mercoledì 28 agosto 2019

L'ANGOLO DELLA MITOLOGIA

DEMETRA  O  CERERE ANTICA  DEA  DELLE  MESSI 
Demetra figlia di Cronos e di Rhea Cibele,  sorella di Giove che i romani identificarono con la loro Cerere, era la dea dell'agricoltura, una delle divinità maggiori e più venerate. Demetra, protettrice dei campi e delle messi, in greco "la madre Terra", veniva venerata come madre benigna e affettuosa. Aveva un carattere semplice, una  morale ineccepibile, ed era austera nei costumi.                                                 
Riceveva grandi onori dagli antichi,  poiché  aveva concesso grandi  benefici agli uomini che un tempo erano selvaggi, abitavano nelle selve, vivevano della carne delle belve e ignoravano le leggi e la coltivazione dei campi. La Dea cambiò le loro abitudini; facendo conoscere con saggia cura la coltivazione dei campi e delle piante. In tale modo gli uomini raccolsero utili frutti e abbondanti messi e  situarono stabili dimore nei villaggi e nelle città.
Demetra veniva raffigurata come una matrona severa e maestosa, ma anche bella ed affabile, con una corona di spighe in testa, una fiaccola in una mano e nell'altra un cesto di frutta. Le venivano sacrificati buoi, mucche e maiali, e le si offrivano frutta e miele. Le erano sacri i papaveri, gli alberi da frutta e le spighe.
A Roma il 12 aprile, si celebravano le feste in suo onore dette Cerealia.
Demetra o Cerere rappresenta l'energia materna per eccellenza, la vera nutrice e protettrice dei giovani Proteggeva tutti i prodotti agricoli, ma in particolar modo quelli ritenuti più importanti, le biade e i cereali. Il suo culto era molto diffuso in Tessaglia, nella Beozia, nell'Attica, a Corinto e in tutto il Peloponneso fino ad arrivare in Sicilia, che per la sua fertilità divenne la dimora preferita dalla dea.
Ebbe una figlia da Zeus: Persefone, per i romani Proserpina. Il mito del ratto della figlia Persefone
Persefone, unica figlia di Demetra, cresceva, giovinetta felice, insieme a sua madre e le altre dee, finché un giorno, Ade dio degli Inferi se ne innamorò e la rapì. Mentre stava raccogliendo dei gigli in un campo, improvvisamente la terra si aprì sotto i piedi della fanciulla, ed Ade la trascinò con sé nel suo mondo delle ombre e dei morti. Quando Demetra si accorse che la figlia era scomparsa, cominciò a cercarla ansiosamente, giorno e notte, per mari e per monti.                                                     
Ma nessuno fu in grado di aiutarla. Quando Elio, il Sole, le rivelò la verità, Demetra divenne talmente furiosa da abbandonare il suo posto ed i suoi doveri sull'Olimpo e andò a servizio da Celeo, re d’Eleusi. Mentre ella si trovava lì, la terra s’inaridì, le gemme appassirono, nessun albero fiorì o diede frutti, e l’Umanità soffrì la fame. Fu allora, che Zeus ordinò ad Ade di rimandare Persefone a casa, poiché Demetra aveva fatto in modo che dalla terra non nascesse più neanche un chicco di grano.     
Ade obbedì, ma prima di rinviare sua moglie sulla terra, fece in modo che ella ingoiasse un seme di melagrana; abbastanza da legarla al mondo sotterraneo per sempre. Quindi il dio degli Inferi stipulò un contratto con Demetra: per otto mesi l’anno, Persefone poteva vivere sulla terra con sua madre e, per gli altri quattro, sarebbe restata nell’Ade, con suo marito. Demetra fu d’accordo ed in breve, i campi si riempirono di grano, le piante rifiorirono, la terra divenne un tappeto di fiori, e gli alberi si riempirono di frutti. Fin d’allora, tutto è verde e fertile per otto mesi l’anno. Ma per i quattro mesi, durante i quali Demetra perde sua figlia, è come se la natura fosse morta.
Questa antica storia mitologica greca della grande dea Demetra è un’evidente metafora del volger delle stagioni, ma rappresenta anche un tenero archetipo del legame tra madre e figlia.


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Il ratto di Europa: un mito dall'eterno fascino.

Europa era una giovane e bella ragazza su cui Zeus pose il suo sguardo e quella passione divenne per sempre un mito.
Principessa, figlia del re di Tiro Agenore, amava vivere e giocare con le sue amiche in spiaggia e guardare il mare azzurro. Poi un giorno la vide il potente Zeus, il padre di tutti gli dei, “quello che ha la destra armata di fulmini a tre punte”. sposato con Era, ma pure un indomito fedifrago. Infatti si innamorò spesso: di Leda, Semele, ma anche di dee come Demetra, Maia. Per conquistarle non disdegnava qualsiasi tipo di trasformazione o di inganno, celebre, ad esempio, la metamorfosi in cigno per sedurre la bella Leda. Di queste passioni passeggere, talvolta si confida con Era, chiedendole anche dei consigli. Ma lei, non di rado, stanca delle continue infedeltà del marito. reagisce, non da divinità ma come la più gelosa delle mogli terrene.Una volta, come racconta Robert Graves nel suo: “I miti greci”, con l’aiuto di “Poseidone, Apollo e gli altri dell’Olimpo circondò Zeus all'improvviso, mentre dormiva e lo legò al letto con corde di cuoio, annodate cento volte, cosicché non si potesse più muovere”.

