sabato 19 gennaio 2019

Federico Caffè, maestro di economia e di vita

Nella pagina dedicata ai personaggi illustri della città ci occuperemo questa volta di Federico Caffè grande maestro di economia e di vita, uomo di cultura ed intellettuale di grande spessore morale che ha posto sempre alla base del suo pensiero il disprezzo per lo sfruttamento degli emarginati e delle categorie più deboli. La sua visione economica non era infatti di tipo elitario ma attenta alle vicende della gente comune che produce e risparmia, alle fasce più deboli della società. Ma Caffè va ricordato soprattutto per aver lasciato ai giovani, fra i tanti insegnamenti, quello che la ricerca della conoscenza deve essere svincolata da ogni interesse di parte.

BIOGRAFIA
Federico Caffè nacque a Pescara il 6 gennaio 1914. Sulla sua data di nascita una volta scherzo' sopra dicendo: la Befana mi ha lasciato in una calza, ma era piccola, piccola. Il professore fisicamente non era un gigante: arrivava a malapena al metro e mezzo.
Ma non ha mai dato segni di soffrire per la sua altezza. Anzi, a volte ci scherzava: al bar quando gli offrivamo un caffe', specificava "corto" o "ristretto".
Il padre uomo pratico, privo di titoli di studio, faceva l’assistente capo-merci delle Ferrovie dello Stato e fu il primo Caffè a pagare in maniera pesante le sfortune economiche che si erano abbattute una generazione prima su quella che era stata una famiglia di un certo rango. Suo padre, il nonno Federico, aveva posseduto una villa settecentesca nella parte storica di Pescara e una dimora signorile estiva in collina . Suo nonno si vantava della propria origine , anche se ormai aveva perduto tutto ed era sommerso dai debiti accumulati oltre che da lui stesso anche dai suoi avi. Avrebbe voluto fare il medico ma, dopo la licenza liceale fu costretto ad impiegarsi nelle Ferrovie dello Stato nelle quali farà poi entrare anche il figlio, il padre di Federico.

Il crollo era sopravvenuto per cattiva amministrazione : avevano preteso troppo dalle proprie rendite vivendo di padre in figlio soltanto di esse. Dalla ricchezza all’indigenza , i remoti splendori furono sempre soprattutto motivo di sorriso , tanto non restava più niente se non la casa in collina che il nonno era riuscito a proteggere dai creditori. Una Costanzella Caffè viene così ricordata in una delle “Novelle della Pescara” di Gabriele D’annunzio: La contessa di Amalfi : “ Costanzella Caffè la più agile e la più infaticabile fra le danzatrici e la più bionda, volava da un’estremità all’altra in un baleno…” Costanzella era una zia del bisnonno di Federico.
In casa nessuno lo chiamava Federico, sino alla fine lo chiameranno Vinicio, come a rimarcare una volta di più la differenza tra il Caffè professore e uomo pubblico e il Caffè delle mura domestiche.
Lo chiamavano Vinicio perché il nonno paterno Federico, quando lui nacque, pur mostrandosi soddisfatto che gli avessero dato il suo nome, disse in maniera secca che non era affatto morto, allora la madre, per rispetto verso il suocero, cominciò a chiamarlo con il suo secondo nome, perché di Federico doveva essercene uno solo.

