sabato 26 febbraio 2022

Giovanna Guardiani, scrittrice dalla prosa di forte valenza psicologica ed emozionale.


Giovanna Guardiani è un’insegnante nata a Sanremo ma abruzzese di famiglia; vive a Pescara da molti anni. Ama leggere e i libri che predilige sono quelli riguardanti pedagogia, psicologia e spiritualità e da alcuni anni si è particolarmente avvicinata al mondo orientale. La scrittura per la Giovanna è un piacere e una professione, requisiti cui risponde con la delicatezza del suo tratto e la cura per la forma e il contenuto.




Il libro che ha segnato il suo esordio, la sua opera prima è: “Un dono per te e per me”, un viaggio fra i ricordi dall'infanzia all'età adulta, intrapreso con entusiasmo nei confronti della vita; un dono meraviglioso ricevuto e da trasmettere. L’autrice descrive la sua esistenza di bimba d'altri tempi, rimedi, segreti che si usavano una volta ,ormai scomparsi e le riflessioni, recriminazioni ed accuse al mondo d'oggi. 










Nell’ottobre 2013 pubblica il suo secondo libro di forte impatto emozionale: “Tachea in cui la protagonista, una simpatica settantacinquenne, donna ormai affrancata da tutto ciò che la società attuale impone, si sente finalmente libera di vivere secondo i suoi ritmi, di esprimere quello che pensa e attraverso la danza dei silenzi e delle parole, di evidenziare la presenza dell’amore intorno a lei.




“COME SALVARSI LA VITA”  (ed. Nulla Die): 

“Come salvarsi la vita”: l’opera terza della scrittrice Giovanna Guardiani:  presentato al Rosadonna nel  2014, è una storia  intensa e profonda  nella  quale la protagonista,  Sofì, dialoga con se stessa e con gli  altri cercando risposte a quei problemi della vita quotidiana di fronte ai quali si  è spesso come nudi, con il rischio di venirne  soffocati.  Una sorta di  viaggio tra ricordi che coinvolgono e arricchiscono l’anima, esperienze dolorose e la via d’uscita:  la “Bellezza” dell’arte  che  allieta  e solleva  ogni essere umano che  scoprirà la grande  potenzialità  del  vivere che nonostante tutto   è meraviglioso   un dono per tutti.
L’autrice affronta il tema dell’abbandono e della terribile spirale che ti avvolge come un tunnel e non ti lascia più il respiro, ti distrugge emotivamente portandoti alla soglia della disperazione. Dopo il terribile  impatto iniziale un pensiero viene a salvarla: “Come mi salvo?  Come salvo la mia vita?”
L’interrogativo martella i suoi giorni, le sue ore, la sua vita. Un pozzo nero allo stomaco la fa scivolare sempre più giù. Continua tuttavia a percorrere il suo cammino quotidiano: l’amicizia, l’impatto provvidenziale con il suo computer: Mimì, il lavoro di insegnante che cura come cura i bimbi che non lascia a scuola ma porta con sé nel suo cuore soprattutto quelli più difficili quelli sprovveduti che hanno bisogno che si indichi loro la via da percorrere.
La narrazione, accurata ma diretta, si dipana attraverso una sorta di  monologo interiore che abbraccia la realtà  nascosta di Sofì  senza mai separarla dal suo vissuto personale e affronta anche temi umani e sociali di grande rilevanza, il potere, la natura, il pensiero. L’autrice infine risponde per sé all’interrogativo che è guida dell’intero romanzo, una risposta di coraggio a non arrendersi e perdersi. Ci si può salvare la vita? Certo che sì, “se si vuole vivere e non sopravvivere soltanto” come Oscar Wilde affermava.



Recensione a cura di Elisabetta Mancinelli

e-mail: mancinellielisabetta@gmail.com

lunedì 14 febbraio 2022

Nik Metani l’artista che con le sue affascinanti policromie ritrae scenari e paesaggi di grande empatia e suggestione.

Nato a Durazzo nel Febbraio del '67 é cresciuto in Abruzzo a Casoli (Ch).

I colori, la musica, e la poesia hanno sempre fatto parte della sua vita. Disegnare per lui  era un segreto custodito con gelosia.

Sin da giovanissimo ha sempre macchiato la tela di cromie  che  spesso teneva per sè; ma la forza di esporre i colori al pubblico è poi emersa ed è stato come mettere a nudo la sua anima".





Le sue tecniche sono olio ed acrilico, pennello e spatola, e il dripping.

                                        

                                                 


                                            

     

                                       

Mostre ed esposizioni


Ha esposto dai piccoli borghi ai grandi castelli di Casoli e Roccascalegna (CH), e in vari musei italiani, Pescara, Bari, Teramo, Forte dei Marmi, Torino ed anche all'estero come le Canarie e la Spagna.