ZEUS E IL RAPIMENTO DI EUROPA.
Un giorno Europa con altre amiche, mentre gioca in spiaggia spensierata, ignara del destino che l’attende, viene rapita da Zeus, che di quella fanciulla si era invaghito. Per questo si trasforma, assumendo l’aspetto di un toro e, mescolato alle giovenche, si aggira aitante sulla tenera erba. Ovidio, nel secondo libro delle Metamorfosi, così lo descrive: “il suo colore è come quello della neve non calcata da passo pesante o sciolta dalle piogge dell’Austro; gonfio di muscoli è il suo collo, dalle spalle pende la giogaia; piccole corna, ma tali che potresti ritenerle fatte a mano, e più trasparenti d’una gemma pura”.
Ma il toro in cui si cela Zeus, non è aggressivo, Europa infatti, incuriosita da quell'insolito animale, gli si avvicina , rassicurata dalla mitezza dell’animale e non solo lo sfiora, ma gli porge dei fiori odorosi.
Si crea così l’idillio fra i due e. Zeus pregusta il piacere agognato “saltando gioioso sull'erba verde”. Gli iniziali timori di Europa ormai sono del tutto superati, tanto che la figlia del re, come racconta ancora Ovidio, “s’adagia persino sul suo dorso, senza sapere su chi siede. Allora il dio dalla terra asciutta della riva, “comincia a imprimere le sue mentite orme nelle prime onde e poi procede oltre e in mezzo alle acque del mare si porta via la sua preda”.
La fuga è repentina, Europa, terrorizzata si volge a guardare le amiche sulla riva, ormai lontana. Per non cadere, afferra con la mano destra un corno, mentre con la sinistra cinge la groppa, e il vento impetuoso le gonfia le belle vesti.
Il rapimento di Europa, che lo scrittore greco Luciano definisce dolce e amoroso spettacolo, si conclude a Cnosso, sull'isola di Creta.
Tanti artisti, tra cui Tiziano e Rembrandt, hanno eternato in dipinti straordinari il rapimento: .
Pseudo Apollodoro nella sua Biblioteca racconta che:
“Ella, dopo che Zeus giacque con lei, generò Minosse, Serpedonte e Radamanto”.
Ma Zeus, ben presto, lascia la povera Europa con i tre figli per tornare nell'Olimpo, non prima di trasformare il candido toro in una costellazione celeste. Ma, per cercare di rendere meno dura questa fuga, decide di fare omaggio alla ragazza di tre doni: Talos, un gigante di bronzo guardiano di Creta, un cane addestrato e un giavellotto dalla mira infallibile.
Europa poi conosce Asterione, re di Creta, che affascinato dalla bellezza della giovane la sposò e decise di adottare i tre figli “divini” per non perdere l’amata.Il mito del rapimento di Europa è il fondamento leggendario della migrazione da Oriente a Occidente, da Tiro a Creta, da una cultura a un’altra.
Nel 1610 Galileo, scrutando il cielo, scoprì quattro dei Sessantasette satelliti di Giove, il pianeta più grande del nostro sistema solare. Uno di questi, fu chiamato Europa.

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La leggenda di Eco e Narciso

Nell'antica  Grecia, Cefiso, il dio delle acque, rapì la ninfa Liriope.             
Si amarono teneramente e dalla loro unione nacque un figlio che fu chiamato Narciso. Gli anni passarono e Narciso divenne un bellissimo ragazzo. Liriope volendo salvaguardare la bellezza del giovinetto; si recò  dall'astrologo Tiresia che, dopo aver consultato l'oracolo, le disse: “Narciso vivrà molto a lungo e la sua bellezza non si offuscherà ma non dovrà più vedere il suo volto. La profezia di Tiresia si avverò: Narciso restò per sempre adolescente, mantenendo  intatta la  sua bellezza che attraeva teneramente le ninfe che l'avvicinavano.
Ma lo splendido ragazzo sfuggiva il mondo e l'amore e preferiva trascorrere il tempo passeggiando da solo nelle foreste sul suo cavallo oppure andando a caccia di animali selvatici.
Un giorno, mentre cacciava, sentì rimbalzare tra le gole della montagna una voce che si esprimeva in canti e risate. Era  Eco, la più incantevole delle  ninfe della montagna che, al solo vederlo, s'innamorò perdutamente di lui. Ma Narciso era tanto  superbo della propria bellezza, che gli pareva cosa di troppo poco conto occuparsi di una semplice ninfa. Non così era per Eco che da quel giorno seguì il giovinetto ovunque andasse, accontentandosi di guardarlo da lontano. L'amore e il dolore la consumarono: a poco a poco il sangue le si sciolse nelle vene, il viso le divenne bianco come neve e, in breve, il corpo della splendida fanciulla divenne trasparente al punto che non proiettava più ombra sul suolo.
Affranta dal dolore si rinchiuse in una caverna profonda ai piedi della montagna, dove Narciso era solito andare a caccia. E lì con la sua bella voce armoniosa continuò a invocare per giorni e notti il  suo amato. Inutilmente perché Narciso, che pur udiva l'angoscioso richiamo, non venne mai.
Della ninfa rimasero solo le ossa e la voce. Le ossa presero la forma stessa della cava roccia ove il suo corpo era rannicchiato e la voce visse eterna nella montagna solitaria.
Da allora essa risponde accorata ai viandanti che chiamano. Ma è fioca e lontana e ripete perciò solo l'ultima sillaba delle loro parole: ha perduto la sua forza invocando Narciso l’insensibile cacciatore che non volle ascoltarla. Ma lui non ne fu affatto addolorato e continuò la sua vita appartata. Fu allora che intervennero gli dei per punire tanta ingratitudine.
Un giorno, mentre il superbo giovinetto si bagnava in un fiume, vide per la prima volta riflessa nell'acqua limpida l'immagine del suo viso. Se ne innamorò perdutamente e per questa ragione tornava di continuo sulle rive del fiume ad ammirare quella fredda figura.                               Ma ogni volta che tendeva la mano nel tentativo di afferrarla, la superficie dell'acqua s'increspava, ondeggiava e l'immagine spariva.
Una mattina, per vederla meglio, si sporse di più e di più finché perse l'equilibrio cadendo nelle acque, che si rinchiusero per sempre sopra di lui. Il suo corpo fu trasformato in un fiore di colore giallo dall'intenso profumo, che prese il nome di Narciso.