La madre, donna creativa ed estrosa “quasi geniale” secondo il figlio, arrotondava le entrate ricamando, anzi dirigendo un vero e proprio laboratorio di ricamo nel quale lavoravano parecchie ragazze. Per la madre Caffè nutrirà un’autentica venerazione, così come lei ne nutrirà per questo figlio insopportabilmente piccolo, ma indubbiamente geniale, una sorta di orgogliosa predilezione, convinta di essere stata risarcita dalla vita attraverso di lui, di quello insoddisfatto bisogno di cultura che si portava dentro da sempre. Ma ,comunque se la cavassero economicamente, le porte della casa si spalancarono subito all’arrivo di una ragazzina raccomandata dal parroco Giulia che diverrà l’angelo custode della famiglia. Crebbe Mariannina la primogenita, Vinicio e Alfonso l’ultimogenito. Fu una seconda madre più che una “tata”, che morirà vecchissima assistita con grande amore e pazienza da Federico.
Sin dalla prima giovinezza Vinicio mostrò una natura orgogliosa e severa ; a dieci anni la madre già gli affidava missioni da adulto: un giorno lo mandò a trattare la locazione di un appartamento: “ Vedrai che te la caverai benissimo” gli disse dopo avergli dato le necessarie istruzioni. Il piccolo spiegò infatti alla proprietaria : i limiti insuperabili dell’eventuale affitto, la composizione della propria famiglia, le reciproche convenienze a stipulare quel contratto. La locatrice ne rimase talmente incantata da accettare in blocco tutte le sue condizioni.
Avrebbe voluto suonare il violino e fu lui stesso, ancora molto piccolo, a chiedere alla madre di ricevere lezioni private che gli consentissero di imparare il suo strumento preferito. Se ne era innamorato frequentando la sala cinematografica dello zio Antonio Di Silvestro che in Italia è stato uno dei pionieri dei fratelli Lumière. Mariannina a proposito di quel periodo ricorda che lei e Vinicio erano stregati dal cinema e dalla sala che riempiva la vita di entrambi ma soprattutto di Vinicio che dedicò parecchio tempo all’ Excelsior staccando i biglietti al botteghino e tenendo a sera la contabilità. Frequentava regolarmente la sala Michetti : minuto di statura col pizzetto accompagnato da Annunziata sua moglie donna altissima.
Ogni volta che poteva il ragazzo vi si recava per i film certo, ma anche per ascoltare l’anziano violinista che sembrava facesse volare l’archetto sulle corde del suo strumento. Era capace di starlo a guardare con ammirazione per ore, tanto che un giorno il musicista gli chiese , se gli piaceva così tanto il violino, perché non lo diceva a sua madre, anzi che l’indomani sarebbe andato lui a chiederglielo. Così fece.
Il giovane Vinicio, dopo un paio d’anni di studio, però fu costretto a smettere in quanto la madre, preoccupata per la sua gracilità , si era rivolta ad un medico che le aveva suggerito di non sovraccaricare il figlio . Fu il padre a comunicargli la sentenza dicendogli che la vita non era un gioco e che gli studi di ragioneria gli avrebbero permesso sbocchi professionali futuri e soprattutto un reddito.
Pescara allora si poteva racchiudere in un guscio di noce: compatta , visibile in ogni sua parte col porto dei pescherecci, i villini distanziati sul lungomare, la linea curva del Bagno borbonico. Dalle finestre della casa della nonna materna, che abitava a Colle di Mezzo, Vinicio ( lo ha raccontato lui stesso a Nadia Tarantini, autrice di un suo ritratto) girando lo sguardo”poteva godersi tutta la cornice di mezza costa da Colle Telegrafo a Colle Innamorati”.
Dopo le elementari Mariannina e Vinicio furono iscritti all’Istituto Tecnico “Tito Acerbo” ; una necessità dato che, a quei tempi a Pescara non esisteva altro tipo di scuola, il Liceo sarà istituito soltanto nel 1930. Caffè divenne dunque economista suo malgrado , visto che prima la musica e poi gli studi umanistici, che avrebbe preferito, gli furono interdetti.
Ma al “Tito Acerbo” in quegli anni non si studiava soltanto ragioneria : si respirava un’atmosfera culturale diversa grazie al preside il prof. fiorentino Ugo Fazzini che incitava alla lettura e organizzava concerti di musica classica nell’aula magna che erano di stimolo per studenti e genitori.
A scuola la sua intelligenza e preparazione gli valsero ben presto una rispettosa popolarità : i compagni non facevano niente che lui non volesse. Quando Vinicio sostenne la prova di maturità il commissario d’esame , arrivato a Pescara da un’altra città , rimase fortemente impressionato dalla sua maturità e preparazione. Gli chiese allora quale Università avesse deciso di frequentare ma lui rispose “Non credo che andrò all’Università: ho bisogno di lavorare.” Il commissario incredulo si presentò di persona alla Stazione di Pescara per parlare con papà Caffè : caschi il mondo il suo ragazzo deve continuare a studiare. La questione fu risolta la sera stessa da sua madre che confessò di essere già in trattativa per la vendita di un piccolo terreno che aveva conservato proprio a questo scopo.
E Federico partì per Roma giurando in cuor suo di riacquistare la proprietà al più presto il che ( testimonia Giovanna la nipote figlia di Mariannina) avvenne pochi anni dopo. Si laureò nel 1936 con lode in Scienze Economiche e Commerciali e dal 1939 fu assistente volontario alla cattedra di politica economica e finanziaria. Dopo un periodo di servizio militare nel 1945 fu consulente del Ministro della Ricostruzione M. Ruini durante il governo Parri. Nell’anno 1946-1947 vinse una borsa di studio presso la London School of Economics. Tornato in Italia, ebbe incarichi in varie universita': Bologna , Messina e Roma. Visse solo pur compiendo frequenti viaggi e lunghi soggiorni a Pescara fino al 1959 quando diventò professore ordinario di Politica economica. Prese allora in casa la “tata” Giulia , la madre rimasta vedova e Piero , figlio di Mariannina ,che aveva gravi problemi di salute. Si era infatti ammalato per ragioni oscure forse per un danno avvenuto alla nascita prodotto dal forcipe. Morirà all’età di tredici anni. Il ragazzo rimase a casa dello zio pochi anni durante i quali lui fece tutto quello che era umanamente possibile per alleviare le sue sofferenze con grande cura e dedizione.
Racconta Giovanna la nipote, che era un uomo dolcissimo e che la sua brillante conversazione riempiva di allegria e intelligenza le loro domeniche e i giorni festivi quando venivano da Pescara gli zii. Ricorda anche la dedizione all'insegnamento, alla ricerca e ai giovani, ai poveri e agli emarginati, ma e soprattutto la sua umanita', dalla quale discendevano gli altri aspetti del suo carattere e la sua condotta, sia nel suo luogo di lavoro, l'universita', che nella societa'. Era questa umanita' coerente che lo portava ad interpretare la professione di pubblico impiegato nel modo piu' pieno e attivo, con orari che egli definiva "da metalmeccanico".
Occupò la cattedra di Politica economica e finanziaria dell' Universita' “La Sapienza di Roma, dove rimase fino al compimento dei 73 anni.