  • Dal 13/08/2016 al 27/08/2016 Castello Ducale di Casoli (CH) esposizione personale dal titolo "Quando i colori ti macchiano l’anima".
  • Dal 4 all'11 dicembre 2016 grande soddisfazione con il premio speciale della giuria al 24° Concorso Internazionale di Pittura e Scultura "Premio Gabriele D'Annunzio" a Pescara presso il Circolo ternino P.zza Garibaldi Pescara a cura della Prof.ssa Angela Di Teodoro "Le Muse Atelier”.
  • VIII Edizione, presso la Sala degli Artisti, Piazz.le Michelucci AURUM Pescara, coordinatore e direttore artistico prof. Giorgio Del Bono. 
  • Dal 13/08/2016 al 27/08/2016 al Castello Ducale di Casoli (CH):  esposizione personale dal titolo "Quando i colori ti macchiano l’anima".
  • Dal 4 all'11 dicembre 2016 menzione e  premio speciale della giuria al 24 ° Concorso Internazionale di Pittura e Scultura "Premio Gabriele D'Annunzio" a Pescara presso il Circolo ternino P.zza Garibaldi Pescara a cura della Prof.ssa Angela Di Teodoro "Le Muse Atelier”.
  • Dal 1 al 10 giugno 2018 Rassegna Internazionale delle Arti e Cultura Mediterranee.
  • Dal 4 al 11 Giugno 2018 Mostra collettiva Arti Figurative "Oltre l'orizzonte".
  • Dal 10 settembre al 6 ottobre 2018 “I colori dell'anima" a cura di Massimo Pasqualone. Mostar collettiva d'arte FuerteVentura. Centro di Arte Canario Casa Manè Canarie.
  • Dal 1 al 10 giugno 2018 Rassegna Internazionale delle Arti e Cultura Mediterranee.







                                      

LA SUA INTERIORITA’

Così l’artista si descriveDipingere per me è come prendere un pezzo di mare e metterlo sulla tela, in morbide pennellate blu che scivolano lentamente affinché la piccola tela diventi un immenso mare; dall’orizzonte alla riva. Stanco mi addormento al tramonto sulla sabbia argentata, illuminata dal giallo delle ginestre sulla collina, le pietre in riva al mare, i miei smeraldi più preziosi. 

Vecchi ricordi e profumi, ricordano il giardino pieno di rose di mia madre. In ogni fiore dipinto rimane vivo il suo ricordo. Nella pittura astratta prende forma la mia protesta, la ribellione,
e il grido per un mondo migliore.










Recensione  a cura di Elisabetta Mancinelli. 

e-mail: mancinellielisabetta@gmail.com








mercoledì 2 febbraio 2022

PESCARA E IL FIUME

"Pescara con  il suo mare e il fiume ha la magia di farti sentire bene con il mondo, senza che ciò ti richieda sforzo alcuno". Con queste parole il celebre giornalista e studioso dell'Italia, Tim Parks sintetizzò con un articolo sul Daily Telegraph l'essenza della pescaresità. Quella essenza che ha permesso a spiriti eletti come D'Annunzio e Flaiano di trasferire il senso della vita e della cultura nelle loro opere.


La Pescara, il gran fiume che dall’Appennino centrale scende al mare Adriatico, è stato per secoli il fulcro e l’ anima della città di Pescara. Il ruolo del corso d’acqua, sui due lati del quale era raccolto l’abitato, sembra essere stato duplice nella storia dei pescaresi. Se per un verso era considerato linea di divisione tra i due territori, accentuando le rivalità, i contrasti  le competizioni tra gli abitanti di Porta Nuova e di Centrale, per l’altro è stato anche un elemento di coesione e di unione fra le due realtà e un punto di aggregazione, sulla cui acqua, allora potabile, si svolgevano le occupazioni quotidiane come il lavaggio dei panni le attività lavorative, il mercato delle arance il rimessaggio delle barche da pesca, i giochi dei ragazzi e le feste: San Cetteo sulla sponda sud e Sant’Andrea su quella a nord che intorno al fiume riunivano per giorni tutta la popolazione. La Pescara ha avuto dunque un’ enorme importanza  nella tradizione e nella storia sociale della città e il forte legame di essa con il suo fiume prosegue nella storia moderna. Secondo una recente teoria, il toponimo potrebbe derivare più che dalla pescosità della zona, da "pescos" (in greco antico “pephcòs”) termine che indica il pino marittimo assai diffuso lungo il litorale e la valle del fiume e da “Pescasis” ("coperto di pini marittimi"). Nei documenti storici e nella tradizione orale perdurata a lungo la Pescara viene declinato prevalentemente al femminile: fatto questo assai particolare e comune a pochi corsi d’acqua italiani, una quindicina, che con il nostro  condividono anche un altro aspetto: tutti sono caratterizzati, nel tratto finale, da una elevata sedimentazione, quindi da un alto tasso di sostanze organiche in grado di innescare, almeno in passato, ricche catene alimentari, culminanti in una grande abbondanza di pesci ma anche di uccelli.  Un  fiume “femmina” dunque e “madre” perché  era a ragione percepito come una madre, che nutre e protegge. Infatti durante i bombardamenti dell’ultima guerra, che distrussero la città, molti Pescaresi vollero rifugiarsi tra la folta vegetazione delle sue rive.

