mercoledì 16 ottobre 2024

IL CIBO PER GABRIELE D’ANNUNZIO

Gabriele d’Annunzio non fu certamente un grande mangiatore. Era per l’essenzialità della cucina, si nutriva più di sapori specialmente quelli della sua terra  umili  e semplici quasi volesse spogliarsi dei suoi panni  per riappropriarsi della sua memoria storica e delle proprie origini. 


Il cibo  nel corso della sua esistenza  divenne poi  un ornamento estetico  che  accompagnava  le attività  pratiche amorose  e, dopo averle espletate, chiedeva al cuoco dei piatti speciali  raffinati magari adatti alla carnagione dell’amante. Essendo  dotato di  forte senso estetico  e del colore, i cibi dovevano essere semplici, ma presentati in modo splendido, con cura per l’allestimento del piatto  e con le stoviglie adeguate.  



IL CIBO E L’ABRUZZO 

Ne il  “Libro segreto”  il poeta descrive le giornate vissute nel  Cenacolo di Francavilla con Michetti, Tosti, Barbella e altri amici  caratterizzate  da  momenti  intensi  di  gioia  in  cui  gli  artisti sfruttavano   qualsiasi situazione  anche apparentemente la più ingenua, per divertirsi  e ridere di tutto. Ma era il momento del desinare, in cui si ritrovavano tutti insieme, l’occasione  per le confidenze e per gli abbandoni. La cucina abruzzese all’epoca era povera, per secoli infatti gli unici alimenti erano quelli offerti dalla terra che veniva lavorata con duri sacrifici.


Solo in occasioni speciali, nelle quali erano presenti ospiti di riguardo  e per le nozze che rappresentavano per le famiglie contadine e per l’intera comunità una festa dello spirito ma anche..dello stomaco, l’abbondanza del cibo e il numero esorbitante delle portate rappresentavano  le particolari peculiarità  della nostra cucina regionale.  Per preparare i cibi era stato preso un accordo in base al quale ognuno a turno ne avrebbe preparato uno a sua scelta. Un giorno toccò a Gabriele che non aveva mai avuto dimestichezza con la cucina.            Pensando fosse cosa facile pensò di preparare una frittata. Sì perché le frittate erano il piatto che prediligeva tanto che poi nella sua residenza al   Vittoriale  volle un imponente pollaio. I risultati però furono disastrosi. Il  divertente  episodio viene così descritto  nel Libro segreto: “Nel bel tempo in terra d’Abruzzo, a Francavilla su l’Adriatico, io vivevo coi miei fratelli d’arte accordati in una specie di fratria monda di ogni altra gente estranea, accordati e giurati a cucinare il pasto per turno. In un pomeriggio di luglio ci attardavamo nella delizia del bagno e nella gara di nuoto, quando mi fu rammentato con le voci della fame toccare a me la cura della cucina.
Non mancai di avvolgermi in una veste di lino rapita ad Ebe e di correre verso la vasta dimora costruita di tufo e adornata di maioliche paesane. Ruppi trentatré uova del nostro pollaio e dopo averle sbattute. Le agguagliai nella padella dal manico di ferro lungo come quel d’una nostra chitarra da tenzone. Uscii con la padella all’aria aperta, scorsi la nova luna nel cielo, adunai la sapienza e il misurato vigore e diedi il colpo, attentissimo a ricevere  la frittata riversa, la frittata  non ricadde. Nel volgere gli occhi al cielo scorsi nel bagliore del   novilunio la tunica e l’ala d’un angelo, mi feci di gelo. L’angelo nel passaggio aveva colta la frittata in aria, l’aveva  rapita, la sosteneva con le dita, la recava ai  Beati, offerta di perfezione terrestre.”

“Io mi vanto Gabriele D'Annunzio maestro insuperabile nell’arte della frittata per riconoscimento celestiale”.

Gli artisti francavillesi, abituati a un mangiare parco, quando si trovarono per invito ai solenni e luculliani banchetti, si trovavano in difficoltà.  In una simile circostanza venne a trovarsi Gabriele d’Annunzio per il quale l’esperienza fu quasi drammatica. Nell’estate 1897 il poeta fu candidato alle elezioni per il collegio di Ortona, che lo scrittore aveva accettato perché voleva dimostrare anche  le sue capacità politiche.  La campagna elettorale, che lo vide impegnato contro l’avvocato Carlo Altobelli,  fu particolarmente intensa, e i suoi interventi con la presentazione del suo programma politico, furono molti e occasione  per fare sfoggio delle sue abilità oratorie. Ma la propaganda elettorale allora si accompagnava a banchetti offerti  in cui l’abbondanza della mensa spesso oltrepassava il limite. E a  d’Annunzio toccò presenziare un giorno a pranzo a uno di questi banchetti, in cui sedutosi a tavola a mezzogiorno, a sera inoltrata non aveva avuto la possibilità di alzarsi.