LA POLITICA ECONOMICA
Caffe' , a volte definito"riformista radicale", era di formazione keynesiana e fece sempre una coerente opposizione all'ondata liberista e monetarista che dominava la scena all'inizio degli anni '90. La sua concezione economica è in netto contrasto con la cosiddetta "cultura dell'imprenditoria" thatcheriana e reaganiana degli anni '80. Sostenitore della centralità dello Stato Sociale, quindi convinto che le sue disfunzioni dipendano solo dal malcostume del clientelismo, riteneva che l'economia ha il dovere di risolvere le condizioni di vita dei più deboli favorendo l'assottigliamento delle disuguaglianze.
Caffe' era un liberale ma riteneva che il partito liberale avrebbe potuto essere lo strumento migliore di progresso solo con una guida forte e il programma giusto.
Era un liberale aristocratico e progressista come il Keynes di cui colse gli elementi di novità. Di lui amava ricordare che: “presto o tardi sono le idee e non gli interessi costituiti che sono pericolose sia in bene che in male”
Ma fu un liberale che scriveva soltanto su un quotidiano comunista. Una spiegazione probabile e' che Caffe' vedeva nel "Manifesto" l'unico giornale, il cui direttore non poteva imporgli di scrivere, non poteva rampognarlo per quanto avrebbe scritto, e non poteva pagarlo: la condizione ideale per un uomo libero e soprattutto per mantenere una assoluta indipendenza di giudizio. Egli era contro il mercato fine a se stesso, contro la dottrina che affida alla cosiddetta “mano invisibile” il governo del mondo. Ma la sua battaglia più dura fu contro il mercato finanziario.
E’ memorabile la sua definizione della “ borsa” che egli considera “un gioco spregiudicato che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori..”. Ma egli fu anche un uomo delle grandi istituzioni dello Stato alla cui funzioni credette fermamente, è noto a questo proposito il suo legame con la Banca d’Italia. Significativo il ricordo di Carlo Azeglio Ciampi : “… nella relazione annuale ..era sempre presente, seduto in silenzio, Federico Caffè. I suoi interventi erano i più misurati… la sua presenza era utilissima , perché spesso gli animi si scaldavano e quando c’erano contrasti o critiche , contraddizioni molto forti,, Caffè, con la sua matitina, vergava sul margine delle bozze la soluzione che accontentava tutti. Era un forte elemento di moderazione anche linguistica, proprio lui che veniva considerato di sinistra…”

FEDERICO CAFFE’ E IL MISTERO DELLA SUA SCOMPARSA
La notte tra il 14 aprile e il 15 aprile 1987 Federico Caffè uscì in punta di piedi dalla sua casa romana di via Cadiolo 42, a Monte Mario e fece perdere ogni traccia. Aveva 73 anni. Il giallo della sua scomparsa iniziò a un'ora imprecisata ma avvenne all'insegna dell'ordine e della disciplina che aveva caratterizzato tutta la sua vita: indossò pantaloni grigi, giacca scura e leggero soprabito blu, tipico di certe nottate primaverili romane; sul tavolo lasciò in bella vista orologio, passaporto, libretto degli assegni, portafoglio, chiavi di casa , quasi avesse voluto operare una cesura con la sua identità precedente di studioso e di uomo.
Si chiuse alle spalle la porta di quella stanzetta ammobiliata dell'indispensabile ,senza neppure quadri alle pareti, al di fuori della riproduzione di un crocefisso di Giotto. E scivolò all'esterno come un'ombra, senza che nessuno lo notasse. C'erano i netturbini ad affaccendarsi per le strade, una nuova alba si preparava a sorgere su Roma. Solo intorno alle sette il fratello Alfonso notò il letto vuoto, mai pensando che da quel 15 aprile lo sarebbe rimasto per sempre.
Amici e conoscenti li chiamavano "i due Caffè" con l'affetto e la simpatia che si può avere per due fratelli che sin da giovani avevano deciso di non sposarsi, vivendo sotto lo stesso tetto e dividendo per decenni, abitudini, discussioni, progetti. La sorella che viveva a Pescara e i loro nipoti più volte avevano insistito affinché si trasferissero sull'Adriatico o quantomeno andassero a trascorrere molti dei loro mesi al mare. D'altronde Federico Caffè non aveva più i suoi impegni fissi all'Università. E anche Alfonso aveva lasciato l' Istituto "Massimo" dei Gesuiti dov'era stato professore di lettere. Ma i due non riuscivano a immaginarsi lontani da Roma. Ed erano rimasti nella capitale nonostante continuassero a fare una vita molto appartata. Insieme avevano visto morire l'ormai anzianissima madre. Insieme avevano accompagnato all'ultima dimora anche la tenera “tata” Giulia. Logico pensare che "i due Caffè", persone distinte e perbene, si sarebbero fatti compagnia sino alla fine dei loro giorni. Invece, quel 15 aprile del 1987, ecco quel letto vuoto.
"Era lucidissimo, ma chiaramente in preda alla depressione", disse qualcuno. Per il Professore la lontananza dalle aule universitarie, la tanto sospirata pensione non era diventata "l'agognato riposo di una vita di lavoro" ma era vissuta quasi come un esilio.
Ad aggravare certi suoi stati d'animo la tragica perdita in un paio d'anni di tre discepoli: Ezio Tarantelli massacrato dalle Brigate Rosse , Fausto Vicarelli morto in un incidente stradale e Franco Franciosi in un lettino d'ospedale, ucciso dal cancro. Erano i tre discepoli che stravedevano per la sensibilità, la preparazione e la cultura del Professore.
E il Professore li ripagava con uguale stima e amore. Ma il sentirsi sempre più solo,con quel suo unico fratello che adorava e da cui era adorato, poteva valere quella scomparsa all'improvviso? Chi però avrebbe potuto dirsi sicuro che la decisione fosse davvero maturata senza che nulla la preannunciasse? Quando, quattro giorni prima della sua scomparsa, il discorso era caduto sul suicidio dello scrittore Primo Levi (gettatosi si pensa dalla tromba delle scale) si racconta che Caffè se ne sarebbe uscito con questa frase: "Che gran brutta maniera di uccidersi. Che spettacolo straziante farsi trovare così dai parenti". Un indizio da far sospettare che anche l'economista pensasse al suicidio, ma in un modo meno clamoroso e meno pubblico. Comunque la sua silenziosa scomparsa e la mancanza del cadavere non poteva che alimentare ipotesi e congetture. Il "caso Caffè" entrava tra "i misteri d'Italia.
Bruno Amoroso, nel suo libro : “La stanza rossa” ripercorre l´avventura intellettuale ed esistenziale del suo maestro e ne rivela le tensioni profonde, gettando una luce inedita sulla sua scelta finale. Non è un caso che Caffè fosse rimasto colpito dalla fuga di Tolstoj. L’economista, che per tutto il libro racconta in prima persona, giudicava positivamente l ´usanza degli indiani vecchi di andarsene a morire lontano dalla tribù o degli anziani eschimesi di allontanarsi verso nord scomparendo tra i ghiacci .
Il ritratto di Caffè che emerge dalle pagine di questo libro, dalle numerose lettere inedite del maestro all´allievo e amico, è quello di uno studioso attento alla vita quotidiana della gente, che preferiva fare in autobus il tragitto fra l´abitazione e l´università per poter osservare la varia umanità che l´autobus inglobava al suo interno. Sono davvero toccanti le pagine in cui Amoroso racconta la simpatia di Caffè ‹‹per quelle migliaia di persone di cui non si parla mai, delle quali si sa poco o nulla›› e che il grande economista osservava con occhio attento e con partecipe simpatia. L´autobus era per lui il punto d´osservazione per studiare il mutamento dell´Italia degli anni del boom economico. È sorprendente questo cattedratico che preferisce le escursioni domenicali nelle borgate romane agli incontri accademici e che è cosciente del “ghetto di privilegi” in cui vivono gli intellettuali.
Anche Ermanno Rea, napoletano giornalista che ebbe a vivere vent'anni fa la strage di piazza Fontana e la morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli ,con stile scrupoloso e paziente ha ricostruito l'ultimo periodo della vita di Caffè nel suo libro “L’ultima lezione” .
Non è una biografia ma la storia di un caso umano, di un grande economista diventato un "uomo guardingo", nel senso che si serviva della riservatezza, e della naturale timidezza, "come di uno schermo dietro il quale nascondersi". Quando fuggì, era anche "fisicamente debilitato", per cui non appariva in grado di affrontare lunghi percorsi; d'altronde nessun taxi andò a prelevarlo, nessun conducente di autobus lo ricorda.