 

                                        I CARATTERI GEOGRAFICI

 

Il fiume Pescara propriamente detto, ha origine dalle sorgenti di Capo Pescara, poco a monte dell’abitato di Popoli e, dopo un percorso di circa 68 Km fluviali sfocia nel porto canale della città omonima. L´Aterno- Pescara  è il fiume più lungo d’Abruzzo e il maggiore per estensione di bacino fra quelli che sfociano nell'Adriatico a sud del Reno, precedendo anche l'Ofanto. Scorre per 152 Km attraversando l’Abruzzo da ovest verso est. La sua sorgente (detta Fonte Ciarelli) si trova sui Monti della Laga, a nord- est della frazione di Aringo, vicino Montereale, attraversa le valli Amiternina e Subequana e le selvagge Gole di San Venanzio giungendo all'altezza di Raiano nella Valle Peligna o conca di Sulmona. Qui vi si immette il suo principale tributario di destra, il Sagittario, proveniente dal Lago di Scanno e il fiume muta per qualche chilometro la denominazione in Aterno-Sagittario.  Più avanti, presso Popoli, il corso dell'Aterno-Sagittario si unisce a quello, proveniente da sinistra, del Pescara, brevissimo fiume sorgivo assai ricco di acque, che gli reca un tributo minimo assoluto di magra di 7 metri cubi al secondo. Da questo punto in poi il fiume viene spesso chiamato Aterno-Pescara o anche solo Pescara. Notevolmente ingrossato, raccoglie altri affluenti di una certa importanza (in particolare il Tirino), incrementando ancora il suo volume d'acqua, prima di arrivare al Mare Adriatico presso l'omonima città di Pescara .

                                                          LA STORIA                                       

Cerniera geografica tra l’Abruzzo interno e l’Abruzzo marittimo, la valle del fiume Pescara, insieme a quella dell’Aterno, ha svolto un ruolo determinante di raccordo tra l’interno della penisola e il mar Adriatico, diventando un’arteria di collegamento cruciale, crocevia di popoli, culture e commerci. La valle è stata percorsa e abitata fin da tempi antichissimi, come rivelano le tracce di insediamenti dell’età del Bronzo (1800-1500 a.C.) trovati nei pressi di Torre de’ Passeri e Tocco da Casauria, resti di capanne e villaggi di genti che vivevano ai bordi del fiume. In epoca storica queste terre erano abitate dagli Italici, con cui Roma sarebbe entrata in conflitto dal IV al I secolo a.C. I Marruccini occupavano la sponda destra del fiume, i Vestini la sponda sinistra, mentre i Piceni  si insediarono lungo il litorale tra i fiumi Pescara e Tronto. Il territorio dell’attuale Popoli, crocevia tra i fiumi Aterno, Sagittario e Pescara, era invece dominio dei Peligni, che avevano in Corfinio la propria roccaforte, divenuta capitale della Lega Italica nel grande scontro con Roma nel I secolo a.C. Nel 210 a.C. Annibale, sceso con un potente esercito da Forca Caruso ( Forca di Penne),  si accampò a Corfinium  dove pose il comando delle armate. Costruì poi un vero e proprio porto fluviale a Pagus (Popoli) qui allestì capannoni, rimesse e un deposito di armi e vettovaglie che venivano trasportate a valle con barconi a fondo piatto che, spinti dalla corrente  sulla sponda destra del fiume, raggiungevano in circa otto ore il Forte di Ostia Aternum creato dallo stesso Annibale per la conquista dell’Occidente. Esso si estendeva da Porta Romana  (attualmente sottopassaggio sulla Tiburtina) fino all’attuale via Bardet.  A circa 100 metri dalla foce del Pescara il generale cartaginese fece costruire un ponte in mattoni a sei archi, ardita opera per l’ingegneria di quei tempi. Collegò poi, mediante la via consolare Tiburtina Valeria, che quasi in linea retta tagliava lo Stivale in due per 260 km, Ostia Aternum ad Ostia Romana alla foce del Tevere creato per la conquista dell’Occidente.  La città diventa quindi un importante scalo commerciale verso e dai paesi illirici e balcanici, e la valle del Pescara diventa l’asse di collegamento tra la capitale dell’Impero e i suoi territori medio- adriatici. Il toponimo Piscaria, attestato per la prima volta nell’Historia Langobardorum di Paolo Diacono, designò dapprima il solo fiume e, dal XII secolo, anche la città adriatica. La prima traccia del nome attuale compare nel 1035 quando nel Chronicon casauriense si annota che “Gualtiero del fu Rainaldo s’impegnava contrattualmente col monastero per 300 moggi di terreno iuxta fluvium Pischarie…”. Da quel momento tutti i documenti storici riportano il nome Pischarie, riferito molto probabilmente alla pescosità delle sue acque, e come tale è indicato nelle mappe cinquecentesche, talvolta con l’aggiunta di Aternum olim. 