Il menù, secondo l’antica tradizione regionale, era costituito da tantissime portate tra cui  “i tombarelli”, tagliolini rotondi cotti in grasso brodo di gallina, maccheroni alla chitarra, carne di bue e di agnello lessata, vitello arrosto, fritti di pesce e cervelli, animelle, fegato, polli, pizze e taralli, il tutto innaffiato da buon vino. Il padrone di casa, non potendo accettare il disonore che i commensali non accettassero di assaggiare ogni pietanza e, di riprenderne e di bere, aveva messo a guardia un omone armato di fucile  carico di piombo, pronto a minacciare chi volesse provare a rifiutare qualche vivanda. Gabriele era terrorizzato: doveva scegliere tra la morte per indigestione e quella per arma da fuoco. Dopo aver inutilmente tentato di nascondere sotto il tavolo i cibi che gli venivano continuamente serviti,  alla fine, vistosi smarrito, cominciò a piangere e fu colto da svenimento. L’episodio comunque non intaccò i ricordi della cucina abruzzese che si portò dentro sempre nel suo lungo peregrinare e la nostalgia per i tempi lontani, per gli affetti famigliari e per  l’essenzialità delle pietanze della sua terra lo accompagnò ovunque anche durante il suo esilio francese dove da Arcachon scrisse un sonetto in vernacolo dedicato allo scrittore Ettore Janni in cui in modo rimpiange i sapori del suo Abruzzo. Nelle lettere indirizzate alla fedele governante della casa paterna Marietta Camerlengo  il poeta con grande nostalgia per la Pasqua nella sua città e forse con la speranza di poter rigustare quelle tipiche specialità  nei giorni in cui  il ricordo e il rimpianto sono più vivi che mai, le scrive. Sapeva di poter contare su Marietta quando in occasione di una prossima visita alla madre  le  scrive: “Si prepara i fiatuni  di Pasqua le cianchette arrostite sui carboni, sono guarito e la mia convalescenza sarebbe di certo affrettata dalle cianchette e dai roscioli del mio Abruzzo”. Ma  negli anni del  Vittoriale a  casa d’Annunzio  il cibo «diventava  fonte  di  piacere, di coinvolgimento emotivo, di  seduzione, di  bellezza» scrive Giordano  Bruno  Guerri,  presidente  del Vittoriale degli Italiani.

Per quasi vent’anni il  Vate comunicò con la sua cuoca preferita  per mezzo di tantissimi piccoli  biglietti, inviati a ogni ora del giorno e della notte. Messaggi maliziosi, coloriti e affettuosi, indirizzati da d’Annunzio alla fedelissima Albina Lucarelli Becevello, chiamata affettuosamente dal Vate “Suor Intingola”: l’unica donna con cui visse in assoluta sintonia. Nelle  sue missive  il Vate  affidava  le sue imprevedibili richieste culinarie: costolette di vitello, frittata, cannelloni e patatine fritte, pernice , biscotti e cioccolata, ma soprattutto uova sode, sicuramente l’alimento preferito da d’Annunzio, che ne andava così ghiotto da paragonarne gli effetti a quelli di una “estasi divina”. Ma la nostalgia per il suo Abruzzo in quegli anni  si fece sempre  più intensa, gli  amici lo sapevano e cercavano di lenirla con l’invio di  bottiglie di liquore quale: Aurum, Cerasella, Mentuccia di San Silvestro e di dolci tipici come il Parrozzo e il Senza nome che rappresentavano un contatto virtuale con la terra d’origine ormai lontana. Per ringraziare i suoi amici Amedeo Pomilio  creatore dei tre liquori così gli scrive il 29 agosto 1924: “Non ti so dire la mia commozione nel prendere tra le mani la verde fiala de la mentuccia di San Silvestro. Analogo è lo stato d’animo che prova davanti al  Parrozzo dell’amico Luigi D’Amico, tanto da ispirargli questo  sonetto dialettale”. O Ddie quanne m’attacche a lu parrozze, ogne mattine, pe’ lu canna rozze, passa la sise de l’Abbruzze mè”. Ma dall’Abruzzo  aveva ereditato anche l’abitudine a un mangiare parco. Documenti che lo testimoniano sono alcune lettere.

Una di queste del 1927 è indirizzata a Francesco Paolo Michetti a cui scrive: “Certo tu ignori la Regola del Vittoriale. Io abruzzese schietto, da gran tempo ho abolito “l’abbottatura”, esporrò a te igienista antico la mia teoria del digiuno. Per esempio, mentre scrivo, sono digiuno da 38 ore, alla mezzanotte prenderò un lieve pasto”. E digiunava anche nel dicembre 1926 quando D’Amico gli inviò, insieme al Parrozzo, un nuovo dolce perché lo assaggiasse e gli trovasse il nome.“Care Luiggine,  gli risponde, ‘sta  puverelle  de  Carmele ha venute  careche de dolge ‘n che lu nome e senza nome! Tu ha’ da sapè  che i’ facce lu  diggiune de quarant’ore, tutte l’anne e sti cose bbone arrive proprie ‘n mezze a li quarant’ore; e n’n me le pozze magnà. Me li magne dumane matine; te trove lu nome e te scrive”. E d’Annunzio fu di parola.  


I GUSTI  DANNUNZIANI 

Gabriele era astemio, a causa della sua passione per l’acqua di cui proclamava le innumerevoli virtù.    Ma  bevve anche del vino, quando in Francia per il periodo di due anni, fu convinto dai viticoltori della regione sui vantaggi che il  nettare poteva offrire alla sua salute. Adorava la frutta, soprattutto mele cotte o crude, e ne mangiava in gran quantità perché rivestiva un carattere erotico.