Caffè si sentiva comunque un uomo solo: "Diceva: ecco, guarda come tutto finisce... Oppure: ma perché la sorte si è accanita contro di loro, così giovani, e non contro di me, così vecchio e malandato?" ››. Il libro è scritto come un giallo: perché Caffè scomparve e che cosa accadde di lui?. L'ipotesi del suicidio è stata tacitamente accettata dalla maggior parte delle persone che conoscevano l'economista, ma Rea prende anche in considerazione la possibilità che Caffè abbia scelto la segregazione tra le mura di un convento. Il sottosegretario della congregazione che si occupa degli istituti "di vita consacrata" da lui interpellato, ha spiegato, infatti, che la Chiesa è disponibile a dare protezione a chi desidera isolarsi dal mondo, entrando come laico in una comunità di monaci o di eremiti: "E’ certo che nessuno saprà più niente di lui".
La vicenda di Caffè è stata avvicinata a quella del fisico nucleare Ettore Maiorana anche lui misteriosamente scomparso (si imbarcò da Napoli la sera del 25 marzo 1938 e non arrivò mai a Palermo) e anche per lui si ipotizza che abbia scelto di rifugiarsi in un convento. Questo evento viene trattato da Sciascia nel suo libro: “La scomparsa di Ettore Majorana”. Caffè amava Sciascia e , fatto curioso, sembra che dalla libreria del professore mancasse proprio quel libro”.
La vicenda Di Federico Caffè e della sua misteriosa scomparsa è stata raccontata anche nel film di Francesco Rosi, “L’ultima lezione” liberamente tratto dal libro omonimo di Ermanno Rea.
Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli
I documenti e le immagini sono tratti da “L’ultima lezione” di Ermanno Rea, “Federico Caffè” a cura di Nicola Mattoscio e Silvestro Profico, “La stanza rossa “ di Bruno Amoroso, “La scomparsa di Ettore Maiorana” di Leonardo Sciascia

martedì 15 gennaio 2019

Sandra De Felice la poetessa che dipinge il fluire incessante della sua anima tra malinconia, solitudine amore e passione.


Sandra De Felice la poetessa che dipinge il fluire incessante della sua anima  tra malinconia, solitudine amore e passione.

Sandra De Felice nasce a Scafa (Pe)  dove vive  fino all'età' di 3 anni  quando i genitori si trasferiscono a Pescara che così  diviene la sua  città'; non l’ ha mai lasciato neanche per opportunità' lavorative migliori  ed è stato  il luogo dove ha frequentato le scuole fino all'Istituto Tecnico che l’ ha vista crescere e trovare la serenità'. Era una bimba felice con  una bella famiglia ma, nell’anima aveva sempre quella compagna che la seguiva come un’ombra, un velo di nostalgia, di silenzio… Quel bisogno di esprimere a parole quel fiume di acerbe emozioni che si svelavano. Inizia a scrivere versi da adolescente all'età di dodici anni, era una ragazzina molto riservata e silenziosa sempre con tanti quaderni dappertutto. Esprime i suoi  primi pensieri romantici in una Poesia dal titolo: “Malinconia” ispirata dalla solitudine che le serve sia per la ricerca del suo  io interiore, sia  per capire  cosa  le accade dentro quando compone. Le più belle poesie riflettono proprio i suoi momenti più difficili, di solitudine fisica e affettiva.