SIGNIFICATO SIMBOLICO E PSICOLOGICO
mito di Narciso, da cui deriva il termine narcisismo: adorazione morbosa di sé stessi,  si esprime nel culto e nella cura maniacale per il proprio corpo  che spinge a improntare a totale egoismo i rapporti con il mondo esternoporta con sé tanti simbolismi. Però i miti hanno un valore profondo, sono stati creati per parlare al nostro inconscio, per aiutarci a capire cosa veramente vogliamo, a che cosa temiamo, cosa non riusciamo ad affrontare e perché che ci  spinge a improntare a totale egoismo i rapporti con il mondo esterno. 
La leggenda di Narciso ed Eco racconta la storia di due opposti, Narciso incapace di guardare al di là di sé stesso ed Eco incapace di aver cura di sé stessa. 

                      
DUE DONNE A CONFRONTO
Penelope simbolo  di  "donna fedele" ed  Elena “donna fatale”


     PENELOPE: simbolo di donna fedele
L’esempio  più  celebre di virtù e fedeltà  femminile è rappresentato da Penelope, figlia di Icaro e Peribea, moglie di Ulisse che fece di lei la regina di Itaca. Ebbe un figlio Telemaco ancora bambino quando il padre partì per la guerra di Troia. Durante la ventennale assenza di Ulisse, Penelope seppe opporre una ferma e saggia resistenza alle insistenze dei Proci, i quali pretendevano che scegliesse uno di loro come marito e successore  al  trono rimasto vacante per la presunta morte di Ulisse. Per prendere tempo e farsi gioco dei Proci lei dichiarò che, prima di passare a nuove nozze, voleva tessere la famosa tela del lenzuolo funebre che avrebbe avvolto il suocero  Laerte, quando  fosse morto. 
Ma ogni notte Penelope disfaceva la parte  di tela  ordita durante il giorno. L’inganno durò fino a quando alcune delle sue ancelle infedeli rivelarono ai Proci la verità. La situazione cominciò a precipitare e divenne sempre più insostenibile:  i Proci cominciarono a spadroneggiare nella reggia dilapidando le ricchezze. Fortunatamente Ulisse tornò ad Itaca, fece strage degli  usurpatori aiutato dal figlio, dai  pochi servi rimasti fedeli  e dall'inseparabile dea Minerva.   Ma il prode eroe fece  difficoltà a farsi riconoscere dalla moglie a tale scopo  descrisse  minutamente il letto nuziale che egli stesso aveva costruito. Ulisse e Penelope si ricongiunsero  definitivamente, non prima che l’eroe sia stato messo alla prova dalla sua sposa fedele a cui le tante sofferenze avevano  acuito saggezza e scaltrezza.  Con Ulisse  Penelope visse poi  a lungo serena   l’amore coniugale, di cui la donna è custode, ha il suo trionfo. La figura appare a più riprese nelle pagine del poema  dell’Odissea, sempre nelle vesti di madre premurosa e di sposa fedele.