Gli piacevano inoltre le costolette d’agnello, le uova sode, le frittate come si è detto, il riso, la carne alla griglia, e ogni sorta di pesci. Non resisteva alla tentazione dei dolciumi soprattutto: le mandorle tostate,  i  marrons glacés e la cioccolata, che sembra ritenesse un eccellente corroborante per gli incontri amorosi. Nei confronti dei gelati aveva una vera mania, e  arrivava a mangiarne fino a dieci di seguito. Rimase  sempre attaccato  alla cucina della sua terra: una terra di pastori  che per lui appartenevano al mondo greco e con  una lingua che lui si rifiutava di chiamare dialetto e definiva latina. Del formaggio del suo Abruzzo diceva “…è tutto nel nostro cacio pecorino. È il cacio nerastro, rugoso, durissimo: quello che può rotolare su la strada maestra a guisa di ruzzola in gioco” e ogni tanto si faceva  preparare ”I maccheroni alla chitarra” quelli che si preparano su un telaio rettangolare di legno di faggio, in cui sui lati lunghi  sono tesi dei sottili fili metallici, che ricordano appunto le corde  della chitarra; in cucina l’apparecchio per prepararli. Ma il Vate ogni tanto, a scopo curativo, digiunava tre giorni alla settimana e fino  all’ultimo  mantenne le abitudini di una dieta ferrea che rispettava scrupolosamente suscitando lo stupore del suo medico Antonio Duse. Questo stile di vita viene testimoniato  nel Libro segreto in cui si intrecciano ricordi nostalgici per i tempi lontani nel suo Abruzzo  che, nel suo esilio dorato   si caricano di un significato particolare: “Sono solo, sono nel colmo del mio digiuno rituale, nella Loggia dell’Apollino è un’ampia coppa di frutti, ci sono pesche stupende che mi ricordane quelle della mia regione: polpa e sugo, sugo e polpa e il sapore che si assottiglia nella buccia per donarsi soltanto al gusto squisito e il nocciolo duro che non è là se non per insegnare la voluttà della durezza inviluppata di mollezza e di succulenza: il nocciolo che serra il veleno, negli anni della casa paterna rotto tra due pietre da me fanciullo periglioso”.

Nel 1937 ebbe forse l’ultima occasione per riassaporare con l’aiuto della memoria, i piaceri della cucina abruzzese. In autunno andarono a trovarlo alcuni politici  della provincia di Pescara e con essi rievocò gli anni  del  cenacolo quando con Michetti, Tosti e Barbella, andava a desinare al Castello aragonese di Ortona. Dopo aver ricordato il brodetto di pesce, le triglie allo spiedo, le pizzelle, le uova cucinate in un tegamino di coccio sui carboni, il discorso si fermò sui maccheroni alla chitarra, a questo punto Gabriele improvvisò una definizione di chitarra, strumento tipico per fare la pasta.“La chitarra pei maccheroni è una specie di arpa cuciniera rettangolare che si suona con le mani in piano orizzontale. Il sistema è monocorde perché le note sono di uguale tono e vibrano facendo cadere fra corda e corda quel caratteristico tipo di pasta ben conosciuta da chi apprezza questo ramo della musica applicata alla gastronomia”. 

Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli  

email: mancinellielisabetta@gmail.com

giovedì 10 ottobre 2024

San Cetteo, la sua storia e le antiche feste a Pescara.

 


La storia di Cetteo è avvolta nel mito, le notizie intorno alla sua vita sono tratte unicamente da una “passio” (antico racconto del martirio di un santo) ampiamente leggendaria nella quale sono contenute, però, alcune tradizioni locali riferentisi al tempo delle invasioni longobarde in Italia, probabilmente attendibili.

LA VITA DI CETTEO

Cetteo, secondo questa fonte, era un giovane dalmata che ,nel suo paese nei pressi di Spalato, era destinato ad imparare uno dei mestieri che si esercitavano nei suoi luoghi :pastore, boscaiolo o allevatore di cavalli, ma lui sapeva leggere e scrivere e si sentiva mortificato nella sua intelligenza. Ancora giovanissimo un giorno decise di recarsi al porto di Spalato in cerca di lavoro. Il padrone di un veliero ,che portava legname sulle coste italiane ,gli offrì la possibilità di imbarcarsi come scrivano di bordo. La mattina dopo il bastimento prese il mare e, dopo 20 ore di navigazione, entrava nel porto di “Piscaria”. Il ragazzo , una volta sbarcato, non sapendo dove andare, entrò nella chiesa che si trovò sulla strada quella dei Santi Leguziano e Domiziano, assistette alle funzioni e poi si avvicinò al sagrestano e gli chiese un lavoro. Fu addetto alla pulizia del tempio. Per la sua intelligenza e la sua bontà Cetteo fu preso a benvolere da tutti ed imparò a servire la messa, poi la sua vita, data la sua forte personalità, fu in continua ascesa tanto che nel 595, in giovane età, divenne Vescovo e comandante del Forte di Piscaria . Si era nel Medioevo e la Fortezza, assediata dai Longobardi, resisteva sotto gli ordini di Cetteo oltre che per il suo l’impegno e i suoi atti valorosi anche per le estese paludi che con le febbri malariche sterminavano più nemici che il cannone . I Longobardi, rabbiosi per la preda che continuamente sfuggiva alle loro mani, non toglievano l’assedio sperando di prendere il Forte con l’astuzia o con la fame. La cittadella veniva rifornita di viveri e bestiame da contadini che vi giungevano la notte attraverso passaggi sconosciuti agli assedianti. Qualcuno però fece la spia e gli assedianti , una notte di tempesta si mischiarono ai contadini e, raggiunto il corpo di guardia, uccisero i soldati che vi si trovavano e aprirono le porte al grosso dell’esercito longobardo che ebbe così ragione della fortezza. La città fu messa a sacco ed i suoi difensori vennero trucidati. Il vescovo Cetteo fu fatto prigioniero con altri ufficiali e, prima di venire ucciso, fu barbaramente martirizzato e poi trascinato in catene in mezzo ai soldati, ubriachi di vino e di saccheggio, fino al ponte di barche dove con un macigno al collo , venne gettato nel fiume.
Si concluse così la vita di Cetteo con un glorioso martirio per la fede e per la sua città ed il suo nome rimase a simboleggiare lo spirito religioso e patriottico. Dopo la sua santificazione, Pescara e la sua Curia Arcivescovile lo hanno adottato come Santo Patrono, dedicandogli il Tempio Nazionale della Conciliazione, costruito in epoca fascista, sulle rovine della vecchia chiesa di Santa Maria di Gerusalemme in un luogo altamente simbolico per l’ antica Ostia Aterni prima e della altomedievale Piscaria poi.


