giovedì 13 dicembre 2018

RENATA chiamata "CICCIUZZA": Unica figlia amatissima da GABRIELE D'ANNUNZIO




Renata Anguissola nacque a Resina (Na) nel 1893 dalla relazione fra d'Annunzio e Maria Gravina Cruyllas sposata al conte Guido Anguissola.
La sua educazione venne affidata nel 1903 al prestigioso Collegio di Poggio Imperiale a Firenze dove ricevette un’ottima formazione culturale.
La decisione venne presa dal padre che voleva sottrarsi ai frequenti contrasti con la madre naturale e favorita finanziariamente dall’attrice e amante del poeta: Eleonora Duse che promise di pagare anticipatamente tre annualità della retta del collegio.Renata, profondamente amata dal padre che la chiamava affettuosamente “Cicciuzza”, viene ricordata per la sua vicinanza ed assistenza al padre nel periodo in cui era in convalescenza a Venezia, nella “Casetta rossa”, per l'incidente all'occhio destro verificatosi dopo un ammaraggio brusco nelle acque di Grado, nel 1916.
A lei si deve la trascrizione e il riordino dei cartigli scritti dal Poeta bendato, utilizzati in seguito per la redazione del Notturno, pubblicato nel 1921.


Durante la permanenza alla “Casetta rossa”, ormai al termine della sua immane fatica, la coraggiosa giovinetta, incontrò l’uomo della sua vita un ufficiale di marina Silvio Montanarella con cui si sposò.
Questa felice unione le consentì di vivere in piena serenità , circondata dall’affetto di nove figli, i restanti anni della sua esemplare esistenza. Renata muore nel 1976 e viene sepolta nei giardini del Vittoriale.
Sopra la tomba su una lapide sono incisi questi versi tratti dal Notturno che il padre le dedica: “La sirenetta appare sulla soglia porta un mazzo di rose è un angelo che si distacca da una cantoria fiorentina quando parla il mio cuore si placa”.




L’AMORE E LA TENEREZZA RECIPROCI TRA IL VATE E RENATA
Renata, la figlia prediletta dal vate, non veniva chiamata col suo vero nome sia dal padre che dai biografi che da lei stessa.



Gabriele usava per lei dei vezzeggiativi: Cicciuzza, Sirenetta, la dolce e ingenua creatura de La Gioconda ed aveva nei suoi confronti un’ infinita tenerezza. Anch’ella ebbe verso il padre fino all’ultimo grande dedizione, abnegazione e pazienza in special modo nella sapiente opera di riordino ed interpretazione dei dieci miglia cartigli che compongono Il Notturno.
La dolce Sirenetta permise dunque la creazione del libro: un vero e proprio “commentario delle tenebre” che ebbe il consenso unanime dei critici anche i più severi.
Dalla lettura delle pagine dell’opera si evince il ruolo che questa eccezionale creatura ebbe nel ripercorrere il doloroso cammino compiuto dal padre Gabriele.
La scena dell’opera si apre col poeta bendato e immobile ,ma folgorato dal divino furore creativo, gli è accanto la piccola Cicciuzza, allora ventitreenne nella veste di infermiera alla quale affida l’arduo compito: di approntare e ordinare i suoi innumerevoli foglietti ciascuno dei quali conteneva a volte un rigo ma molto spesso due e anche tre che si intersecavano e si sovrapponevano tra di loro.


Ma un duro e inatteso colpo venne inferto a Renata da un doloroso episodio che la turbò profondamente: la caduta misteriosa del padre Gabriele dalla finestra del Vittoriale avvenuta il 12 agosto del 1922. Anche in questa occasione, come sei anni prima, Renata accorse al capezzale del padre per dargli quella compagnia e quel conforto che gli occorreva.
Ma al Vittoriale in quel periodo c’era tanta gente, uomini e donne che cercarono a tutti i costi ,per loro particolari interessi, di allontanare dal poeta la figlia prediletta che, dopo aver trascorso l’estate con lui insieme ai suoi figli, scomparve all’improvviso e non si parlò più di lei.
Ma questo episodio increscioso non ebbe durevoli effetti sui rapporti padre-figlia e nello tesso anno il 1925, essi tornarono ad essere quelli di sempre come testimoniano i numerosi telegrammi del poeta che annunziavano con la consueta affettuosità, l’invio di aiuti alla diletta figlia.