Nel lungo periodo di abbandono e di spopolamento seguito alla caduta dell’Impero Romano, questo territorio cadde nell’oblio come del resto successe in quasi tutta Italia. Nei primi secoli dell’Alto Medioevo, che segnarono la lenta ripresa sociale ed economica, gran parte della viabilità e della razionale organizzazione romana del territorio erano ormai scomparsi tra gli impaludamenti del fiume Pescara che, come tutti i corsi d’acqua nell’Occidente Cristiano in quell’epoca, straripa, dilaga, spadroneggia sul territorio, si riprende le terre coltivate, sommerge le strade e tiene in pugno uomini e città. Lungo le sue rive e tra le golene formate dalle esondazioni cresceva una vasta foresta fluviale, talmente intricata da aver suscitato tra gli sparuti abitanti di allora paure e superstizioni di cui resta ancora il ricordo in certi toponimi, come quello di Dragonara. In epoca medievale le dragonare indicavano infatti le paludi e le anse fluviali abbandonate dal fiume, talmente terrifiche ed impenetrabili da essere ritenute la dimora dei draghi. In quest’epoca, dunque, è il fiume a dominare il territorio, condizionando profondamente la localizzazione e la tipologia dei centri abitati che pian piano risorgono nella valle tra l’XI e il XIII secolo. Gli insediamenti non si sviluppano più lungo il Pescara, ma si arroccano sui fianchi della valle. Il ripopolamento interessa successivamente  anche le foci: nel 1145 il porto viene restaurato dal re normanno Ruggero d’Altavilla e torna ad essere uno scalo importante. Gli unici insediamenti stabili nel fondovalle erano i piccoli centri nati come strutture militari di avvistamento, come Torre de’ Passeri ed i grandi centri monastici, come le abbazie di S. Clemente a Casauria e di S. Maria d’Arabona. Come in molte altre zone d’Italia e d’Europa, furono infatti i monaci i primi ad affrontare, da veri pionieri, il caos di quei secoli e ad avviare una nuova organizzazione del territorio, strappando terra alle paludi e restituendola all’agricoltura, diventando centri di aggregazione sociale e punti di sosta e di riferimento per i viandanti, ma esercitando anche una grande influenza politica. Il Trecento vede il pieno rifiorire delle vie di comunicazione, dei commerci e degli scambi culturali, in cui la valle del Pescara e la valle dell’Aterno si riappropriano dell’antico ruolo di assi di collegamento. Uno dei grandi itinerari commerciali e culturali dell’Italia trecentesca, la “Via degli Abruzzi”, arteria angioina dell’oro e della lana, proprio attraverso la valle dell’Aterno raccordava Napoli con l’Umbria e la Toscana, mentre attraverso la diramazione adriatica, costituita dalla valle del Pescara, raggiungeva le Marche e l’Italia settentrionale. All’incrocio di queste importantissime arterie si trovava Popoli, che a questa posizione strategica deve la fama di fiorente centro di commerci che detenne fino al XIX secolo.

                                      LE FESTE  LUNGO IL FIUME

San Cetteo sulla sponda sud e Sant’Andrea su quella a nord erano le principali feste che, intorno al fiume, riunivano per giorni tutta la popolazione. Già nella metà del 1800  durante queste ricorrenze patronali   lungo il corso della Pescara oltre alla processione, i fuochi d’artificio, le bande musicali, si svolgevano gare di canotti e cuccagne e all'imbrunire, venivano messi a galleggiare migliaia  di lumini che arrivavano fino al mare aperto, ed il fiume era illuminato per ore e ore.  I lumini venivano messi nel fiume da un barcone all'altezza di Sambuceto ed erano fatti con uno stoppino infilato in un pezzo di sughero avvolto da carta colorata. Sotto il ponte si mettevano le barche che vendevano le arance e i pellegrini che venivano a Pescara per le feste si fermavano vicino al ponte per comprarle. Passavano anche "li picurare" che venivano accolti con allegria e i pescatori gli davano  sardelle, sale, pizze di ''randigna'' e anche qualche pesce, loro li ricambiavano con il formaggio e la ricotta. Lungo il fiume si svolsero  anche  imponenti manifestazioni non a carattere religioso come “Le Cinque Giornate di Pescara” che, dal 19 al 23 agosto del 1922,  allietarono la città. Sfilarono lungo la Pescara 30 paranze abbellite da festoni e rami fioriti dipinti di rosso e d’azzurro con la collaborazione di Basilio Cascella e Ermindo Campana pubblicò un articolo sul Corriere della Sera, con suggestive fotografie della sfilata delle paranze e dei costumi di Caramanico e di altri paesi sul fiume al tramonto. Anche la Settimana Abruzzese, dal 19 al 23 agosto del 1923, patrocinata da Acerbo, fu una festa popolare che si svolse prevalentemente lungo il fiume anche se non mancò l’aspetto propagandistico del fascismo che si servì di questo evento per l’ostentazione del proprio successo. Giunsero le paranze da Giulianova, Silvi Marina, Ortona, e Vasto che, oltre a quelle di Pescara, sfilarono costeggiando da nord fino alla foce sulla sinistra dove la manifestazione si concluse con imponenti fuochi d’artificio lungo il fiume.