L’ANTICA PROCESSIONE

Fino al primo conflitto bellico a Pescara , nei giorni che precedevano la festa di San Cetteo, la terza domenica di agosto, tutti i vecchi pescaresi entusiasmati dall’euforia della festa , senza guardare a spese, facevano a gara preparativi per rendere più bella e accogliente la città. I negozianti esponevano le merci migliori , si ripitturavano i fabbricati , si raddoppiava l’illuminazione . Tutto il rito della festa di San Cetteo si svolgeva intorno al fiume simbolo di vita, di trasformazione, di identità, di tradizione e nel fiume, la leggenda vuole, sia morto annegato Cetteo.
La domenica mattina il corteo processionale, a mezzogiorno, passava sul ponte di barche addobbate a festa e la statua del santo si fermava rivolgendosi religiosamente verso il fiume e verso la piccola flotta di “barchitti” da cui partivano spari e bombe d’aria. Proseguiva poi il suo percorso e arrivava in piazza Garibaldi percorrendo Corso Manthonè: era questo il momento più intenso e suggestivo della festa in cui la partecipazione era totale grazie anche alla musica. La statua del Santo patrono veniva infatti preceduta dalla banda: una istituzione ineliminabile della festa perché ne rappresentava uno dei momenti ludico- agonistici più coinvolgenti. Per San Cetteo venivano a Pescara le migliori bande della regione e con esse molti sostenitori che facevano un grandissimo tifo gettando ai beniamini confetti e fiori, mentre agli avversari riservavano, nei momenti più accesi, insulti e a volte anche sassate. Rimangono vive testimonianze della rivalità di queste bande rivali ognuna con i suoi suonatori, le sue astuzie per conquistare le piazze che restano una significativa testimonianza della storia del costume abruzzese.


LA FESTA

La festa poi proseguiva nel pomeriggio e alle 16 da Rampigna un fuochista, conosciuto in tutta la città “ Gisilà”, faceva tuonare un vecchio cannone del forte borbonico che segnava l’inizio del gioco della “cuccagna”. In mezzo al fiume su di un vecchio barcone veniva issato un lungo pennone unto, vinceva chi riusciva a raggiungere la punta su cui era legato il palio. Ci provavano in tanti ma la maggior parte dei partecipanti, dopo vari equilibrismi, scivolavano in acqua con buffi tuffi tra l’ilarità della folla astante. Dopo la cuccagna si facevano altri giochi : la caccia all’oca in cui i nuotatori dovevano riuscire ad afferrare il volatile che tentava di scappare e la sfida dei battelli tra i marinai dei due borghi nord e sud seguita con entusiasmo e partecipazione emotiva come i concerti bandistici in piazza.
Una grandiosa illuminazione galleggiante veniva realizzata posando sul fiume migliaia di cartine colorate ognuna illuminata all’interno da una candela. La corrente le trasportava come un corteo di fiori di fuoco per circa un chilometro fino al mare . Intanto lungo Corso Manthonè e Piazza Garibaldi , illuminate a giorno dai lampioncini ad olio di vetro colorato, gente accorsa da ogni parte della regione, affollava locali e la piazza dove suonava la banda. Sulla Pescara le barche venivano adornate di festoni e fiori , signorine e marinai accompagnati da un’orchestra ottocentesca cantavano le belle romanze dialettali abruzzesi.
Ma l’apoteosi finale erano i “fuochi” finali che Romeo Tommolini (giornalista e storico pescarese) così suggestivamente fotografa. “Migliaia di lampioncini: un immenso incendio scivola sul fiume fino al mare , fino al largo dell’Adriatico… Girandole che sorgevano dal Pescara e andavano ad illuminare la vecchia cupola di san Cetteo, come comete di oro , ballerine illuminate che danzavano sull’acqua grossi cesti che lanciavano qua e là come fiori colorati, pesci illuminati internamente con bengala, corazzate che sparavano cannonate di luce contro il pubblico, migliaia di fiaccolate sul fiume , fontane d’oro e pioggia di fuoco e di colori fino al mare: tutto un incendio d’allegria e di luce che davano quasi la dimostrazione d’un momento di esplosione di quella gioia tipicamente ottocentesca che ora è soltanto un ricordo e un rimpianto”.
In seguito la festa dedicata al Santo patrono della città dalla terza domenica di agosto è stata spostata al 10 ottobre.

Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli

I documenti e le immagini sono tratti dall’Archivio di Stato di Pescara e da “Racconti della memoria di una Pescara dannunziana” di Federico Valeriani e Rossella Perletta e “Pescara” di Pasquale De Antonis e Renato Minore.

mercoledì 2 ottobre 2024

Uno dei più cari affetti di Gabriele D'Annunzio, "La nonna paterna Anna Lolli".