A testimonianza dello straordinario rapporto affettivo che il poeta nutrì per la figlioletta Renata vi sono innumerevoli documenti tra cui passi del Notturno e un carteggio ritrovato da Francesco Mazzoni, presidente della Societa' Dantesca di Firenze, tra le carte di Pio Rajna, illustre filologo che era stato prima insegnante e poi presidente del Collegio di Poggio Imperiale a Firenze, il celebre istituto che dal 1903 ospito' la figlia di D'Annunzio.



Alcune affettuose lettere indirizzate alla signorina Eva d’Annunzio Villa Mammarella Francavilla a Mare.
“Io verrò uno di questi giorni a rivederti. Sono molto afflitto da questa lunga assenza. Tu sei la mia piccola ani ma dolce, e il tuo piccolo viso si affaccia dal calice d’ogni fiore ch’io guardi intorno a me. Tutte le mie carezze! Papaletto tuo “
Cara cara Cicciuzza, ho ricevuto oggi la tua letteruzza e l’ho imparata a memoria. Scrivimene un’altra.
Il tuo papaletto lavora come un cane e qui il caldo è già grande. Le paroline di Cicciuzza lo rinfrescano e lo consolano.
Tanti baci dolci su le tue ciglia lunghe. Papaletto tuo.
Roma 20 giugno 1898
“Cara cara Cicciuzza, Papaletto interrompe il lavoro per mandarti tre baci: uno sulla bocca , uno sulla fronte e uno su la mano.
Temo che tu abbia bisogno di qualche cosa e ti mando un po’ di denaro. Abbraccia per me la mamma e non mi dimenticare. Il tuo papaletto”.
Roma 20 giugno 1898
“Cara cara Cicciuzza, scrivi una lettera lunga e dolce al tuo povero papaletto che è molto triste e da gran tempo non sa nulla di te . Che fai? Come stai? Diventi sempre più bella ? Pensi a me? Che vuoi che ti mandi? Un’altra bambola o un’altra scatola di biscotti?.
Abbraccia per me la mamma. Ti do tanti tanti baci sul piccolo viso fiorito” .
Papaletto tuo La Capponcina…
3 ott. 1898
“Cara figlietta, non ti dimentico mai. Il tuo ritratto è presso il mio capezzale quando dormo, e su la mia tavola quando lavoro. Ma la vita è triste e i cuori umani sono aridi e feroci.
Non v’è difesa, piccola anima mia! Avevo chiesto qualche cosa alla tua mamma. Non ho avuto risposta.
E non posso far nulla per addolcirti la vita. Se tu volessi venire a vivere con me, sarei felice e i miei pensieri fiorirebbero come le erbe nella primavera. E tu rideresti e canteresti tutto il giorno nelle mie stanze e nel mio giardino. Ma io forse non merito ancora questa felicità.
Dio ti benedica e ti protegga, figlietta mia! Ti amo e soffro, ma tu non puoi comprendere. Dio ti protegga! Gabriele - La Capponcina
18 ottobre 1899
Dal “Notturno”
“La mia figlia ha due occhi bruni d’oriente, di quegli occhi saracini che fiorivano in Sicilia al tempo del soldato svevo.
Talvolta quando si china all’improvviso verso di me, mi sembrano collocati nelle sue tempie come quelli dei palafreni che guatano dalle misure asiatiche.
Una testa bianca piuttosto come il fiore del pesco, come una criniera crespa e bruna, difficile a essere divisa in trecce. Talvolta quando è seduta sopra un cuscino basso e taglia per me le liste di carta che stridono alquanto come le foglie secche di palma, mi viene in mente la fiore di Soria”.



Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli
email mancinellielisabetta@gmail.com
Le immagini sono tratte da testi di mia proprietà e dal web

DA “ IL TRIONFO DELLA MORTE “ DI GABRIELE d'Annunzio

DA “ IL TRIONFO DELLA MORTE “ DI GABRIELE d'Annunzio: " Tutte le funtanelle......."
“Era un pianòro dove le ginestre fiorivano con tal densità da formare alla vista un sol manto giallo, d'un colore sulfureo, splendidissimo. Le cinque fanciulle coglievano il fiore per riempirne le ceste, e cantavano. Cantavano un canto spiegato, con accordi di terza e di quinta perfetti. Quando giungevano ad una cadenza, sollevavano la persona di sul cespuglio perché la nota sgorgasse più libera dal petto aperto; e tenevano la nota, a lungo, guardandosi negli occhi, protendendo le mani piene di fiori…
Favetta una fanciulla, bruna come un' oliva… intonò con la sua voce limpida, fluida, cristallina come una polla, una canzone e le compagne cantavano in coro un ritornello…