                                      GABRIELE D'ANNUNZIO E IL FIUME


Gabriele D’Annunzio, vide la luce in una “Una città provinciale tutta raccolta intorno alla sua chiesa, fra l’antica fortezza spagnola e il ponte cavalcante il bel fiume… la Maiella innevata, sacra e materna, il litorale sabbioso con i pini smilzi e contorti, i tramonti di luglio pieni di nuvole scarlatte e dorate sul fiume”,  ma anche in una città divisa proprio dal Pescara: a nord Castellamare Adriatico che era parte della provincia di Teramo e a sud Pescara che era provincia di Chieti. Il poeta soffre per il campanilismo che divide i due centri e per il conflitto tra le due progenie i cui rapporti erano da sempre caratterizzati da antagonismo e gelosia. Così descrive queste ostilità nella Novella  ‘La guerra del ponte’ . 

"....Un'antica discordia dura tra Pescara e Castellammare Adriatico, tra i due comuni che il bel fiume divide. Le parti nemiche si esercitano assiduamente in offese e rappresaglie, l'una osteggiando con tutte le forze il fiorire dell'altra. E poichè oggi e' prima fonte di prosperità la mercatura, e poichè Pescara ha molta dovizia di industrie, i Castellamaresi da tempo mirano a trasferire i mercanti su la loro riva con ogni sorte di astuzia e di allettamenti." Per la riunificazione degli abitanti delle due sponde e per la nascita della nuova provincia ci furono moltissime trattative, volte a stabilire soprattutto la denominazione della nuova comunità. Quando il poeta apprese la notizia della riunione, nel 1927, delle due città in un solo comune, Pescara appunto, esclamò: “Il fiume non divide i due territori come non divide Roma il Tevere e Firenze l’Arno…. Sono contentissimo della grande notizia e sono certissimo che la mia vecchia Pescara ringiovanirà, diventerà sempre più poderosa e ardimentosa degna del privilegio”.

Il poeta, dopo lunghe peregrinazioni e una vita cosmopolita e vagabonda, torna nella sua terra perchè la sente come una “corazza, un pezzo d’armatura”, capace di difenderlo e di proteggerlo dalle intemperie della vita”. Quindi, prescindendo dai luoghi in cui visse e spese la gran parte della sua vita, il poeta rimase sempre indissolubilmente legato  e alla sua città natale e al suo fiume.  Anche il titolo che dà alle sue “Novelle della Pescara” è significativo: come il fiume, prima di arrivare al mare, attraversa paesi e contrade, popolate da genti antiche, così il poeta viaggerà idealmente raccogliendo “novelle” delle sue genti per poi narrarcele. simboli della poetica dannunziana sono quelli  decadenti: “il mare, la terra, l’acqua in un vortice di ristoro tra ventilazione salina e refrigerio fluviale…” (da Le Novelle della Pescara, “La Vergine Orsola”). "L’acqua era il fiume Pescara, arteria navigabile naturale legata alle emozioni e contemplazioni del "gran pescarese", connaturato alla terra natia, da cui partivano visioni e promesse di “sponde lontane”. Nella visione poetica, così come nel cuore dei cittadini, il suo nome era “territorio (acqua e terra), riconoscenza, designazione di suolo vitale, via aperta per l’Adriatico”. E’ qui che traspare il legame profondo tra le genti e il fiume, il suo mondo antico, l’epos, le tradizioni religiose. La giovinezza di Gabriele fu costellata di scorribande lungo il suo fiume e molteplici e splendide sono le immagini che il poeta ci offre di questo elemento essenziale del suo paesaggio natio. Il suo fiume assume il simbolo di “dolce remigare nell’arcano, malia, stupore…”, che gli procurano  un’ esaltazione poetica e umana  come  si evince dai  versi che così omaggiano la Pescara:

“Gli alberi s’inchinavano in attitudini pacifiche alla contemplazione delle acque. Quasi un respiro lento e solenne emanava dal sonno del fiume sotto la luna…”. (da Le Novelle della Pescara).

Ed è quasi tenero quando sussurra:

“...nella scorsa notte quanti pensieri, quanti ricordi, quanti sogni, quanti rimpianti; che avean tutto il sapore dolciastro o salmastro della Pescara alla sua foce...”.(da una lettera ad Acerbo).

E ancora: "Rientran lente da le liete pésche sette vele latine, e portan seco delle ondate fresche di fragranze marine." (da “Primo Vere”,Vespro d’Agosto) e dalle Novelle della Pescara: “Il fiume è pieno di riflessi; a schiera le sette vele stanche vengono innanzi insieme con la sera: son gialle, rosse, e bianche…”Scendono: l'acque tranquille de 'l fiume scorron verdi tra 'l verde, e le nuvole sparse de 'l vespro vi treman entro in vaghi riflessi di minio e di giallo; da l'altra riva un uomo sta immobil pescando con l'amo.  E m'apparve il bel fiume ove nato fui di stirpe sabella, Aterno di rossa corrente cui cavalca il ponte construtto di carene di travi d'ormeggi, spalmato di pece, in vista al monte nevoso che ha forma d'ubero pieno. E la tomba m'apparve sul poggio chiomante di pini, ove il padre riposa le sue grandi ossa ond'io m'ebbi tempra sì dura”.                                