Il poeta Gabriele D’Annunzio, oltre all'adorata madre donna Luisetta De Benedictis, con cui aveva un rapporto quasi simbiotico, accomunati com’erano da una grande sensibilità, ebbe un’altra figura importante nella sua infanzia: la nonna paterna Anna Lolli; l’unica che conobbe perché quella materna non la potè conoscere in quanto morì quando la madre del poeta Luisa era bambina.


D’Annunzio conserva teneri ricordi della nonna Anna.

Lo consolava nei momenti di tristezza, lo teneva per mano e gli accarezzava i capelli, passeggiavano insieme nel giardino e, quando le spargeva intorno petali di rosa, lei emanava profumo di viola e di mughetto, parlavano parlavano e lei poi lo stringeva stretto a sé.

Indossava una cuffietta bianca mentre lavorava a maglia e gli raccontava le avventure di Guerrin Meschino, poi, quando il sonno lo vinceva, lo accompagnava nella sua camera e lo metteva a letto.

Gabriele ricorda ancora di lei che, nel giorno del suo compleanno con i fratelli, la svegliava con una canzoncina e nonna Anna si commuoveva fino alle lacrime.

E, a Natale, quando si faceva il Presepe e lui recitava la poesia, veniva premiato con baci e schiacciata di mandorle.

Poi, durante la notte, la nonna gli metteva i confetti e soldi sotto il cuscino: “E mentre i sogni m’arridean soavi, tu piano piano mi venivi a mettere i confetti e soldarelli fra ì guanciali..

A lei dedica una composizione piena di tenerezza “In memoriam” scritta per la sua dipartita tra il 1879 e 1880.



Il poeta, dal linguaggio sempre cosi ardito e ed enfatico in questa lirica, si piega ad un'espressione semplice, gentile, cosi com'è la figura: una miniatura della nonna dalla bianca cuffietta, una donna dolcissima, quasi da favola.

 

In memoriam

 

A MIA NONNA

Com’era bella la vecchietta mia con quei capelli che parean d’argento

 con quel sorriso pien di cortesia che a volte nascondea qualche tormento!

D'inverno ti mettevi una cuffietta
coi nastri bianchi come il tuo visino,
e facevi ogni sera la calzetta,
seduta al lume accanto al tavolino.

lo imparavo la storia sacra in fretta
e poi m'accoccolavo a te vicino,
per sentir narrar la favoletta
del Drago azzurro e del Guerrin Meschino.

E quando il sonno proprio mi vincea
m'accompagnavi fino alla mia stanza,
e m'addormivi al suono dei tuoi baci.

Allora agli occhi chiusi m'arridea
di fantasime splendide e fugaci
in mezzo ai fiori, una gioconda danza.

Nel tuo giorno natal tutta di fiori Si riempia l’azzurra tua stanzina 

E il sole compiacente i suoi fulgori. Lanciava per la candida cortina.

In casa cominciavano i clamor Di noi bimbi a le sette di mattina,

 e si veniva a renderti gli onori cantandoti una bella canzoncina.

A Ceppo si faceva un presepino 

Co’ la su’ brava stella inargentata, co’magi , co’ pastori, per benino,

 e la campagna tutta infarinata.

La sera io recitavo il sermoncino con una voce da messa cantata, 

e per quel mio garbetto birichino buscavo baci e pezzi di schiacciata.

Poi verso tardi tu m’accompagnavi alla mamma 

con dir "Stanotte l’angelo ti porterà chi sa che be’ regali!"

E mentre i sogni m’arridean soavi tu piano piano mi venivi a mettere confetti

e soldarelli fra’ guanciali. 

 

 

Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli

 email: mancinellielisabetta@gmail.com

giovedì 18 maggio 2023

PAOLO DE CECCO: un grande maestro abruzzese eclettico e versatile.

La foce del fiume Pescara, olio su tela, 1905.

Questo artista,  noto per essere stato uno dei fondatori del “Cenacolo michettiano”, per la sua amicizia con D'Annunzio e per essere stato immortalato da Michetti nel dipinto “La figlia di Iorio”, fu, oltre che valido musicista, un valente e poliedrico pittore.

                                                               LA  VITA

 

Paolo De Cecco  nacque  il 13 aprile 1843 a  Citta Sant’Angelo da Raffaele Antonio e da Berenice Baiocchi. Dopo la maturità liceale si recò a Napoli, dove si iscrisse  alla Facoltà di Medicina e Chirurgia. Presto si accorse che non era portato per quella disciplina e lasciò l'Università. Negli anni Sessanta, si dedicò intensamente alla sua vera passione artistica: la pittura e la sua più grande ispiratrice  fu  la natura.

Disegnò volti, figure di giovani donne in costume, scene di vita all'aperto, paesaggi, greggi pasturanti, muletti, cavalli, mucche, branchi di maiali, casolari, contadini e pescatori solitari.

Sempre a Napoli, dove frequentò poi l'Istituto di Belle Arti, conobbe Michetti. Alla fine degli anni Settanta, preso dall’ altra sua  grande  passione: la musica, partì per Firenze e divenne un concertista di mandolino, e se ne andò peregrinando come un antico troviero.

Nel 1880 fu uno dei fondatori, insieme con D’Annunzio, Tosti, Michetti e Barbella, del famoso “Cenacolo michettiano”.