Tutte le funtanelle se sò sseccàte.
Pover'Amore mi'! More de séte.
Tromma larì lirà llarì llallerà
Tromma larì, lirà, vvivà ll'amóre!
Amóre mi té' sét'e mmi té' sète.
Dovèlle l'acque che mme si purtàte?
Tromma larì lirà...
T'àjje purtàte 'na ggiàrre de créte,
Nghe ddu' catène d'óre 'ngatenate.
Tromma larì lirà...
(Autore anonimo)




Ricerca a cura di Elisabetta Mancinelli
email mancinelli elisabetta@gmail.com

Vittorio Pepe, lo “Strauss d’Abruzzo”



Soprannominato lo “Strauss d’Abruzzo” , Vittorio Pepe musicista e compositore pescarese visse ed operò tra l’800 e il ‘900, e fu molto stimato da Tosti e da D’Annunzio che lo introdusse nel Cenacolo : sodalizio artistico francavillese.
Entrato nella storia e nella ricerca artistica e musicale pescarese e nazionale fu molto noto ed apprezzato tra l’ultimo ventennio dell’800 e il primo ventennio del ‘900.
Musicista prolifico, ma troppo appartato, fu dimenticato dalla critica. Ma una circostanza che ha contribuito in modo decisivo a spingerlo nell’oblio, fu la distruzione dei suoi documenti e delle sue carte persi con il crollo della sua abitazione durante il bombardamento di Pescara.
E’ difficile pertanto ricostruire la sua biografia e anche il catalogo delle sue opere e i pochi documenti che si posseggono solo lettere del Vate e altri carteggi con amici e persone che ebbero modo di conoscerlo e apprezzarlo.
LA VITA
Nacque a Pescara il 23 luglio 1863 da Giuseppe e da Rachele Carabba e fu battezzato nella chiesa di San Cetteo.
La sua abitazione era nei pressi del Circolo Aternino, in Piazza Grande (oggi Piazza Garibaldi) probabilmente al numero civico 28. La sua famiglia era socialmente ed economicamente fra le prime della piccola Pescara, che a quei tempi contava all’incirca poco meno di 4000 abitanti ed era un comune distinto da quello sito nella riva sinistra del fiume, Castellammare Adriatico.
Vittorio era uno dei più amati compagni di Gabriele D’Annunzio, col quale scherzava e giocava sui bastioni dell’Arsenale, sulle sponde del fiume e alla Pineta.
 la scuola elementare che frequentò con G. D’Annunzio


Aveva mostrato temperamento musicale già durante la frequentazione dell’asilo-scuola delle sorelle Del Gado e il ciclo delle elementari con i maestri Eliseo Morico e Giovanni Sisti. 
Ma terminato il ciclo scolastico, le strade dei due ragazzini si divisero: D’Annunzio partiva per il collegio Cicognini di Prato mentre il dodicenne Pepe, che aveva preso ad esercitarsi con la vecchia spinetta di casa, veniva iscritto al Conservatorio S. Pietro a Maiella di Napoli. Frequentò un ambiente pianistico composto da docenti di chiara fama: Costantino Palumbo per il pianoforte e Nicola D’Arienzo per la composizione.
Si diplomò nell’estate del 1885 e lo stesso D’Annunzio ne dette pubblica notizia sul giornale “La Tribuna” del 12 Agosto inserendo l’evento in una cronaca mondana di Pescara. Entusiastici furono i successivi commenti del Vate sulla sua iniziale produzione artistica, intensa ed apprezzata anche da esperti musicologi.I suoi brani pianistici sono di fattura elegante e squisita e le sue numerose composizioni musicali rivelano originalità, sensibilità, fantasia.
Dell’ ingresso” fra gli eletti” del Cenacolo Michettiano, a fianco di Francesco Paolo Tosti si ha notizia da un articolo pubblicato sulla “Tribuna” del 28 luglio del 1887 in cui l’autore Bottom scrive : “ora egli studia e lavora nel cenacolo di Francavilla , in compagnia di Michetti al cospetto del mare”. La frequentazione del Convento era iniziata quando ancora era studente , e proseguì anche dopo, come testimonia una lettera che Pepe il 6 ottobre 1883 inviò al musicista e pittore Paolo De Cecco in cui appare insofferente dell’ambiente pescarese che “gli fiacca e gli sfibra il cervello” anche se poi finirà con lo scegliere di rimanere proprio lì. 
TRA MILANO E PESCARA
Riguardo il suo soggiorno a Milano si hanno pochi elementi ma sufficienti per affermare che Pepe ebbe rapporti con Ricordi che probabilmente gli fu presentato da Tosti e conobbe e frequentò esponenti del mondo musicale di cui non volle far parte in modo stabile.
Non ci sono testimonianze documentabili che ci dicano della durata del suo soggiorno nella capitale lombarda né i motivi dell’interruzione pare abbastanza repentina dei rapporti con Ricordi.
Probabilmente durò circa un anno poi, preferì “eclissarsi in Abruzzo”.
D’Annunzio, conoscendo bene la natura dell’amico, in questo periodo gli scrisse in una lettera “…Tu, che sei una natura così signorilmente squisita di artista, tu farai molto, andrai molto avanti. Getta via lungi da te tutti i timori, tutte le timidezze, tutte le esitazioni: sii audace, sempre audace, non ti stancare mai di cercare, di tentare di provare. La via dell’arte è lunga e scabra ed erta: per salirla ci vogliono lombi armati di valore. Tu hai una intelligenza fine ed una cultura non comune; ti manca lo spirito irrequieto delle imprese.”