ELENA : Donna fatale
Elena è uno dei personaggi più noti della letteratura classica e ha ispirato un gran numero di racconti e leggende. In lei convergono la bellezza della donna fatale e la volubilità femminile. Seduttrice sensuale, era capace di fare innamorare di sé  gli uomini. Regina di Sparta e  di eccezionale bellezza, fu all'origine della guerra di Troia; la spedizione  dei  Greci venne infatti  effettuata per vendicare il torto subito da Menelao, re di Sparta e marito di Elena, che era stato tradito dalla donna  fuggita con il troiano Paride. Elena figlia della bellissima Leda e di Zeus, sorella dei due Dioscuri Castore e Polluce e di Clitennestra, nacque da un uovo deposto  dalla madre Leda dopo che Zeus, per congiungersi con la donna  assunse le sembianze di un cigno.
Già da giovane sarebbe stata rapita da Teseo e riportata poi a casa dai Dioscuri. Numerosi nobili greci aspirarono alla sua mano, alla fine la scelta cadde su Menelao, figlio del re di Micene. Dal loro matrimonio nacque Ermione. Durante la guerra di Troia, Elena aiutò i Greci; dopo la morte di  Paride che avvenne quando la guerra si avviava verso la conclusione, sposò il fratello di lui Deifobo, che abbandonò quando   si riconciliò col marito Menelao. Il  loro viaggio di ritorno a  Sparta durò ben sette anni, perché sospinti da venti  sfavorevoli.  A Sparta ella visse a fianco di Menelao per alcuni anni in pace e serenità.
I racconti relativi alla morte di Elena sono tuttavia divergenti. Secondo la profezia di Proteo, nell'Odissea, Menelao ed Elena erano stati destinati  a non conoscere la morte, bensì a venire accolti dagli dei Campi Elisi.
Secondo altre fonti non tutti, però, perdonarono le sue colpe: Polyxo, moglie di Tiepolemo, Re di Rodi, morto a Troia, non lo fece e, alla morte di Menalao, quando  Elena si trasferì proprio a Rodi, Polyxo  la catturò e la fece impiccare. Elena  fu  quindi  vittima di un diverso e più crudele   destino disposto dagli dei.



IL MITO DI CASTORE E POLLUCE

La mitologia classica descrive i due gemelli come inseparabili, guerrieri intrepidi e abili domatori  di cavalli.  Sia i Greci che i Romani  considerano i  Dioscuri i  protettori degli uomini da ogni pericolo e in ogni difficoltà, sulla terra e sul mare. Eroi spartani per eccellenza, Castore e Polluce vissero poco prima della guerra di Troia. Conosciuti come Dioscuri,  "figli di Zeus", erano gemelli figli di Leda, moglie del re di Sparta, ma erano gemelli particolari, nati da due uova che contenevano uno Polluce ed Elena e l'altro Castore e  Clitennestra. Si narra che  soltanto Polluce era immortale, essendo stato concepito quando Zeus aveva assunto le sembianze di un cigno per sedurre Leda.



Castore, come Elena e Clitennestra, era mortale, figlio di Tindaro, con il quale Leda, inconsapevole di essere stata fecondata da Giove, si era congiunta la stessa notte.
I  due inseparabili gemelli parteciparono a molte famose imprese, tra cui la spedizione contro Atene, quando Teseo rapì Elena da Sparta, la spedizione degli Argonauti alla conquista del Vello d'Oro e la lunga lotta con i figli di Afareo: Idas e  Linceo  insieme ai quali avevano rubato un grosso  gregge in Arcadia.
Questa ultima avventura si concluse male perchè al momento della spartizione del bottino Idas si prese la maggior parte del gregge portandoselo nella sua terra, a Messene.  Castore e Polluce andarono a loro volta a Messene per recuperare il gregge. ma nello scontro Castore venne ferito mortalmente dalla lancia di Idas, Polluce uccise Linceo e, quando Idas gli ruppe una roccia in testa, Zeus suo padre, intervenne incenerendolo con un fulmine. 
Sostenendo  Castore  morente, per non essere divisi, Polluce implorò Zeus di far morire anche lui oppure di dare l'immortalità anche al fratello.
Zeus esaudì  in parte la preghiera di Polluce: decise di ricongiungerli permettendo loro di stare insieme, metà del tempo agli Inferi e metà con gli dei sul monte Olimpo.
Secondo un'altra leggenda Zeus concesse loro di vivere e morire un giorno per ciascuno trasformati nella costellazione dei Gemelli. Infatti, nella costellazione dei Gemelli, una delle stelle principali si nasconde sotto l’orizzonte quando appare l’altra, ricordando permanentemente  il destino che unisce i due fratelli.

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mercoledì 31 luglio 2019

DON PASQUALE BAIOCCHI : l’ abruzzese “ARTISTA DEL FUOCO”

In occasione dei fuochi pirotecnici in onore di Sant'Andrea, per la prima volta sul mare, che hanno offerto nell'area  cromie  spettacolari, è d'uopo ricordare il grande artista abruzzese del fuoco,  Pasquale Baiocchi.  Nacque a Città Sant'Angelo il 12 agosto 1847, fu  un  fuochista  famoso per la sua bravura nel creare fantastici giochi pirotecnici, ma anche un patriota.
Nel 1866 si arruolò come volontario nelle truppe garibaldine e partecipò alle battaglie della terza guerra d’indipendenza. Indossò la camicia rossa anche quando partecipò alla Campagna  dell’Agro  Romano per  abbattere  il  potere temporale del Papa, ma  fu  preso  prigioniero  e  rinchiuso a Castel  Sant'Angelo.
Eclettico  personaggio  si dedicò allo studio del violino e entrò a far parte dell’orchestra  del Teatro San Carlo di Napoli.         Ma la passione per l’arte pirotecnica prevalse e frequentò, nella città partenopea, un laboratorio diretto da un esperto in questo genere  di creazioni  che gli permise di migliorare la sua personale esperienza ed eseguire fuochi di novità che gli valsero grandi  manifestazioni di stima. Tutto ciò gli fu di potente stimolo, al ritorno definitivo a Città Sant'Angelo. E  a 23 anni, animato dal fervore della sua passione, aprì nel Rione Casale all'interno  del suo paese   un piccolo laboratorio.  
Da  qui  cominciò la sua straordinaria ascesa.   
Con i suoi fuochi suscitò l’ammirazione in tutta l’Italia. Anche  la  famosa  ditta  pirotecnica Papi di Roma entrò in relazione con lui.  Venne  chiamato  in molte  città tra cui Rimini, Torino, Alessandria ecc.    
Il 4 luglio del 1907 fu invitato dal Comune di Napoli per una grande festa in onore di Giuseppe Garibaldi. Questo   purtroppo fu il suo ultimo spettacolo.    
Morì infatti  il 10  luglio del 1907 nel suo laboratorio di Città Sant'Angelo in seguito ad una tremenda esplosione insieme a 7 suoi collaboratori.                                     
Edmondo De Amicis, nel libro le "Pagine Allegre", lo definiva “l’artista del fuoco”  per  la  sua perizia  nel creare fantastici giochi pirotecnici in aria e in acqua  tali da fargli vincere numerosi concorsi nazionali.  
Nel 1894 venne nominato  dal  Re  d’Italia   “Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia”. A lui è intitolato il concorso nazionale per spettacoli pirotecnici.