 


Così Sandra De Felice si racconta 

“Dapprima non capivo perché e da dove nascessero quelle frasi, quelle sensazioni, riflessioni...erano dentro me e  in maniera impellente spingevano per straripare sul foglio, come un fiume in piena. Non saprei come e quando è accaduto....all'improvviso in un giorno qualunque… qualcosa rifletteva il senso delle mie parole immortalava le mie emozioni.
Era un fluire incessante dall'anima di passione, solitudine, amore e malinconia:  era la mia poesia.
Gli anni passavano e io avevo sempre con me i miei quadernini nella borsetta e un diario dove con cura annotavo emozioni e scoperte quotidiane, erano gli anni dei primi amori, degli innamoramenti, soprattutto gli anni della scuola.
Studiavo da  Ragioniera ..Ero felice degli studi e dell’amore e così le poesie iniziarono a fluire dentro me come l’aria che respiravo.
                                       

La mia prima raccolta di Poesie dal titolo “Frammenti di luna“ e’ stata pubblicata nel 1998 dalla Casa Editrice Tracce di Pescara. Il libro fu presentato  nella Libreria Feltrinelli di Pescara. Poi sempre con  Tracce  realizzai  la Prima Antologia “La Scrittura delle Donne”. Erano anni un po’ difficili per la comunicazione, specie per i poeti emergenti per cui seguirono anni di silenzio anche se, instancabile continuavo  a scrivere. Con l’avvento di Internet e dei Social finalmente ebbi il mio debutto in rete. Entrai poi  in contatto con la Casa Editrice Aletti  (Roma) che nel 2011 mi pubblico’ il Secondo Libro di Poesie “ Trasparenze”. Nel 2013 sempre con la Aletti ho realizzato  una  Raccolta di Poesie dal titolo “Il Mare, Gli Amanti E Il Poeta” e partecipato alla realizzazione di numerose Antologie.


Con Pagine di Elio Pecora, sempre in quel periodo, detti alla stampa le Agende del poeta e in  un’Antologia dal titolo “Riflessi“ partecipai con una raccolta di poesie dal titolo  “Bagliori autunnali“.
Nel 2016 ho realizzato la mia Terza Opera di Poesie dal titolo “Dipinti poetici “ pubblicata dalla Ermes Edizioni (Roma).
La Copertina di questo  Libro e’ opera della mia amica Pittrice Paola Silvestri di Pescara. E così ad oggi ancora scrivo, questo amore per la Poesia cresce sempre più, è in preparazione il mio quarto Libro, nel contempo  partecipo agli eventi di divulgazione della Poesia nella mia città  anche tramite la varie Associazioni Culturali a livello Nazionale di cui faccio parte.



La mia Poesia e’ stata sempre ispirata dall’amore il mio filo conduttore  amore per il mare, amore la natura, amore per la vita.  Anche quando era notte fonda, e dell’alba neanche l’ombra, la poesia mi ha sempre confortata e come uno psicologo mi cura l’anima. La poesia conforta, lenisce i dolori, guarisce trasmette un messaggio di amore e di speranza, unisce.

Anni fa avevo perso il lavoro. Ho avuto 3 anni di tempo libero pur se con tante problematiche, in quei momenti ho carpito il lato buono, il tempo libero per dedicare a me stessa, al mio io interiore. In tre anni di passeggiate solitarie al mare specie in inverno, ho avuto modo di esplorare nella mia anima come un minatore, ho riflettuto, ho rivisto posizioni e sono riuscita ad eliminare tutto ciò che mi opprimeva.   In quel periodo ho iniziato ad amare fortemente la natura, ed è cambiata anche la mia poesia.
Oggi per fortuna sono tornata a lavorare  ancora presso una Clinica Privata nel Reparto ”Unità Risveglio” Dove purtroppo ci sono pazienti comatosi a lunga degenza, un reparto di dolore non facile, un luogo dove puoi amare  e aiutare senza limiti. Loro non possono chiedere e dare nulla.
La poesia è per me anche terapeutica, è un modo di esternare le  emozioni, la possibilità di urlare restando in silenzio. La Poesia è un sentimento, bisogna amarla e curarla, usarla per scopi benefici per unire i cuori e le anime di chi ascolta e legge.                        
Il Poeta penso sia un ever Green… sempre verde un giardiniere del cuore.                                 
Concludo con la mia prima poesia scritta all'età di dodici anni:

                                                  Malinconia

Malinconia torna a prendere il mio corpo
Quando la mia mente è stanca di pensare
Quando il mio cuore è stanco di sperare..
Malinconia torna una volta ancora
quando la mia vita inizia ad esistere
per accendere una fiammella di speranza…

Recensione a cura di Elisabetta Mancinelli  
email  mancinellielisabetta@gmail.com

Le immagini sono di proprietà dall'artista, gentilmente concesse per la realizzazione dell'articolo.

Marco Tabellione lo straordinario poeta che con la raccolta di versi: "L’Eternità dell’acqua” ha ottenuto il primo premio per la poesia alla rassegna dell’Editoria abruzzese.