Spirito inquieto il musicista maturò quindi la decisione di lasciare Milano per rifugiarsi in Abruzzo nella tranquillità di una vita prettamente provinciale.
Non possiamo dire con precisione se questa decisione del Pepe sia stata determinata da quella debolezza di carattere che D’Annunzio gli rimprovera quando incita l’amico ad imboccare risolutamente la via della gloria ed a lavorare con perseveranza.

Rinunciò alla professione di concertista e si dedicò all’insegnamento privato di Pianoforte, composizione e armonia a Chieti e a Pescara. Scorre ordinata e tranquilla la sua vita Pescara non solo vi insegna ma frequenta lo studio fotografico del cugino Cetteo e molti amici.
Si racconta anche che si sarebbe fidanzato con una ragazza della città a cui dedica anche una composizione ma la relazione non si concluderà con il matrimonio.
Furono suoi allievi Michele Muzi di cui rimane una “Lady Godiva”e Cristo Sorrentino noto come l’anima musicale delle “Settembrate Abruzzesi” e da lui apprendiamo che Pepe era molto amato dai suoi allievi.
Severo ed esigente chiedeva che il discente si dedicasse tutto alla musica e non ammetteva distrazioni.
LE COMPOSIZIONI
Autore prolifico compose musica sinfonica, musica per orchestra e da camera raffinata tanto gradita a D’Annunzio che aveva dichiarato di odiare la musica bandistica a cui Pepe si dedicò piuttosto intensamente. Rimangono di essa solo tre pezzi superstiti allo stato attuale: una mazurca “Pescara”, una marcia “Defilè alla pineta” e una polka “Sempre carina”.
Le composizioni tecnicamente discutibili secondo la critica, per l’incerta strumentazione non difettano certamente nell’ispirazione musicale. Erano belle, avevano successo e piacevano al pubblico che non si accorgeva di una presunta non raffinata strumentazione.
Una composizione “La Polka del Fezio” ebbe un particolare successo e divenne un classico delle bande : lo conosciamo non dallo spartito che è andato perduto, ma da un articolo pubblicato da un giornale di Chieti “Il Fezio” La natura delle sue composizioni da quel momento si adattò alle esigenze e all’influenza dell’ambiente locale.
Non più sinfonie per grandi orchestre, ma musiche per bande, romanze, serenate e ballabili. Saranno proprio questi ultimi a procurargli la definizione di “Strauss d’Abruzzo”.
Popolarissimi furono il tango “La musica del Parrozzo” e il famoso “Trittico di balli” che aveva entusiasmato tutti come si evince da una cartolina che lo stesso Pepe scrive ad un suo amico di Chieti l’avvocato Rosica. E ancora “Fox trot sensuale “L’One stop della nostalgia” e i valzer per pianoforte “Abruzzo forte e gentile”, “Posillipo” , “Mergellina” e “Zingaresca” che D’Annunzio definisce“ un po’ scarlattiana di fattura elegantissima ... con un vivace ritmo di danza”.
Anche “Duetto d’amore” composizione su tre gavotte: dodici romanze raccolte in un album fu giudicata positivamente dal Vate che la definisce “..meno originale , forse della Zingaresca , ma più affascinante”. Il maestro Antonio Piovano ha recuperato varie composizione pianistiche di Pepe sono da lui ritenute di grande musicalità , e con un certo impegno strumentale. Da questo filone popolaresco e da musiche di carattere pubblicitario, cominciò a trarre una buona fonte di guadagno. 
IL DECLINO
La sua fortuna declinò intorno agli anni trenta perchè ritenuto non più musicista di moda. Sorpassato venne considerato anche il suo metodo d’insegnamento. La critica si dimenticò ben presto del musicista così da rendere difficile anche la ricostruzione del catalogo delle sue opere. A questo bisogna aggiungere che i suoi documenti e le sue carte vennero completamente perse a causa del crollo della sua abitazione rendendo ancora più difficile la redazione precisa della sua biografia.
Ormai isolato nell’ambiente di Pescara, il pianista moriva a 80 anni durante l’ultimo dei bombardamenti della seconda guerra mondiale l’8 dicembre del 1943 nella sua ultima dimora di Via V. Colonna, quando una bomba centrò in pieno la sua casa seppellendolo sotto le macerie. Il suo corpo fu rinvenuto solo un anno dopo con la rimozione delle macerie.
A lui è stata dedicata  la via che costeggia lo stadio della città.

Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli 
I documenti sono tratti dall’Archivio di Stato di Pescara, da “ Un musicista di Pescara amico di D’Annunzio: Vittorio Pepe” di Mario Lupinetti, le immagini sono tratte dal patrimonio fotografico di Tonino Tucci   

Il liberty a Pescara e la ricostruzione nel primo dopoguerra


Dopo le devastazioni della grande guerra, nei primi anni del XX secolo, prende forma e si realizza a Pescara la ricostruzione che ha avuto un ruolo centrale e determinante per i futuri assetti della città; un’occasione per abbandonare definitivamente un’era legata ai ritmi delle stagioni ed entrare nel mondo moderno che funziona e si regola con i ritmi della produzione e del mercato. 



 PESCARA SUD


La parte sud della città invece nasce e si sviluppa con regole e programmi diversi. Un’area molto grande della città, la vasta pianura delle saline, venne interessata da un progetto di risanamento che, seppur non portato a termine nella forma pensata dal suo progettista, nel corso degli anni costituirà quell’agognata città giardino di cui si è tanto parlato.
ANTONINO LIBERI : LA “CITTA’ GIARDINO”
L’architetto Antonino Liberi, cognato di Gabriele d’Annunzio, presenta nel settembre 1912 un Piano di risanamento della contrada Pineta e piano regolatore edilizio per trasformare la plaga risanata in un quartiere climatico-balneare.

Un grande progetto di trasformazione urbana promosso dal sindaco Teofilo D’Annunzio e favorito dall’imminente costruzione del ponte, che prevedeva una serie di infrastrutture per la creazione di una vera e propria piccola “città giardino” con una scuola, un mercato ,una chiesa, una colonia per bambini in riva al mare, attrezzature per lo sport oltre ad un insediamento abitativo costituito da piccole case, quelle che diventeranno le case della pineta.

L’AURUM E LE CASE DELLA PINETA

Il gruppo delle case della Pineta degli anni ’20 e ’30 ,che si dispongono tra la Pineta e il mare, avendo come fulcro dell’insediamento l’ex Kursaal poi Aurum, uno dei pochi monumenti della città, costituisce un tesoro per le considerazione e le riflessioni sui modi dell’abitare.


Suffragano infatti l’affermazione che la casa individuale isolata rappresenta una delle alternative reali e possibili rispetto all’abitare. Le strade ordinate e regolari del quartiere Pineta che portano i nomi delle opere di Gabriele D’Annunzio ,la semplice geometria delle case, l’unicità degli spazi dove si percepisce il senso delle proporzioni ,ne fanno un luogo dove il rapporto tra pineta, case e mare è unico, un luogo che si contrappone a quelli presenti nell’area metropolitana pescarese.
IL LIBERTY A PESCARA
Dal movimento liberty, nato a Parigi intorno al 1835 e sviluppatosi poi nella corrente modernista denominata art decò, Pescara ha recepito non solo il respiro internazionale, ma soprattutto “l’ars vivendi”.



Come a Biarritz e a Deauville in Francia, anche a Castellammare Adriatico si amavano la stagione al mare : sulla riviera nord lo stabilimento balneare “Venere”, (1908), le macchine come l’Isotta Fraschini, le signore eleganti che passeggiavano con il cappello e l’ombrellino.
Graziosi villini e splendide ville vennero edificati a due passi dal mare nel periodo della scoperta delle “vacanze balneari” , durante la “Belle Epoque” quando Pescara era luogo d’incontro del “jet set” italiano , all’epoca del Cenacolo michettiano e del Grand Prix e urbanizzarono con estrema eleganza un territorio anticamente occupato da una palude bonificata.