IL GRANDE BAIOCCHI INCENDIO’  I  SUOI “ FUOCHI “ IN GARA CON IL TEMPORALE

La  festa del patrono  di  Pescara San Cetteo,  sin  dai  tempi  antichi  era caratterizzata, a  differenza  delle  altre città italiane, oltre che dalla processione, le  gare  sul  fiume e una grandiosa illuminazione galleggiante, che  la corrente  trasportava  come  un  corteo  di  fiori di fuoco  che andava a finire in mare, anche da grandiosi  fuochi  pirotecnici.

Nel 1893 i pescaresi organizzarono una di queste indimenticabili feste. Tutte le strade vennero artisticamente illuminate, in particolare Corso Manthonè e piazza Garibaldi  e addobbate con archi formati da festoni e lampioncini ad olio di vetro colorato. Per tutta la città passeggiava una folla spensierata venuta dai paesi vicini. Alle venti, mentre le bande di Città Sant’Angelo e  di Pianella si preparavano alla “disfida”,  venne all'improvviso  un forte vento  dal  mare  indice  di un temporale; i lampioncini, sbattuti l’uno contro l’altro dal vento, si rompevano  e  lasciavano gocciolare l’olio sul pubblico che gremiva il Corso, ma intanto cominciavano a cadere goccioloni d’acqua.  Pasquale Baiocchi, che aveva già preparato gli ultimi ritocchi per lo spettacolo pirotecnico che doveva brillare a mezzanotte, impressionato dal temporale che poteva rovinare tutto l’artifizio, sparò subito una decina di grosse bombe per aria  per richiamare il pubblico e cercare di spaccare la nuvola:  ma ottenne l’effetto contrario. Tuttavia il grande maestro, testardo com'è un abruzzese, con un bengala in mano, correndo da tutti i lati incendiò una ad una tutte le cassette con un centinaio di bombe che si sparano al finale. Tutto  il  cielo  era  una  cupola  di colori:  un grande  spettacolo  tra il faceto ed il terribile  e, mentre   piovevano   giù acqua  lampi e tuoni,  “l’artista del fuoco” da  terra  continuava  a mandare su bombe e girandole.  La battaglia  durò  venti   minuti  con  la  sconfitta  del   re  degli dei  Giove  Pluvio:  tutti  quei colpi avevano spaccato la nuvola  e improvvisamente il tempo migliorò.  Il  pubblico, zuppo dalla  pioggia  rideva, gridava, piangeva, ed  applaudiva quell'eccezionale evento grandioso e…soprannaturale. Don Pasquale fu sollevato di peso e portato in trionfo, mentre le bande tornarono a darsi battaglia.






                                                         LA RIVINCITA DEL FUOCO

Pasquale  Baiocchi  era un maestro insuperabile, il mago dei fuochi artificiali,  il più sapiente creatore di congegni pirotecnici  e  un sottile ricercatore di armonie e colori. Ma il fuoco, di cui egli era il Re, si prese una terribile rivincita.  
Il 10  luglio del 1907  alle ore 17 nel suo laboratorio, che si trovava  vicino  alla chiesa  della  Madonna  delle Grazie a Città Sant’Angelo, avvenne una  tremenda  esplosione  in  seguito  ad  un  errato maneggiamento  dei  materiali  esplosivi  e Don  Pasquale morì insieme a sette operai.  




La tragedia si svolse come il suo  ultimo spettacolo  quasi  che  il  demone Fuoco, ribellatosi, avesse scagliato tutti i suoi razzi e  le  sue  folgori  come vendetta  sul  maestro del fuoco. 




Nel suo paese lo ricordano annualmente con una serie di manifestazioni che culminano in un grande spettacolo di fuochi d’artificio a terra ,proprio in Largo Baiocchi nel centro storico del borgo, dove nel 1990, è stata posta una lapide che lo  ricorda.