L' 8 settembre 1886 sposò Margherita Di Battista, una ragazza angolana: la cerimonia avvenne a Villa Cipressi di  Città Sant’Angelo e Michetti e Barbella furono i testimoni di nozze. Nel 1897 ottenne la cattedra di disegno all’Istituto Tecnico di Città Sant’Angelo, dove insegnò sino al 1904.

Nel 1905 chiese ed ottenne il trasferimento a La Spezia e vi  rimase per oltre dieci anni, sino al 1916. Nel contempo coltivava l’attività pittorica partecipando a varie mostre nelle città di Barcellona, Amsterdam, Milano, Torino, Venezia, Roma e Napoli, conseguendo dovunque un notevole successo. Mostrò specie nelle acqueforti originalità e sicura maestria, come si rileva nelle sue opere conservate in pinacoteche e in raccolte private di Barcellona, Monaco di Baviera, Lipsia, Madrid, Londra, Milano, Bologna e Pescara.

Nel 1916, dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, si ritirò a Napoli, dove si spense il 19 novembre 1922  e    le sue spoglie mortali furono tumulate nel cimitero monumentale della città partenopea.  


                                       IL CAPOLAVORO

L’opera più bella e significativa di De Cecco, il suo capolavoro in cui s’abbandona alla malinconia del ricordo è “La foce del fiume Pescara”. L’eccezionale paesaggio, firmato e datato 1905, evoca mirabilmente i luoghi  in cui si svolse  anche l’infanzia di Gabriele d’Annunzio. Lo straordinario scenario risente dell’esperienza e della lunga frequentazione del Cenacolo di Francavilla  con Michetti e D’Annunzio. Il sentimento che ispira questo dipinto è il medesimo delle liriche del Vate e delle appassionate descrizioni di scenari naturali di Michetti. Guardando la mirabile opera  sembra quasi di ascoltare le parole che Gabriele scrisse in Terra Vergine nel 1888: “Le barche pescherecce andavano a coppie; parevano grandi uccelli ignoti, dalle ali gialle e vermiglie. Poi lungo la riva le dune fulve e  in fondo, la macchia glauca del saliceto”. E anche quelle del Libro Segreto: “… rivedo certe vele del mio Adriatico alla foce della mia Pescara, senza vento, senza gonfiezza gioiosa, d’un colore e d’un valore ineffabili, ove il nero e l’arancione il giallo di zafferano il rosso di robbia entravano in una estasi miracolosa, prima di estinguersi”. L’opera, caratterizzata da efficaci contrasti cromatici, documenta luoghi destinati a subire una trasformazione radicale. Sulla sponda sinistra un antico edificio dei baroni De Riseis produttori di vino, che possedevano in prossimità della foce della Pescara un esteso podere. La villa, con le sue molteplici finestre immersa nella vegetazione, sembra quasi sorvegliare il defluire quieto del fiume. Le imbarcazioni, dalle vele latine e dagli intrecci simili ad ali di farfalle colpite dalla luce del pomeriggio, si riflettono in modo suggestivo nelle acque della Pescara. Sulla riva destra completa lo straordinario scenario  il mirabile  il bozzetto di vita marinara che è come un dipinto nel dipinto: uomini, donne e bambini intenti in diverse attività intorno a un’imbarcazione a secca da cui sono tese le reti da riparare o riavvolgere.          

    La madre di F.P. Michetti

La moglie Margherita   





Paolo De Cecco dipinse anche intensi ritratti di una straordinaria sensibilità che raffigurano Aurelia Terzini, la madre di Francesco Paolo Michetti, la giovane amatissima moglie Margherita  e altri personaggi del suo tempo tra cui  Matilde Serao.

I colpi di luce, le ombre magistrali che torniscono i volti con  lievi  pennellate  mostrano  la statura elevata di questo grande  maestro abruzzese che dovrebbe essere maggiormente conosciuto e  valorizzato. 


Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli  

email: mancinellielisabetta@gmail.com

 


domenica 2 aprile 2023

Città Sant'Angelo un antico borgo d’arte.

Posta a 325 metri sul l.m. a 6 km. dall'Adriatico e a 30 minuti da Pescara, la cittadina è adagiata su un belvedere naturale di amene e verdeggianti colline che spazia dalle vette del Gran Sasso al mare, sul contrafforte tra la valle del Salino e quella del Torrente Piomba.




LA STORIA

Le origini di Città Sant’Angelo sono incerte e dibattute fra gli storici. L’unico dato certo è la presenza di piccoli aggregati sociali che la identificherebbero come Angulum, un antico centro vestino, da cui il nome angolani e secondo quanto scrive Plinio nella: Naturalis Historia si costituì come una vasta comunità dedita alla coltivazione della vite ed allo sfruttamento delle saline.

Ben documentata, sulla base di numerosi ritrovamenti archeologici: la mansione “ad Salinas” e le vasche, utilizzate per il ciclo d’estrazione del sale dalle acque marine che erano dislocate tra la foce del Piomba (Matrinus) e quella del Saline (Salinum flumen). Il prezioso prodotto di questi impianti, decantati da Plinio, giungeva a Roma attraverso un diverticolo che s’immetteva nella via consolare Salaria.


Ad avvalorare questa supposizione intervengono sia dalle considerazioni derivanti dall’esame delle cortine murarie superstiti che ancora cingono una parte del vecchio convento di Sant’Agostino, sia la devozione all’Arcangelo Michele, protettore della città - culto introdotto e diffuso nell’Italia meridionale proprio dai Longobardi.