Marco Tabellione  
nasce a Musellaro (Pe) e si laurea nel '91 in lettere moderne all'università "G. D'Annunzio" di Chieti, con una tesi sulle avanguardie poetiche degli anni Sessanta poi si  specializza alla LUISS di Roma in giornalismo.
 Poeta , scrittore, giornalista e docente di materie letterarie  vanta svariati premi nazionali per editi e inediti e collaborazioni con il quotidiano il Centro e riviste letterarie nazionali.



                                                 Opere e riconoscimenti
Nel  1990  a Perugia ottiene il primo riconoscimento  per la  poesia intitolato a Sandro Penna, nel 1998 vince  il premio “Giovani autori” curato dalla Fondazione Caripe di Pescara. 
Per le edizioni Tracce di Pescara  nel 1995 pubblica la raccolta di poesie Gli uni e gli altri bui e il saggio sul giornalismo televisivo L’immagine che uccide. Nel 1999  a “Palazzo Grosso”  viene premiato per  la raccolta di poesie InCanti,  mentre nel 2000 le edizioni Samizdat di Pescara  curano la raccolta di versi, L’alba e l’ala.    
 Nel 2001 esce il suo primo romanzo Il riso dell’angelo   ( Tracce)  , nel 2002 il saggio di letteratura La cura dell’attimo edito da Samizdat di Pescara e nel  2003  la raccolta di poesie intitolata:         
Tra cielo e mare (Tracce).  Nel 2009  pubblica  il suo secondo  romanzo L’isola delle crisalidi per le edizioni Runde Taarn, che nel 2010 vince  il premio Zenone riservato alla narrativa.                        
Lo stesso romanzo nel 2010 è risulta finalista al premio Lamerica e  vince il premio speciale della giuria al premio De Lollis.   Nel 2012 risulta  secondo al premio “Liliana Bragaglia” con il racconto inedito La bottega del libraio e nel 2013 vince  il premio di giornalismo sezione ambiente“Vivi l’Abruzzo”. 
Nel 2015 esce  il suo ultimo libro, il saggio Il canto silenzioso, viaggio nei segreti della poesia (Solfanelli) premiato nello stesso anno al premio di saggistica Città delle Rose di Roseto e finalista al premio Roccamorice.  Nel 2016 il racconto L’uomo che decise di morire sulla Maiella ottiene  il premio speciale della giuria  sulla Letteratura paesaggistica.                                     
Nel 2017 risulta  terzo al premio nazionale di poesia di Civitaquana e la raccolta inedita:                                 
Ogni voce si  classifica seconda al premio Pablo Neruda. 
                                                                                                              
Nel 2018 il volume di versi:  L’eternità dell’acqua (2017)  vince il primo premio per la poesia alla rassegna dell’editoria abruzzese.
Così il poeta scrittore si racconta:
Vorrei partire dalla mia ultima  raccolta poetica , “L’eternità dell’acqua” che giunge dopo 14 anni dall’ultimo che era stato Tra cielo e mare del 2003.
Sono anni in cui ho scritto molto e  non solo di poesia. Nel frattempo ho elaborato un nuovo percorso, o meglio una nuova meta al percorso poetico già tracciato dalle precedenti raccolte; ma anche dai miei studi universitari, in cui ho potuto collaborare con Alfredo Giuliani, tra i maggiori poeti italiani del dopoguerra, teorico dei novissimi (sui quali ho svolto la tesi) e docente a Chieti dove ho conosciuto, oltre a Francesco Iengo professore di estetica, anche un altro docente fondamentale per me, Gian Pietro Calasso, regista e scrittore, fratello di Roberto Calasso dell’Adelphi. Questi tre grandi sono i miei fari, oltre ai  massimi autori della letteratura mondiale di cui   cito solo alcuni: Baudelaire, Proust, Kafka, Ungaretti.
“L’eternità dell’acqua” è un libro sul fluire continuo della vita, un tema che mi ha sempre affascinato e in un certo senso oppresso. Cos’è il tempo? Come la vita si dipana nel tempo? E poi perché la vita? Perché ha assunto le forme che ha? Perché le ha assunte? E l’uomo? Cos’è l’individuo di fronte allo scorrere del tempo, di fronte all’universo? La metafora dell’acqua mi ha in un certo senso offerto un simbolo che potesse ergersi a risposta. L’acqua scorre. Dunque non sta, ma è nel moto; tuttavia dà vita a entità stabili, come un fiume, la pioggia, il mare, stabili nel senso che hanno una loro unità, una loro maniera in qualche modo afferrabile. Ma l’acqua - e qui mi sembra di trovare anche degli appigli etici e morali all'esistenza umana e alle mie domande metafisiche - l’acqua non è solo simbolo dello scorrere continuo, è simbolo anche dell’unità perfetta, dell’armonia. L’acqua è liquida, e ogni sua unità, ogni goccia è se stessa e nello stesso tempo la liquidità totale. L’acqua diventa così per me la metafora perfetta dell’armonia.
Queste inquietudini metafisiche, le domande, le risposte, le suggestioni sono ben espresse da alcune poesie della raccolta come “Seme d’anime”, “L’ago dell’universo”, “La musica eterna”.                     In esse e da esse sorge una scoperta sconvolgente, determinante, e cioè che noi non siamo solo noi stessi, noi siamo anche gli altri, o meglio in noi coesistono le tracce di tutti coloro che sono stati e di coloro che saranno, e in fondo le tracce dell’intero universo, per cui noi siamo noi, ma nello stesso tempo l’universo. Questa rivelazione nella raccolta ha risvolti morali importantissimi, perché costatare che gli altri non sono alterità rispetto a noi, e vedere noi stessi nell'altro, o meglio considerare gli altri come nuovi me, vuol dire anche dare vita a comportamenti etici e in linea con la necessità dell’armonia sociale, dal momento che si giunge alla consapevolezza che fare del male a qualcuno vuol dire farlo a noi stessi.
     Ecco allora la proposta della raccolta, vi è in essa l’invito a rendersi eterni riscoprendo se stessi negli altri e nel mondo, e accorgersi che sempre si è vissuti e sempre si vivrà. Nello scorrere eterno sta infatti la nostra possibilità di eternità, in questa scoperta della molteplicità della nostra identità (noi siamo altro e l’altro è un altro me) noi non solo assumiamo l’umiltà come atteggiamento nei confronti del mondo, ma giungiamo anche a riscattare i nostri limiti e a farci illimitati.                        L’istante, dunque, per noi non è caducità, non è l’effimero, è piuttosto l’eterno, come recita la lirica cruciale nella raccolta intitolata “L’istante perpetuo”. Nello scorrere frenetico è chiaro che ogni momento è destinato a perdersi, è istante effimero. Tuttavia se lo viviamo a fondo, se lo viviamo dentro, se vivendolo cogliamo l’universo e noi stessi nell'universo, quel momento diventa eterno, eterno perché lo abbiamo vissuto a fondo e questo resterà per l’eternità, niente potrà più cancellarlo.
Da questi appunti si può anche desumere l’idea che ho io della poesia, e in generale della letteratura e della cultura e dell’arte. Essi sono strumento della spiritualità, e la spiritualità è ciò che ci rende eterni, è il nostro riscatto dalla materia e dal fatto di essere innanzitutto materia. Tuttavia la materia attraverso noi è giunta a pensare e, ciò che è più sorprendente, è giunta a pensare se stessa. La poesia, soprattutto, è il frutto di questo pensare. Ed è forse l’arte che più di ogni altra si avvicina alla nostra coscienza, cioè alla nostra consapevolezza di non essere solo corpo e materia, e di non essere solo contingenti ed effimeri. Forse in questo la poesia è superiore alle altre arti. In effetti il nostro pensiero funziona linguisticamente, è attraverso il linguaggio che noi riusciamo a formulare le idee, tant'è che nella nostra mente le idee hanno una forma linguistica, e le idee sono l’espressione della nostra coscienza. Dunque il linguaggio ci aiuta a formulare idee, ad esprimerle, e, poiché le idee influenzano la consapevolezza che abbiamo del mondo e di noi stessi, ciò vuol dire che il nostro essere è influenzato dal linguaggio. Migliore è il linguaggio, più ricco è, più ricchi siamo noi, migliori nella nostra consapevolezza. Ora la poesia è l’espressione più pura del linguaggio, l’espressione per dir così più mentale, perché è epurata completamente da finalità come la comunicazione, la narrazione e via dicendo; la poesia è pura espressione, e dunque nella forma più pura ci aiuta ad essere migliori, ad avere più consapevolezza.