E da “La vergine Anna” (“Novelle della Pescara”), "...Nella primavera del 1856, un giorno, mentre sul greto della Pescara ella sbatteva i panni lavati, vide una torma di barche passare la foce e navigar lentamente…le due rive si rispecchiavano in fondo abbracciandosi; alcuni ramoscelli verdi e alcune ceste di giunchi natavano nel mezzo della corrente, come simboli pacifici, verso il mare; e le barche…avanzavano così nel bel fiume santificato dalla leggenda di San Cetteo liberatore. I ricordi del paese natale si svegliarono nell'animo della donna con un tumulto improvviso…”.

                                                           LE  PIENE

Mediamente durante tutto l’anno il Pescara versa nel mare 54 mc di acqua al secondo cioè più di 4.500.000 di mc al giorno. Tale portata media annua è nettamente superiore a quella di tutti i corsi d’acqua abruzzesi. Questa caratteristica deriva dal fatto che nel fiume, nel suo tratto terminale, confluiscono da tutto il bacino idrografico sia le piogge  (autunno-primavera), sia le acque dello scioglimento delle nevi (fine primavera-estate), sia il tributo delle cospicue sorgenti (tutto l’anno). In occasione delle precipitazioni piovose particolarmente intense, in prossimità della foce, a Pescara, quindi si riversano grandi quantità d’acqua che, sommate al normale e costante flusso fluviale, aumentano improvvisamente e pericolosamente anche se per pochi giorni, il livello delle acque nell’alveo. Alla fine del  1800, presso la foce del fiume, si susseguivano in ordine sparso le case dei marinai di creta e di canne dove si accendeva il fuoco con i rifiuti del mare. Sulla destra del fiume, uscendo da porta Ortona, si giungeva ad una depressione fangosa “il lago salso della Palata” (La Vergine Orsola da Le Novelle della Pescara): il braccio destro del Pescara da tempo abbandonato dalla corrente dove era facile contrarre “la febbre palustre”. Anche l’altra sponda era depressa rispetto al livello circostante così tutta la zona risultava acquitrinosa e andava soggetta a piene disastrose a memoria dei vecchi di Pescara. Lo stesso D’Annunzio ne “La guerra del ponte” vi allude accennando all’esistenza di cucine pubbliche che entravano in funzione nelle vicinanze di Porta Nuova nei periodi di inondazione in un luogo dove precedentemente vi era un teatro all’aperto.                                                 

Romeo Tommolini, una figura tipica di pescarese dannunziano, tra le varie memorie pubblicate su quotidiani ha lasciato una efficace descrizione delle alluvioni del 1887 e del 1888 di cui fu testimone da bambino. “Si unirono in piena il fiume Pescara e il fiume Saline: dall’alto della terrazza di Silvi sembrava tutto un mare. La nostra vallata da Sambuceto fino alla Pineta era inondata, in certi punti l’acqua arrivava a circa due metri di altezza. I poveri contadini si rifugiavano sui tetti per salvare le famiglie e gli animali piccoli pecore maiali e polli mentre i buoi, cavalli e asini parte vennero a rifugiarsi nei portoni ampi dei palazzi parte si salvarono a nuoto e andarono ai piedi di San Donato e parte morirono travolti dalla violenza della corrente. La furia delle acque fece cadere 32 case coloniche e morirono diversi contadini. In via Delle Caserme i soldati con battelli stendevano agli inquilini del primo piano rancio, pane, acqua…Si andava continuamente ad osservare il terribile spettacolo della piena sul ponte di ferro della ferrovia dello Stato…tutte le barche, compreso il ponte in legno, vennero trasportate dalla corrente come stecchini parte si affondava al fiume e parte alla foce. La corrente trasportava dai paesi interni animali morti e masserizie”. (da "Il Messaggero"). Altre imponenti inondazioni si sono verificate il 10 novembre 1934 con una portata d’acqua di 982 mc al secondo e il 10 aprile del 1992 quando la portata, in seguito a due giorni di piogge molto forti, raggiunse quasi 1200 mc al secondo. E non sono questi due casi isolati.


Ricostruzione storiografica a cura di Elisabetta Mancinelli

email: mancinellielisabetta@gmail.com

I documenti e le immagini sono tratti da: “Pescara da vicus a urbs” di Lucia Gorgoni Lanzetta; da “Racconti della memoria di una Pescara dannunziana” di  Federico Valeriani; da “Era Pescara” della Sovrintendenza Archivistica per l’Abruzzo” e dall’Archivio di Stato di Pescara. 

Le foto sono tratte dall’Archivio fotografico di Tonino Tucci che ne autorizza la pubblicazione.  

Indirizzo:Via Veneto 10 Montesilvano; tel. 085 834879  

email: tuccifotografia@libero.it

domenica 30 gennaio 2022

MARA MOTTA POETESSA CONTEMPORANEA

"DIPINGE IL FLUIRE INCESSANTE DELLA SUA ANIMA TRA AMORE, PASSIONE E UNA VELATA MALINCONIA ED IMMORTALA LE SUE EMOZIONI IN MODO IMMEDIATO E SUGGESTIVO, SUSCITANDO VAGHE E ATTRAENTI VISIONI DEL SUO VISSUTO".