Ricostruzione storiografica di Eisabetta Mancinelli
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lunedì 29 luglio 2019

Giacomo Acerbo: un illustre conterraneo

Giacomo Acerbo, politico, nasce il 25 luglio 1888 a Loreto Aprutino da una antica famiglia della piccola nobiltà provinciale abruzzese in ogni generazione ricca di distinti professionisti e provetti amministratori della cosa pubblica.
Uomo di punta e personaggio controverso nella travagliata e drammatica vicenda politica del suo tempo mai dimenticò le sue origini e alla loro valorizzazione dedicò molte energie lasciando una interessante e ricca raccolta di maioliche, battendosi per l’unificazione di Pescara e l’istituzione della Provincia e ideando una gara automobilistica: “La Coppa Acerbo” che fece conoscere al mondo Pescara e L’Abruzzo.
Il padre Olinto appartiene ad una nobile famiglia della vecchia borghesia e la madre Mariannina de Pasquale alla nobiltà abruzzese: i baroni de Pasquale di Caprara discendenti da una illustre famiglia originaria dei Balcani da cui fuggono in seguito all’invasione dei Turchi.
Giacomo nutre una vera adorazione nei confronti della madre tanto da esporre diversi suoi ritratti e sculture nella casa dov’era nato, a Loreto Aprutino.
A questa figura di “madre d’Abruzzo” è stata dedicata una biografia da Mara Baldeva (Garzanti 1992) dal titolo “Una madre d’Abruzzo: Donna Mariannina Acerbo” .
Compiuti gli studi secondari classici e laureatosi in Scienze Agrarie a Pisa nel 1912, il giovane barone non tarda a distinguersi per le sue attività sociali e culturali, che lo portano a ricoprire importanti e prestigiose cariche in ambito militare politico, accademico e sportivo.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, insieme al fratello Tito si arruola come volontario e, ferito a Flondar il 23 agosto 1917, si distingue per il suo valore militare tanto che viene decorato con tre medaglie d’argento tutte e tre concesse sul campo (Trentino 1916, Carso 1917, Piave 1918).
Il suo unico fratello Tito, a cui era molto legato, al quale è dedicato l’istituto Tecnico di Pescara, capitano della Brigata “Sassari”, cade eroicamente il 16 giugno 1918 sul Piave alla testa di un battaglione e viene decorato di una medaglia d’oro e due d’argento.
Giacomo, congedato col grado di capitano nel 1919, alla fine del conflitto si avvia alla carriera universitaria e contemporaneamente promuove l'Associazione dei combattenti di Teramo e Chieti, che, dopo le elezioni del 1919, si stacca dalla Associazione nazionale e costituisce il Fascio di Combattimento provinciale, anche se appartiene sempre all’ala moderata del partito come il cugino per via materna Domenico Tinozzi di Cugnoli deputato liberale e poi senatore.
In Abruzzo si candida al Parlamento nelle elezioni del 24 giugno 1921, dove è eletto con forte maggioranza nel gruppo parlamentare fascista.
Con l’onorevole Giovanni Giuriati si fa promotore della trattativa con i delegati del gruppo parlamentare socialista per una tregua tra i due partiti.
Il 28 ottobre del 1922 partecipa alla Marcia su Roma.
Durante l’azione, su sollecitazione del Presidente della Camera Enrico De Nicola, tiene i contatti con il Quirinale presidiando il palazzo di Montecitorio e ponendosi di guardia per due giorni per impedire la minacciata irruzione delle squadre fasciste.
Accompagna poi Benito Mussolini a ricevere dal re l'incarico ministeriale e lo assiste nella formazione del governo.
Lega il suo nome alla riforma elettorale maggioritaria la «Legge Acerbo» emanata il 18 novembre 1923.
In base a essa, alla lista che avesse ottenuto anche una lieve maggioranza (con almeno il 25% dei voti), sarebbero spettati i due terzi dei seggi alla Camera; i seggi rimanenti sarebbero stati ripartiti proporzionalmente fra le altre liste.
La legge Acerbo trova immediato riscontro nel 1924, nelle elezioni del 6 aprile quando, con il previsto premio di maggioranza, favorisce il Partito fascista.
Nel 1924, insignito del titolo di barone dell'Aterno, pur coinvolto solo marginalmente nelle inchieste sul delitto Matteotti, lascia il sottosegretariato alla presidenza del consiglio.
Nel 1925 viene nominato sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio e segretario del consiglio dei Ministri .
Si adopera in modo determinante insieme a Gabriele D’Annunzio, per la fondazione e l’unificazione della grande città di Pescara e nel 1927 viene firmato il decreto per la fusione di Pescara con Castellammare e per la nascita della Provincia.
Nel 1924 viene da lui ideata la competizione denominata “Coppa Acerbo”: una gara automobilistica leggendaria che si svolse a Pescara dal 1924 al 1961.