Tutto ciò per parlare della poesia, che è l’apice delle mie passioni e, dopo i miei figli,  è lo scopo primario  della mia vita.  Poi viene  il mio lavoro di insegnante, che per me non è altro che un prolungamento della poesia e della scrittura, o meglio poesia e scrittura e insegnamento fanno parte di una specie di compito  che per me coincide con il compito della vita e nel quale va inserito anche il mio amore per la natura e la montagna, per le escursioni estive e invernali, in cui vado a cercare Dio e me stesso tra i monti e i boschi infiniti del nostro Abruzzo. Per quanto riguarda la scuola, essa mi dà l’opportunità di cercare di permettere ai ragazzi con cui lavoro, di esprimere se stessi, di trovare se stessi e di farsi crescere, in un’idea di cultura come , educazione anche in un senso etimologico: e-duco, cioè conduco fuori. E’ questo in fondo il senso di tutto e di tutti, crescere, vivere al meglio quello che si è, lasciare un’impronta che solo noi possiamo lasciare; a noi è dato in affidamento per un periodo il testimone della vita che è appartenuto ad altri prima di noi e ad altri apparterrà dopo di noi, si tratta solo di essere degni di quel testimone, innanzitutto per la nostra felicità e poi per quella degli altri. In questo senso qui la vita diventa poesia e la poesia vita.”


Seme d’anime

Passano i fiumi le terre
Persino le stelle si muovono con i cieli
Le acque tornano ma non sono mai le stesse
Ogni istante muore nascendo
E i petali hanno la morbidezza dell’effimero
Eppure sento dentro un sempre
Un’eco continua e identica
Una musica senza tempo
Come una luna perenne e immobile
Un seme d’altre anime
Il sapore infinito del mio essere
Il silenzio che mi parla
Marco Tabellione


Recensione a cura di Elisabetta Mancinelli  email mancinellielisabetta@gmail. com

Le immagini sono di proprietà dall'autore, gentilmente concesse per la realizzazione dell'articolo.

venerdì 4 gennaio 2019

LA BEFANA E LA SUA STORIA


L’EPIFANIA : ORIGINI
Il ciclo dei festeggiamenti legati al Natale non si conclude  con la fine dell'anno solare, ma il 6 gennaio, giorno dell'Epifania, che nella saggezza popolare "tutte le feste porta via".