Il primo atto ufficiale conosciuto dove viene citato il comune è datato 13 ottobre 875 nel cui testo si fa riferimento ad una concessione dell’imperatore Ludovico II il quale accorda un privilegio al Monastero di Casauria sul luogo Civitate Sancti Angeli dove si trovavano un castello ed un porto. I numerosi ritrovamenti archeologici reperiti tra la foce del Piomba e quella del Saline e la presenza di piccoli aggregati urbani nel luogo in cui oggi è ubicata la Marina di Città Sant’Angelo, testimoniano le origini della città al periodo romano. All’epoca Angulum , antico nome della cittadina (da qui l’appellativo degli abitanti angolani), viene nominata da Plinio il Vecchio nel libro Historia nella sua descrizione delle terre vestine.

L’abitato vestino-romano, ubicato nel vicino colle di Sale , fu probabilmente distrutto nell’alto Medioevo. L’origine del borgo è databile intorno al IX secolo quando l’attuale rione Casale, la parte più alta del colle, viene occupato da una colonia longobarda che provvede ad organizzare un Castrum fortificato e ad introdurre la devozione all’Arcangelo Michele. Testimonianze di questo culto sono presenti sia nel toponimo sia nello stemma comunale, che rappresenta il santo che uccide il drago.

Da documenti si ha testimonianza della distruzione di Città Sant’Angelo nel 1229 da parte del giustiziere di Federico II Boemondo Pissono perché i suoi abitanti si schierarono dalla parte del Papa Gregorio IX . Successivamente lo stesso imperatore concede ai superstiti la facoltà di ricostruire l’abitato in tre casali.

Lo sviluppo urbano segue diversi momenti critici: la ricostruzione del nucleo fortificato a semicerchio, intorno al 1240 , deliminato attualmente da strada Castello, Strada Minerva, Via del Ghetto e Via del Grottone. In seguito, dopo l’stituzione degli ordini monastici nella prima metà del 1300, si ampliano le chiese esistenti e la realizzazione di monasteri. Solo nel XVII secolo si conclude la ricostruzione vera e propria con il completamento di case e palazzi gentilizi.

L’impianto urbanistico “a fuso” si costituisce in successive espansioni e aggregazioni dei nuclei abitativi precedenti delineando il centro storico come nella disposizione attuale: attraversato da un lungo corso che si interseca con una serie di vicoli e stradine , chiamati “rue” dentro la cinta muraria difensiva con quattro porte parzialmente conservate.


CITTA’ SANT’ANGELO BORGO D’ARTE


L’antico borgo possiede un fascino particolare che gli viene conferito dalla possente mole della Collegiata i palazzi gentilizi, le storiche porte d’ingresso della città , le numerose e stupende chiese,che danno al centro storico una notevole dimensione artistica e culturale. Anima del paese è il corso sul quale si affacciano i monumenti principali . Gli stretti vicoli si aprono verso scorci pittoreschi dinanzi ad una chiesa, un monastero, una piazza, un museo.

Ma il monumento simbolo di Città Sant’Angelo è senza dubbio la Chiesa di San Michele Arcangelo . Eretta in Collegiata nel 1353, conserva all’interno a due navate di epoca barocca, interessanti tesori quali un’imponente statua lignea di San Michele del XIV secolo attribuita al Maestro di Fossa e sotto le capriate del tetto, un pregevole ciclo di affreschi del 1300 attribuiti al Maestro di Offida, il coro ligneo intagliato del XVII sec., il sarcofago quattrocentesco del vescovo Amico Bonamicizia.

A completare un ampio porticato esterno diviso in due atri nel quale si innesta un portale di grande valore recentemente restaurato. Proseguendo lungo il Corso si susseguono il prezioso Palazzo baronale e i palazzi gentilizi che nascondono chiostri, stucchi e decorazioni sorprendenti. Tra essi spiccano Palazzo Di Giampietro, Colamico, Sozj, Ursini, Coppa Zuccari, e Castagna.

Nella chiesa di San Francesco (sec XIII ed interno barocco rimaneggiato nel 1741) sono stati scoperti, nascosti dietro una muratura, cospicui resti di affreschi rinascimentali.

La chiesa ha una struttura muraria in laterizio, caratteristica tipica delle zone costiere, e costeggia con il fianco destro la via principale della città, su cui si apre un portale trecentesco di Raimondo di Poggio. Il“portale delle meraviglie”, restaurato di recente, è uno dei pochi esempi di portale in Abruzzo che presenta decorazioni policrome. Il pavimento a mosaico è ottocentesco, l’interno è in stile barocco, sobrio ma elegante.

Il convento è oggi sede comunale e comprende un bellissimo chiostro restaurato All’interno, la chiesa è composta da una sola navata e conserva pavimenti in mosaico del 1845 e una tela raffigurante la Madonna del Rosario e San Domenico, opera del pittore angolano Paolo De Cecco, componente del cenacolo di Francesco Paolo Michetti.

La Chiesa di Santa Chiara, a pianta circolare, è ricca di stucchi e dorature ed ha un bellissimo pavimento a mosaico. In origine fu costruita fuori dall’abitato, sul Colle di Santa Chiara e ricostruita all’interno delle mura tra il sesto e il settimo decennio del XIV secolo.

Della costruzione originaria resta ben poco per la radicale ricostruzione settecentesca che ha fatto della chiesa, a schema triangolare, uno degli esempi degli esempi più originali di barocco in Abruzzo. Era la cappella privata delle Clarisse, cui apparteneva pure il vasto monastero oggi adibito a centro culturale.