 

 


 

 

Mara Motta nasce a Pescara e studia presso l’Istituto Magistrale conseguendo il diploma con ottimo esito. Ha iniziato ad insegnare da giovanissima in una scuola elementare della sua città. Trasferitasi poi a Milano arricchisce la sua formazione sia culturale che artistica. Tornata nella sua amata città natia continua nel suo insegnamento e, sempre portata per la poesia compone versi, favole e canti per i suoi allievi. La produzione da quel momento assume l’intento di aprirsi a se stessa e agli altri con animo sincero e appassionato.

Ma la vera poesia, ci  racconta Mara, nasce più tardi dal dolore

"Non volevo nasconderlo, volevo viverlo il dolore per la perdita di mia madre. Viverlo e coccolarlo per un po’ come se accudissi lei con l’amore che forse non sono riuscita a donarle interamente. I miei versi nascono da un dolore che mi bruciava dentro fin nelle viscere. Mia madre mi ha ispirata, mi ha guidata, mi ha portato a realizzare i miei  sogni di bambina, poi le aspirazioni di insegnante che scriveva racconti e poesie per i suoi alunni".

"Scrivo per esprimere le mie emozioni di gioia e di dolore, di stupore e di malinconia. Ho iniziato usando i versi poetici come fosse un terapia. Di natura riflessiva, ho cercato di prendermi cura del mio mondo interiore delle mie pulsioni più profonde, le ho analizzate, riconosciute, portate alla luce e finalmente assimilate, ingoiate e sublimate".

"Ora compongo versi con la gioia nel cuore per condividere con gli altri gli aspetti della vita che riguardano tutti, che ci accomunano in un abbraccio corale attraverso un filo rosso invisibile ma tanto reale di comprensione, amore ed accoglienza.”



Produzione e considerazioni critiche.

"Il 19 gennaio è uscito il suo primo libro“Poesie scarlatte” edito dalla casa editrice Solfanelli: un canto d’amore espresso con semplicità ma denso di emozione e spiritualità grazie al quale Mara ci conduce alla scopetra della fiducia dei valori solidi non legati all’effimero”. (Giancarlo Giuliani)


“Interprete della passione giovane che straripa con irruenza dolce e tempestosa, vivida, senza vincoli e schemi che non riflette i drammi del nostro tempo, che segue il suo corso naturale per predestinazione…Forse è proprio questa la vera poesia".(Angela Cirone).



Riportiamo alcuni dei più significativi e suggestivi versi  tratti dalla raccolta  di Mara Motta “Sulle ali di un sogno”  composta da più di 300 poesie.

 

Ho corso

Ho corso

coi lupi

ho baciato il drago

ho insegnato i sogni nella foresta

scura.

Mi sono ferita ai rovi

Ho guadato un fiume

attraverso rapide

calpestato sabbia del deserto.

Sempre con il fiato in gola

L’emozione a pelle

La passione dentro

Un cuore che non vuole rinunciare

Accetta le cadute

Raccoglie le sconfitte

Ricuce i pezzi e

torna a palpitare

per chi lo fa di nuovo

volare.

 

Cambia

Ti cambia

quello che hai perso

ti cambia

la perdita di un sogno

di un sorriso

di uno sguardo

di un amore che respirava nella tua pelle

che gridava la gioia del contatto

ti cambia

niente sarà più lo stesso

non dimentichi e cambi

la vita si nasconde

dietro un velo di rimpianto.

Non è vero che tutto passa…

Tutto ti passa sul cuore e ti cambia.

 

Scrivo

Scrivo forse

per pochi

per quelli che guardano attraverso

l’anima

che vogliono sedurre la vita

farla innamorare.

Scrivo per sciogliere le catene

per trovare un ponte tra cuore e ragione.

Scrivo per pochi o per tanti che si

presentano col cuore aperto.

Scrivo per rappresentare la bellezza che

ci fa cogliere

la ricchezza umana.

Scrivo per piangere e gioire

per finire e ricominciare

per benedire

quei pensieri, quelle parole che sono nel

cuore e non riescono ad

uscire.

 

In sogno

Mi sei venuta in sogno…

Da giorni aleggiavi nella mia

mente!

Mi voltavo al minimo

rumore

sperando di sentire il tuo

respiro.

Tu respiravi piano

Quasi non volevi disturbare

il mio sonno inquieto-

Mi sei venuta in

sogno…mamma

ma non ho avuto il tempo

di accarezzarti le mani.

 

Recensione a cura di Elisabetta Mancineli 
email: mancinellielisabetta@gmail.com

mercoledì 22 dicembre 2021

FAVOLE DI NATALE DI GABRIELE D’ANNUNZIO


Gabriele D’Annunzio nella sua vasta produzione si è dedicato a molteplici generi: poesia lirica, poesia epica, romanzo, novelle, teatro, scritti di critica, cronaca giornalistica, prosa d'arte e questa variegata prolificità mostra la sua grande apertura mentale, verso i più svariati campi.
Tra l’altro, mediante il maestro Cesare De Titta, entra in contatto con le tradizioni popolari e la poesia dialettale abruzzese che segnano in modo indelebile l’esordio del d’Annunzio narratore, come testimoniano: Terra Vergine e le Novelle della Pescara in cui l’autore solidarizza intimamente con l’immaginario collettivo rivelato da Antonio De Nino e Gennaro Finamore. 
Su questo filone ha toccato le corde del meraviglioso e del  fantastico nelle “Favole di Natale” tratte da Parabole e novelle edite nel 1916 infatti rappresentano un unicum nella sua produzione. Le Favole che attingono al patrimonio delle fiabe popolari e delle leggende rielaborate in terra d’Abruzzo, alcune delle quali conosciute tramite fonti orali, vengono trascritte e ricreate con uno stile personale inconfondibilmente dannunziano.