La dodicesima notte dopo il Natale, ossia dopo il solstizio invernale, era ritenuta una notte speciale dedicata alla luna, di qui il termine “epifania” dal greco 
“Tà epiphaneia” cioè apparizione, rivelazione della divinità e “manifestazione” della luce lunare. A differenza del Natale che era una festa solare, l’Epifania si viene a connotare come una festa della luna, un astro, questo, intimamente connesso a Madre Natura ed al suo ciclo di rinnovamento. Anticamente, infatti, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura. La notte del 6 gennaio, infatti, essa, stanca   per aver donato tutte le sue energie durante l'anno, appariva sotto forma di una vecchia  e  benevola strega, che volava per i cieli con una scopa. 
Oramai secca, Madre  Natura  era  pronta  ad essere bruciata come un ramo, per far sì che potesse rinascere dalle ceneri come giovinetta, una luna nuova.                           
Come  per le altre tradizioni italiane  che si svolgono in tutto l'arco dell'anno, molte nostre festività hanno un'origine rurale, affondando  le loro radici nel nostro passato agricolo. Così è anche per la Befana.
Nella  tradizione  popolare il termine Epifania, storpiato in Befana, ha assunto un significato diverso, andando a designare la figura di una vecchina particolare.
Prima  di perire però, la vecchina  passava a  distribuire  doni  e  dolci  a tutti,  in modo  da piantare i  semi che sarebbero nati durante l'anno successivo.

                LA STORIA
La figura della Befana ha origini antichissime. I romani celebravano l’inizio dell’anno con le “Sigillarie”, feste in cui ci si scambiavano doni in forma di statuette dette appunto Sigilla. Le Sigillarie  erano attese soprattutto  dai  bambini che  ricevevano   in dono i sigilla in forma di bamboline animaletti in pasta dolce.         
                                                             
Con  il passar  del  tempo l’Epifania  divenne  una ricorrenza della  tradizione cristiana per designare la prima manifestazione della divinità di Gesù Cristo, avvenuta in presenza dei re Magi.  
Da questo periodo, che viene dopo la seminagione, dipendeva il raccolto futuro e quindi la sopravvivenza del nuovo anno. Durante queste notti i contadini credevano di vedere volare sopra i campi seminati Diana, dea della fertilità. La Chiesa condannò questa figura pagana e Diana, da dea della fecondità, diventò una divinità infernale.  
   
Da  qui  nascono i racconti di vere e  proprie  streghe  e  dei loro voli e convegni a cavallo tra  il vecchio e il nuovo anno.
Dal XIII al XVI secolo la Befana non è ancora una persona ma solamente una festa, una delle più importanti e gioiose dell’anno. 
Nel tardo 1500 si comincia a parlare di Befane come figure femminili che vanno in giro di notte a far paura ai bambini. In seguito la Befana diventa una benefica vecchina che, a cavallo di una scopa, porta doni nella dodicesima notte. 
Il suo culto si ritrova in varie parti del mondo.                                          
In Francia si fa un dolce speciale al cui interno si nasconde una fava. Chi la trova viene nominato Re o Regina della festa. In Spagna i bambini pongono davanti la porta di casa un bicchiere d’acqua e del cibo. In Russia,  dove il Natale viene celebrato il 6 gennaio, i  doni  vengono  portati  da  Gelo accompagnato da Babuschka, una simpatica vecchietta.

In molte regioni italiane  in questo periodo, si eseguono diversi riti purificatori simili a quelli del Carnevale, in cui si scaccia il maligno dai campi grazie a pentoloni che fanno gran chiasso o si accendono imponenti fuochi, o  si costruiscono dei fantocci di paglia a forma di vecchia, che vengono bruciati durante la notte tra il 5 ed il 6 gennaio. In Veneto i ragazzi girano per le case cantando laudi in onore della Sacra Famiglia; in Toscana vi sono le  “befanate” rappresentazioni sacre e profane. Befanate sono anche i canti che gruppi di giovani intonano davanti le case per ricevere doni, come accade in Calabria, Sicilia, Puglia e nel nostro Abruzzo in cui si pensa che gli animali parlino ma non bisogna udirli, pena la morte.       

LEGGENDE
Ci sono inoltre molte  leggende  che spiegano la nascita di questa figura. Una di queste narra  che “Quando i Re Magi partirono per portare doni a Gesù Bambino, solo una vecchietta, brutta e gobba, con il naso adunco e il mento aguzzo, vestita di stracci e coperta di fuliggine si rifiutò di seguirli. Poi pentita, cercò di raggiungerli, non ci riuscì. Da allora, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, volando su una scopa con un sacco sulle spalle, passa per le case a portare ai bambini i doni che non è riuscita a dare a Gesù Bambino e attraverso la cappa del camino infila doni e dolcetti nelle calze  appese mentre tutti dormono. Ai bambini buoni lascia caramelle e dolcetti, a quelli cattivi lascia pezzi di carbone. Si narra che nell'ultima notte della sua dimora il mondo è pieno di prodigi: gli alberi si coprono di frutti, gli animali parlano, le acque dei fiumi e delle fonti si tramutano in oro. I bambini attendono regali; le fanciulle traggono al focolare gli oroscopi sulle future nozze, ponendo foglie di ulivo sulla cenere calda; ragazzi e adulti, in comitiva, vanno per il villaggio cantando, in alcuni luoghi si prepara con cenci e stoppa un fantoccio e lo si espone alle finestre.



Su questa  benevola vecchina vi sono varie filastrocche tra  cui:     


La Befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte.
Il vestito alla romana
viva viva la Befana.



e

Viene viene la Befana,
vien dai monti a notte fonda.
Come è stanca, la circonda
neve, gelo e tramontana.
Viene viene la Befana. (G.Pascoli)








Ricostruzione  storiografica  di  Elisabetta Mancinelli  
email: mancinella elisabetta@gmail.com