Quando si parla di Liberty a Pescara si fa riferimento soprattutto alla casa isolata . Ogni parte della città ha le sue “piccole case” che con la loro leggiadria ne hanno costituito per lungo tempo una delle caratteristiche più interessanti. Vi sono case e ville variamente Liberty , sul lungomare nord, sul lungomare sud, all’interno della città e sulle colline .
PALAZZI LIBERTY

PALAZZO MICHETTI è una delle numerose residenze in stile liberty del primo '900, che sono disseminate in tutta la città.

L’edificio venne concepito come tutt'uno con il teatro nel 1910 e realizzato da Pasquale Michetti. Le decorazioni del Teatro in origine erano a stucco sui due ordini di balconate, mentre le capriate del soffitto erano lignee. Nel 1944 il Teatro fu distrutto da un incendio e dovette essere ricostruito, operazione che venne terminata nel 1948.
Adornano la parte superiore della facciata dell'edificio, che sorge ove precedentemente si trovava il piccolo Politeama Aternino variopinte maioliche che le conferiscono un piacevole aspetto di solarità e luminosità, grazie alla raffigurazione di frutti mediterranei, come le arance.
Palazzetto Imperato fu costruito nel 1926 su progetto dell'ingegnere Antonino Liberi e dell'architetto Nicola Simeone sul sito occupato dal vecchio Albergo Milano all’incrocio tra Corso Umberto I e Corso Vittorio Emanuele II.

Il palazzo, concepito per dare smalto alla città che si candidava a provincia, è uno dei migliori esempi del liberty pescarese e costituisce una delle quinte architettoniche di Piazza del Sacro Cuore, allora sede del mercato. Sede storica del Gran caffè D'Alessandro, il palazzo conserva nella sua memoria la Pescara di altri tempi.
La facciata principale dell'edificio presenta un ricco apparato decorativo, con richiami di ispirazione liberty. Il primo piano, caratterizzato da un balconcino a pianta poligonale (bow-window) che sorregge un piccolo terrazzo, si distingue per un ricco apparato decorativo. Ai lati del bow-window si aprono due bifore inquadrate da colonnine a sostegno di archi a pieno centro. Un fregio con decorazioni fitomorfe a rilievo è posto sul primo piano.
Pure in rilievo sono i festoni presenti sulla fascia di coronamento a sostegno del cornicione: questo a sua volta sorregge il parapetto posto sulla copertura, trattato con temi geometrici a risalto.
Lungo la riviera nord al civico 45 un altro bellissimo esempio di stile liberty è Villa Antonietta. Si tratta di una villa a tre piani il cui progetto, risale al 1910 ma la costruzione fu ultimata solo nel 1923.


Nell'impianto a blocco quadrangolare , si inseriscono quattro alloggi indipendenti, distribuiti su tre piani e un piccolo attico, serviti da scale variamente disposte; è presente anche un piano seminterrato. Il piano rialzato è caratterizzato da aperture inquadrate da colonne pseudo-ioniche, la cui base nasce all'altezza del parapetto del balcone.
La trabeazione è composta da una fascia liscia, sormontata da una fascia decorata, in corrispondenza delle colonne sottostanti. Il portico nord è sostenuto da colonne della stessa tipologia di quelle presenti sullo stesso piano.
Il corpo sud è caratterizzato da finestre a nastro inframmezzate da analoghe colonne. Il parapetto del terrazzo superiore è costituito da un reticolo geometrico alternato a elementi vegetali. Le finestre del primo piano, ad arco sono ornate da una singolare cimasa sorretta da mensoloni. Il secondo piano si caratterizza con piccole finestre quadrangolari, sostenute da mensole decorate con elementi floreali.
I capitelli delle colonne finemente lavorati, sorreggono il cornicione dell'intero edificio, composto da più fasce interamente decorate con un elemento tipicamente liberty con i bucrani.
La palazzina Musacchi fu realizzata alla fine del 1800 su progetto dell'ingegnere Girolamo de Pompeis come residenza di famiglia.

Costituito da un blocco quadrangolare con corpi aggettanti, l'edificio si ispira nell'impianto allo stile neorinascimentale, riconoscibile nei cantonali bugnati, nelle terrazze sostenute da archi a tutto sesto su colonne, che delimitano i due porticati d'ingresso, nei fregi decorati a rilievo. Richiami a motivi floreali tipici dello stile liberty sono evidenti nel disegno dei parapetti in ferro battuto dei terrazzi e di alcune aperture finestrate.
L’HOTEL ESPLANADE
Ex Excelsior sito in Piazza Primo Maggio, è un edificio di quatto piani originari più un quinto, aggiunto al di sopra del cornicione di coronamento.