 Tra le   “Favole di Natale”  particolarmente significativa e suggestiva è La leggenda in terra d’Abruzzo’:

“La notte era senza luna; ma tutta la campagna risplendeva di una luce bianca ed eguale, come nel plenilunio, perché il Divino era nato. Dalla capanna lontana i raggi si diffondevano per la solitudine; e la bontà che da quella luna anche diffondevasi intorno co’ raggi era tanta che le terre coperte di neve parevano fiorite di rose e come un immenso rosaio odoravano nella notte. Il bambino Gesù  rideva teneramente, tenendo le braccia aperte verso l’alto come in atto di adorazione; e l’asino e il bue lo riscaldavano del loro fiato che fumava nell’aria gelida, come un aroma sulla fiamma.


La Madonna e San Giuseppe di tratto in tratto si scuotevano dalla contemplazione estatica e si chinavano per baciare il figliuolo. Vennero i pastori, dal piano e dal monte, portando i doni. E vennero anche i Re Magi. Erano tre : il Re Vecchio, il Re Giovine e il Re Moro. Come giunse la lieta novella della natività di Gesù, si adunarono. E uno disse: "E’ nato un altro Re. Vogliamo andare a visitarlo?"  "Andiamo", risposero li altri due.“Ma con quali doni? con mirra ed oro ed incenso. Se accetta la mirra, sarà un beone; se accetta l’oro sarà un ladro; se accetta l’incenso, sarà un santo". E si misero in cammino.  Le mule seguivano i sentieri di montagna, guidate da una stella che procedeva innanzi pè cieli. Come la stella si fermò sulla capanna, i Re Magi scesero a terra ed entrarono.  San Giuseppe e la Madonna stavano in ginocchio d’innanzi alla mangiatoia, dove riposava il Bambino. L’asino e il bue facevano su lo strame un bel passo di danza: e la cornamusa suonava spontaneamente, come pel soffio d’una bocca invisibile.  Si avanzarono i Re Magi e afferirono a Gesù Cristo i tre doni. Gesù Cristo li accettò tutti. E, nel tempo medesimo, il Vecchio diventò giovine, il Giovine diventò vecchio e il Moro diventò bianco. Non più si riconoscevano tra loro; e contesero a lungo e si copersero d’ingiurie a vicenda. Chi non tanto si lamentava era il Vecchio diventato giovine. Ma li altri due sopra lui specialmente tempestavano. Disse il Moro: "Insomma, chi è la causa della nostra discordia? Non è forse l’ambizioso che è nato ora? Facciamogli la guerra." Li altri due consentirono. E poco dopo incominciarono le persecuzioni.

Una seconda leggenda narra che, nel viaggio, i Re Magi contendevano con molta furia; poiché non potevano ancora stabilire chi dovesse essere il primo ad offrire il dono. Primo voleva essere chi portava l’oro. E diceva: “L’oro è più prezioso della mirra e dell’incenso; dunque io debbo essere il primo donatore”. Li altri due alla fine cedettero. Quando entrarono nella capanna, il primo a farsi innanzi fu dunque il Re con l’oro.  S’inginocchiò a’ piedi del Bambino; e accanto a lui s’inginocchiarono i due con l’incenso e con la mirra. Gesù mise la sua piccoletta mano sul capo del Re che gli offerse l’oro, quasi volesse abbassarne la superbia. Rifiutò l’oro; soltanto prese l’incenso e la mirra, dicendo: “L’oro non è per me!”  E quando il Re donatore di oro si levò, i suoi compagni videro ch’egli era diventato nano.



Gesù Bambine nasce


Nche tanta puvertà!

Nen ha né panne, ni fasce,

Ni fuoche pe’ scalla!

La Madonna la remire

E San Giuseppe suspire,

“Tu ce sci nate al monne

Pe’ volecce salvà:

Faceme grann’allegrezze,

Ch’a è nate ‘ Redentore:

E’ ‘nu fiore de bellezze,

E’ ‘nu gra ‘ foche d’amore.”

Viènghene li pastore

Pè fagli grand’anore.”

La figlia de Sant’Anne

Pè noi lu sta prienne.

Lu bove  e l’asinelle

Lu stanne a riscaldà.

Giuseppe vicchiarelle

De basce se lu vò magnà.

‘N ciele, oh che splendore!

Menete a faglie onore!

Gabriele d’Annunzio

 







Ricerca storiografica a cura di Elisabetta Mancinelli email  mancinellielisabetta@gmail.com

I dipinti sono dell’artista Andrea De Litio