La Chiesa San Bernardo in stile gotico-romano, è stata edificata su una costruzione del XIV secolo. L’antico convento di cui restano alcune arcate e la cripta affrescata è oggi Palazzo Coppa.

La chiesa attuale fu progettata nella seconda metà del 1700 dall’architetto Santino Capitani, che modificò radicalmente la precedente. La struttura è oggi a navata unica con 4 ampie cappelle laterali. Alle pareti ci sono degli affreschi interessanti.

All’interno delle antiche mura si trova la chiesa di Sant’Agostino che nasce dalla ristrutturazione dalla precedente chiesa medievale di S. Maria. Il nuovo edificio venne realizzato nel 1789 grazie all’opera di Francesco Di Sio. La facciata, cui si accede tramite una lunga gradinata, fu progettata nel 1789 dall’architetto Santino Capitani.

Risulta divisa in due parti in senso orizzontale da una cornice aggettante, mentre quattro lesene danno movimento all’intera parete.  Al centro è il portale sul quale si apre una nicchia che contiene la statua di S. Agostino.

L’interno, a navata unica con due cappelle laterali, presenta una diffusa decorazione a stucco attribuita ad Alessandro Terzani di Como. Sia gli altari della navata centrale sia l’altare sono decorati con stucchi e bassorilievi.  Di età barocca sono anche diversi dipinti come La Cintura di Giacinto Ranalli del 1672 e il S. Nicola, il S. Tommaso e La Sacra Famiglia del Brizii di Teramo del 1796.  Di pregio è l’organo realizzato da Adriano Fedri di Venezia nel 1795. Esso consta di una cassa di legno bianco intagliata per mano dell’ebanista Venanzo de Tollis, autore anche dei due confessionali.

Al di fuori delle mura sorge la chiesa duecentesca di Sant’Antonio da Padova che custodisce preziosissime reliquie quali, quella di Sant’Antonio donata proprio dalla Basilica di Padova e quella di San Felice Martire. Decentrate in alcune contrade del borgo si trovano altri importanti edifici religiosi: la chiesa della Madonna della Pace, la chiesa dell’Annunziata e la chiesa di Sant’Agnese. Chiese e monasteri si innestano perfettamente con l’attuale conformazione del borgo.

Un esempio è la sede comunale che dal 1809 occupa il monastero collegato alla Chiesa di San Francesco. Importante è la presenza di centri culturali come il Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea collocato nell’Ex Manifattura Tabacchi, che rappresenta un riferimento qualificato per i nuovi fermenti artistici nazionali e internazionali, vantando rilevanti collaborazioni con la Biennale di Venezia, la Biennale di Istambul e il progetto Godart.

Città Sant’Angelo conserva un vasto patrimonio di grande valore storico, architettonico e culturale che ne fa un gioiello da conservare e conoscere per scoprire meglio la storia millenaria rimasta scolpita nel cuore del paese.


MANIFESTAZIONI

Numerose le manifestazioni culturali ed enogastronomiche che si svolgono nel corso dell’anno che favoriscono la scoperta dei beni architettonici di questo antico borgo. Tante sono anche le ricorrenze folcloristiche di Città Sant’Angelo. Una, molto suggestiva, è rappresentata dal Presepe Vivente, manifestazione che usualmente si tiene la Domenica che precede il Natale.

Festa in Corso è invece una tradizionale manifestazione che si svolge a cavallo del Ferragosto: tre giorni all’insegna della musica live, e non solo. Nel borgo di Città Sant’Angelo decine di gruppi musicali si esibiscono dal vivo, ogni giorno, ravvivando le vie del centro storico, tra mercatini di artigianato locale, mostre e concorsi. Durante la manifestazione, stand enogastronomici propongono la degustazione di piatti della cucina tradizionale abruzzese.

Eat Parade è una manifestazione che si svolge la prima settimana di settembre all’insegna del mangiare, del bere e dell’ascolto di buona musica. L’evento offre la degustazione di più di dieci piatti della tradizione culinaria abruzzese, vini, birre, inoltre, si esibiscono più di venti gruppi musicali.

Nella cittadina si tengono anche ad anni alterni: Borghi Incantati, spettacolo ospitante moltissimi artisti di strada internazionali, ed Estate Angolana, consistente in rappresentazioni teatrali distribuite in molti punti di tutto il paese.

A Città Sant’Angelo vi è un interessante Museo della fotografia “Giuseppe Moder”  fondato nel 1997 da Franco Sergente e dal fotografo Paolo Dell’Elce in memoria del fotografo dalmata Moder, attivo a Pescara dagli anni ’40 del Novecento. E’ stato allestito nell’ex chiesa di Sant’Agostino della cittadina e raccoglie foto d’epoca riguardanti l’Abruzzo e scatti realizzati da fotografi abruzzesi, con lo scopo di promuovere lo studio e la ricerca nella regione. Si  è occupato di diversi seminari sulla fotografia e mostre itineranti come “L’Archivio Fotografico Michetti: l’illusione del Vero, la poetica del Lavoro” nel 1998, “Il Fotografo la sua immagine” nel 2002 e “Incontri nella notte” nel 2003.

RISORSE

Il territorio di Città Sant’Angelo possiede rigogliose colture dedicate a uliveti e vigneti, numerose sono le aziende agricole produttrici di vini e di olio extravergine d’oliva di ottima qualità per questo la cittadina è riconosciuta come “Città dell’olio” e “ Città del vino”.

di Elisabetta Mancinelli 

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