Fra le ristrutturazioni avvenute nel corso degli anni è da citare quella operata fra il 1929 e il 1934 da Vittorio Verrocchio, su progetto dell'ingegnere Antonino Liberi e dell'architetto Nicola Simeone.

L'edificio, a blocco quasi cubico, nella composizione dei prospetti ,si ispira a motivi stilistici classici come il trattamento a bugnato della trama muraria, interrotta da numerose aperture varie per tipologia e disposizione: a finestre semplici o tripartite, architravate o ad arco su lesene o colonnine; a balcone con parapetto a balaustri, inquadrate da paraste di ordine gigante.
Queste ultime delimitano lievi aggetti volumetrici della facciata, posti a sottolineare la zona centrale o gli angoli messi in risalto anche dalla presenza di timpani arcuati e spezzati, collocati sopra il cornicione.
Palazzo Muzi
Il progetto per la realizzazione del palazzo che si affaccia su Piazza Salotto, all'angolo tra Corso Umberto I e Viale Regina Margherita, che ha la firma dell'architetto Vincenzo Pilotti e dell'ingegnere Attilio Giammaria, fu presentato al Comune di Castellammare il 10 novembre 1928 da Giulio Muzii, proprietario del terreno.

Il progetto prevedeva la costruzione di un palazzo con corpo a U "ad uso di abitazione civica con porticato, negozi e galleria interna al piano terreno". Nel 1930, durante il corso dei lavori, l'architetto Pilotti e l'architetto Nicola Simeone, presentano il progetto per l'ampliamento dell'edificio con il corpo adibito a cinema.

Il disegno dei prospetti ricalca il tipico impianto classico adottato per i cinquecenteschi palazzi monumentali. Il piano terreno, ad uso commerciale, si integra all'ambiente circostante mediante una galleria coperta che si apre verso la strada con un portico architravato su pilastri e colonne. I tre piani superiori hanno ordini di finestre inquadrate da contorni coronati da un timpano, al piano nobile, e contorni architravati ai piani superiori.
LE VILLE LIBERTY DELLA PINETA
Ma sono soprattutto le ville della Pineta che rappresentano i tratti distintivi dell’architettura dello stile Liberty della città. Si tratta di ville di questa corrente artistica sorta nel nostro paese tra gli ultimi decenni del XIX secolo e gli inizi del XX, strettamente legata all’Art Nouveau francese. Se pur relativamente tardi rispetto al resto d’Europa, il Liberty in Italia ha profondamente segnato l’architettura del primo quindicennio del Novecento, interessando in particolar modo l’edilizia popolare.



La tipologia dei villini nel pescarese segue i canoni dettati dal movimento artistico, soprattutto per soddisfare le necessità di una società sempre più attiva e moderna. Si tratta di case in mattoni con tetto sporgente e fasce di decori con un piccolo giardino propaggine della pineta , ad un piano rialzato , qualcuna con seminterrato , molte ad un piano, altre a due , alcune con il torrino-altana.

Tutte presentano temi decorativi del genere Liberty ma il tono resta sommesso e lontano dalle forme artistico-scultoree del Modernismo e del virtuosismo. La loro vera ricchezza consiste nel dialogo incessante con la Pineta e il mare. La casa doveva essere luminosa, costruita con verande e balconi sporgenti, e per dare sfoggio della propria eleganza nello spazio urbano si dovevano adottare forme stilizzate, linee morbide e ondulate, arricchite da elementi decorativi floreali, marini o in stile moresco.
Tra i maggiori progettisti vanno ricordati gli ingegneri Antonino Liberi, Attilio Giammaria e Simone Federman, assieme al geometra Rocco Diodati e agli architetti Nicola Simeone e Guido Angelini.
ALCUNE DELLE VILLE LIBERTY DELLA PINETA VILLA CLERICO
L'edificio, costruito nel 1924 su progetto dell'ingegnere Antonino Liberi per Vincenzo Clerico nel piano di lottizzazione del quartiere Pineta del 1912, ad opera dello stesso ingegnere.


