenti, i cosiddetti Fossi, disposti perpendicolarmente alla costa e solcati da torrenti che ospitano, tra la vegetazione, delle grotte naturali, che furono, durante la guerra, sicuri nascondigli per partigiani e sfollati. Il fosso più interessante nella zona di Vallevò è certamente quello delle Farfalle che segna il confine comunale tra i territori di San Vito e Rocca San Giovanni. Al suo interno, in cui scorrono acque perenni alimentate da piccole sorgenti, è racchiuso uno scrigno inaspettato di bellezze e valori naturali di grande interesse. L’alta e costante umidità permette lo sviluppo di una vegetazione rigogliosa tipica delle più ampie vallate fluviali, ricca di specie arboree e arbustive come pioppi, salici, olmi ma anche il più raro ontano nero e la farnia, una quercia dalle spiccate caratteristiche igrofile. Per quanto concerne il regno animale, invece, comuni sono i mustelidi, in particolare la faina e il tasso, e i piccoli roditori come il moscardino e il topo quercino. Particolare interesse riveste la presenza dell’ormai raro granchio di fiume, il Potamon fluviatile.

 


LIDO: Cavalluccio

Un’altra spiaggia del Comune di Rocca San Giovanni, tra le più belle della Costa dei Trabocchi è quella del Cavalluccio, a metà strada tra Vallevò e Fossacesia Marina; la baia è facilmente raggiungibile: dalla SS 16 seguendo le indicazioni per l’omonimo ristorante "Il Cavalluccio". La spiaggia, lunga circa trenta metri e larga quattro, per lo più sabbiosa, è caratterizzata da un Trabocco ancora in uso e da un grande faraglione chiamato lo scoglione. Sulla sinistra, raggiungibile a nuoto, una caratteristica rimessa per piccole imbarcazioni e tre lunghe scogliere. Alle spalle della baia, imponente, il promontorio sale in verticale verso il cielo offrendo al visitatore uno spettacolo indimenticabile.

EVENTI TRADIZIONI

Il 9 e 14 Agosto si celebrano la festa della natura, la giornata dell'emigrante e il festival della fisarmonica. Rocca San Giovanni è molto frequentata, soprattutto d'estate per i molti eventi musicali teatrali e religiosi che vi avvengono e per le bellissime e grandi spiagge che accolgono i turisti amanti del mare e quelli curiosi di conoscere l'arte della pesca per mezzo dei caratteristici trabocchi. 

I PRODOTTI

Denominata città del Vino, Rocca vanta due cantine La Frentana e la Cantina San Giacomo che producono vini Doc Montepulciano d’Abruzzo e Trebbiano d’Abruzzo. Se i vigneti si perdono a vista d’occhio, gli ulivi non sono da meno: dalle olive Gentile di Chieti si ricava l’olio Dop: Colline Teatine, un fruttato dai sentori erbacei e di colore verde oro. La Costa dei Trabocchi, regala inoltre una varietà tipica di arance.

PIATTO TIPICO

Acciughe o sardine, mollica di pane, aglio, prezzemolo e olio extravergine di oliva sono gli ingredienti per preparare la “palazzole”, piatto tipico della tradizione marinara locale. Il pane va sbriciolato, si tagliano prezzemolo e aglio, si dispone il pesce a strati alternando gli ingredienti e si inforna.

 

Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli

email: mancinellielisabetta@gmail.com