Avvenimenti che in seguito ripercorre in una cronistoria: “Acerbo 1967”.
Successivamente diviene vicepresidente della Camera dei Deputati e nel 1929 Ministro dell’Agricoltura oltre che Ministro delle Finanze-Tesoro.
Può così dichiarare nel 1933 la vittoria della “battaglia del grano” da lui voluta con cui l’Italia, per la prima volta nella sua storia, raggiunge l’autosufficienza cerealicola.
Scrive importanti di Economia rurale e Storia economica.
Nel 1933 Giacomo Acerbo si sposa con Giuseppina Marenghi appartenente a una delle famiglie più facoltose dell'epoca di Milano e specializzate nell'imprenditoria tessile.
Nel 1940, a 52 anni, si arruola volontario nella seconda guerra mondiale partecipando all’occupazione dell’isola iugoslava di Veglia, dove sbarca alla testa del corpo di spedizione italiano.
Nella seduta del Gran Consiglio del Fascismo, avvenuta nella notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943, sottoscrive l’ordine del giorno Grandi che determina la caduta del Fascismo.
Per questo motivo, nel 1944, è condannato a morte in contumacia dalla Repubblica Sociale Italiana del nord (Tribunale di Verona), che invia una squadra di “repubblichini” direttamente con lo scopo di catturarlo per l’esecuzione.
Riesce a sottrarsi alla cattura perché, mentre i poliziotti fascisti vengono intrattenuti in ingresso, per consentirgli di prepararsi e di salutare la moglie, lui invece fugge da una finestra posta sul retro della casa.
Viene ospitato a turno dai contadini della zona che, pur minacciati di morte e allettati, vista la loro povertà, da una ricca ricompensa prevista per chi ne favorisca la cattura, provvedono a trasferirlo da una masseria all’altra fino alla ritirata dei tedeschi ed al conseguente cessato pericolo.
L’anno dopo, nel 1945, l’Alta Corte del Governo dei Comitati di Liberazione del sud lo condanna a 48 anni di reclusione, quale corresponsabile della nascita e affermazione del fascismo; pertanto, viene relegato a Procida.
Nel 1947 la Corte di Cassazione cancella la sentenza e nel 1951 viene anche reintegrato nella cattedra di Economia e Politica Agraria presso l’Università di Roma, dalla quale era stato epurato nel 1945 dal Governo dei Comitati di Liberazione.
Si presenta alle prime elezioni democratiche del dopoguerra per la Camera dei Deputati nel Collegio della Provincia di Pescara per il Partito Movimento Monarchico Italiano, ma vince il candidato del Collegio dell’Aquila.
Coltiva l’interesse per la musica divenendo un membro del consiglio direttivo del Regio Liceo musicale di Santa Cecilia e Presidente dell’Accademia Filarmonica Romana.
Nel 1962 il Presidente della Repubblica Antonio Segni, gli conferisce la medaglia d’oro di benemerenza della scuola, della cultura, dell’arte.
Nel 1962 Giacomo Acerbo pubblica un libro di interesse storico “ Fra due plotoni di esecuzione. Avvenimenti e problemi dell’epoca fascista”.
Tra le sue varie memorie si rinvengono interessanti testimonianze e riflessioni sull’entrata in guerra dell’Italia e sull’ultima seduta del Gran Consiglio del Fascismo che ha stimolato non poche discussione sull’accusa di “tradimento” da parte dei gerarchi ribellatisi a Mussolini.
Muore a Roma il 10 gennaio del 1969 a 81 anni.
La Coppa Acerbo, fondata e presieduta da Giacomo Acerbo in memoria del fratello Tito, è una gara automobilistica leggendaria che era ed è considerata una classica del passato.
Si svolse a Pescara dal 1924 al 1961, per complessive 27 edizioni.
Era una competizione a livello internazionale, paragonabile ad una gara dell’attuale campionato del Mondo di Formula 1.
Si disputava su un circuito in buona parte cittadino di oltre 25 km (25,579 km) e per un totale di 10 giri.
Iniziava nel centro della parte nord di Pescara, all'altezza dell'attuale Piazza Duca degli Abruzzi sulla via Nazionale Adriatica, percorreva il rettilineo dell'attuale via del Circuito fino alle campagne circostanti ed ai paesi di Villa Raspa e Spoltore per poi raggiungere Cappelle.
Di qui le automobili prendevano la direzione del mare e quindi intraprendevano ad altissima velocità il cosiddetto "chilometro lanciato" - dove, nel 1950, Juan Manuel Fangio raggiunse l'incredibile velocità di circa 288 km/h - fino ad arrivare a Montesilvano svoltavano poi verso sud sull'attuale via Nazionale Adriatica, dove veniva completato il giro.
La gara fece conoscere al mondo l’Abruzzo e Pescara.
Il circuito alternava tratti tortuosi a lunghi rettilinei e metteva a dura prova l’abilità dei piloti.Il tracciato presentava grandi difficoltà soprattutto per le precarie condizioni di sicurezza nelle quali veniva svolta la manifestazione, anche perché sul percorso si accalcavano folle immense: fino a 200.000 spettatori.