L'apparato decorativo del villino è messo in risalto anche da un elegante torretta semicircolare che non supera in altezza il coronamento della casa, conclusa da beccatelli finemente lavorati a sostegno dello sporto del tetto. Il gusto classico si rivela nella partitura dei prospetti, scanditi da cornici e lesene, arricchite nei capitelli da decorazioni fitomorfe.
Villa Cipollone
L'edificio, sito nel quartiere Pineta in via De Nardis all'angolo con Piazza Le Laudi, si apre verso il mare con un caratteristico pronao colonnato, su piano rialzato, delimitato da balaustra su colonnine. I capitelli delle colonne sono finemente lavorati e l'architrave è decorato con maioliche di Castelli.





Analoghe maioliche, a motivi floreali si ripetono pure sul cornicione, qui alternate a originali beccatelli a cariatide che percorrono tutto il perimetro della villa. L'accesso secondario è più modesto, ma al tempo stesso finemente curato da aperture contornate da stipiti muniti di basi, capitelli e architrave.
VILLA SPATOCCO
L'edificio attestante su Viale Primo Vere, nel quartiere Pineta, si sviluppa con una pianta ad L nel cui angolo interno è collocato un volume, dalla forma curvilinea, contenente la scala triangolare.


Questo corpo scala, concepito come una torretta, della stessa altezza del resto del fabbricato, sporge solo con la sua balaustra di coronamento. Tale parapetto è posto al di sopra del caratteristico cornicione sostenuto da ornati e raffinati beccatelli di cemento. Il paramento esterno, come molte ville a Pescara e lungo la costa abruzzese, è di mattoni a faccia vista.
VILLA ANNA II
La villa venne realizzata nel 1937 su progetto di Antonino Liberi in Viale Primo Vere all’angolo con via Francesco Paolo Tosti.



L’edificio ha una struttura portante in muratura con parametro esterno di mattoni sul quale risaltano gli elementi decorativi costituiti da piccole paraste che definiscono il cornicione sul quale si erge lo sporto del tetto. L’ingresso sul lato mare è sormontato da un balconcino sorretto da due colonne in graniglia caratterizzate da capitelli pseudo corinzi. Al giardino si accede tramite una piccola scalinata.
VILLA LA PORTA
Il progetto della villa è stato redatto nel 1929 dall’ingegnere Decio Rapini da un’idea del committente che ha poi abitato la villa sita in via Scarfoglio fino ad epoca recente a stretto contatto con la pineta dannunziana.

L’architettura è quella del villino liberty con torretta-altana la parte basamentale è trattata a listoni orizzontali. Sul cornicione sottostante lo sporto e sulla torretta risaltano le decorazioni a festoni e conchiglie di graniglia.
VILLA GENIOLA
La villa fu progettata da Guido Angelini sul lungomare della Pineta in via Primo Vere e si affaccia direttamente sull’arenile.




L’ immagine architettonica ha una certa impronta moresca ma è connotata da compresenza di stili. Il piccolo portico di accesso al piano terra è a tre archi di colonne Il terrazzino che lo sormonta è delimitato da una balaustra a colonnine con capitello su cui poggia la trabeazione continua per l’affaccio. Una decorazione a losanghe orizzontali disegna il fregio di sottotetto che perimetra l’intero edificio altre decorazioni a bassorilievo sono disegnate sul tema di tralci e grappoli d’uva diversamente intrecciati.
VILLA LA MORGIA
La villa si trova in via Luisa D’Annunzio all’angolo con via Figli di Iorio. L’edificio è ad un piano rialzato tramite un seminterrato cui si accede con una piccola scala a ringhiera a colonnine in graniglia di cemento.



Le facciate sono a listoni alti interrotti solo dalle semplici cornici delle finestre-. Il cornicione che si accompagna alla sporgenza del tetto è sottolineato da coppie di piccole paraste. L’effetto decorativo è comunque nel complesso di grande sobrietà contrassegnato dall’intersezione di linee orizzontali e segni verticali.
VILLA COSTANZO
La villa è stata progettata nel 1924 dall’architetto Nicola Simeone in via Figlia di Iorio L’edificio è costruito su piano rialzato con accessi al giardino tramite piccole scalinata a terrazza.




L’apparato decorativo interpreta temi fitomorfi rinascimentali in stile liberty a tema marittimo in particolare conchiglie di differenti forme e medaglioni intervallati da colonnine e mensole che accompagnano la sporgenza del tetto.

Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli
I documenti e le immagini sono tratti dall’Archivio di stato di Pescara, dall’Archivio provinciale, da “Forma ,identità e memoria di Pescara” di Carlo Pozzi e Antonello Alici e da “ L’altra Pescara “ Di Anita Boccuccia