Diversi furono gli incidenti mortali. Infatti nel 1934 la giovane promessa Guy Moll vi perse la vita in un tragico incidente.
Nelle molte edizioni parteciparono alla gara le migliori case automobilistiche italiane: Ferrari, Bugatti, Alfa Romeo, Maserati e straniere: Mercedes- Benz, Auto Union Vanwall nonché molti grandi campioni come Tazio Nuvolari, Achille Varzi, Luigi Fagioli, Bernd Rosemeyr .
Nel 1924 Enzo Ferrari, alla guida dell’Alfa Romeo Ris, battè la Mercedes e vinse la prima importante edizione della “Coppa Acerbo”.
Nel 1932 Tazio Nuvolari al volante dell’Alfa Romeo P3 vinse l’ottava edizione.
Nel dopoguerra, tra i noti campioni del mondo che correvano sul circuito di Pescara, vi erano anche Juan Manuel Fangio, il pilota argentino di origine abruzzese e Stirling Moss il suo più acerrimo rivale.
Il circuito di Pescara è ancor oggi il tracciato più lungo dove si sia mai svolta una gara di Formula 1.
Nel 1961 è stata disputata l'ultima edizione della corsa, che non si è più ripetuta per ragioni di sicurezza..
MUSEO DELLE CERAMICHE DI CASTELLI
Collocato in un punto particolarmente suggestivo dell'antico centro di Loreto Aprutino, all'ombra di architetture rinascimentali nell'antico palazzo Acerbo, il Museo, fin dal 1957, primo anno di inaugurazione, si afferma come uno dei più completi ed interessanti esempi di collezione atto a documentare la produzione regionale di maioliche compiuta tra i secoli XVI e XIX quando le ceramiche di questo centro erano molto ricercate in ogni corte europea, grazie alla presenza di personalità di spicco, come le famiglie Grue e Gentili.
Il profondo interesse verso le memorie patrie e per le antiche maioliche castellane ha indirizzato il barone Giacomo Acerbo dell'Aterno a assemblare, con gusto ed infaticabili ricerche, la sua mirabile collezione, di circa 600 pezzi (vasi, fiasche, albarelli, piatti, mattonelle, statuine ecc.) che ancora oggi si offre agli sguardi estasiati di studiosi e visitatori provenienti da ogni parte del mondo.
Il museo delle ceramiche di Castelli "Acerbo" di Loreto Aprutino è uno dei più antichi d’Abruzzo ed è stato recentemente acquisito dalla Regione Abruzzo e dalla Fondazione dei Musei Civici di Loreto Aprutino.
Il 19 Febbraio 2000, dopo una cerimonia di inaugurazione, ha riaperto stabilmente le proprie porte, anche se con cautela dopo un tentativo di furto, a tutti coloro che sono interessati alle antiche maioliche o hanno il desiderio di avvicinarvisi per meglio apprezzarle e comprenderle.
La collezione Acerbo fu raccolta dal suo ideatore a partire dagli anni '30 del Novecento.
Probabilmente Giacomo, sin da fanciullo, rimase impressionato dalle raccolte di maioliche che diverse famiglie abruzzesi nobili o ricche borghesi erano solite custodire gelosamente: un’usanza questa le cui origini si fanno risalire al Settecento e per alcune anche al Seicento.
La prima sede della raccolta fu la villa di Caprara che gli Acerbo ebbero in eredità sul finire degli anni Trenta.
Giacomo acquistò il primo nucleo importante della storica collezione, dalle famiglie Aliprandi-De Sterlich di Penne nel 1936 e precisamente da Don Diego Sterlich-Aliprandi.
Questi probabilmente vide in lui, nominato Barone dell’Aterno per il suo spirito e la levatura culturale, il suo sostituto quale garante della futura conservazione di questo importante patrimonio storico-artistico.
Infatti Giacomo la incrementò fino all’acquisto di ulteriori raccolte: Quartapelle di Teramo e Bonanni di Ortona.
Ulteriori prestigiose acquisizioni pervennero da altre importanti collezioni come la Philipson-Rothschild di Firenze e la raccolta Manieri dell'Aquila.
Dette così luogo ad una delle più grandi collezioni di maioliche abruzzesi esistenti.
Fu trafugata durante l’ultimo conflitto mondiale ed in seguito recuperata.
Nel 1957 a Loreto Aprutino il barone Acerbo decise di esporla in un Museo di cui curò, attraverso l’architetto Leonardo Paladini, la progettazione e la sistemazione nell’ attuale struttura.
Accanto a pezzi di produzione più corrente troviamo capolavori assoluti nella tipologia cosiddetta “a paese”, tipica della “veduta” castellana.
Soprattutto i pezzi riferiti ai membri della famiglia Grue colpiscono per la finezza di modellato e per le qualità pittoriche e cromatiche e non da meno sono quelli dei Gentili.
Nel percorso espositivo si possono ammirare rari esempi di vasellame da farmacia, albarelli e bottiglie; oggetti della devozione domestica come acquasantiere, statuine di santi e mattonelle con la raffigurazione di scene sacre; ci sono poi gli oggetti da tavola come servizi di piatti, brocche, fruttiere delle più importanti officine di Castelli.
Il percorso della mostra segue un ordine cronologico focalizzando le personalità delle famiglie ceramiste più importanti.
Si comincia dagli anonimi artisti del Cinquecento per arrivare, anche attraverso il filo dell’evoluzione delle forme e delle decorazioni degli oggetti, al Settecento con alcuni albarelli firmati da Francesco Antonio Saverio Grue, come quello con la figura di San Bruno commissionato dalla Spezieria della Certosa di San Martino di Napoli, o da Liborio Grue che accanto a temi sacri introduce quelli desunti dalla mitologia.
Riferibili al Seicento sono poi una serie di grandi piatti del capostipite dell’officina, Francesco Grue (1618 - 1673), con scene tratte da incisioni della Gerusalemme Liberata.
I documenti e le immagini sono tratti da : “Collezione Acerbo” a cura di Vincenzo De Pompeis, “Fra due plotoni di esecuzione” di Giacomo Acerbo e “Pescara” di Luigi Lopez e dall’Archivio di Stato di Pescara.


di Elisabetta Mancinelli
e-mail: mancinellielisabetta@gmail.com