sabato 19 gennaio 2019

Francesco Di Lauro il "cantore" di Pescara

Un grande maestro artista sensibile “cantore” della città di Pescara Francesco Di Lauro è uno dei principali protagonisti dell’arte figurativa della seconda metà del Novecento abruzzese, che nelle sue opere è riuscito a coniugare tradizione e modernità, raffigurando il mondo abruzzese intriso di valori e consuetudini con uno stile originale ed innovativo, caratterizzato da un audace uso del colore.

Profondamente riconoscente e legato alla propria terra ha saputo rappresentare la “cultura” dello studio delle proprie origini e dell’amore per le stesse riuscendo a cogliere e trasporre sulla tela gli aspetti significativi della vita quotidiana della gente. Nasce a Guardiagrele il 12-2-1933 ma si trasferisce fin da piccolo con la famiglia a Pescara città con cui stringe nel tempo un legame profondo, sincero, sanguigno. Sin dalla più tenera età manifesta la sua passione per l’arte pittorica, passione che non abbandonerà mai.
Conseguita la maturità presso il Liceo Artistico di Pescara usufruendo dei preziosi insegnamenti di famosi e rappresentativi maestri abruzzesi, quali Misticoni, Melarangelo e Gammelli; pur prediligendo l’arte pittorica apre un colloquio con altri linguaggi di attività espressive, è figurinista, ceramista pubblicista, designer, e grafico. Lavora soprattutto nel suo studio di Pescara, lontano dal mercato dell’arte, dove realizza dei veri e propri capolavori che si ispirano alla propria terra, alla propria gente, alle generazioni di un Abruzzo lontano dai gesti semplici e vitali dalla raccolta delle olive alla pesca.
E’ questo Abruzzo sano e solare che Di Lauro porta nel mondo: AL Museum of Modern Art di New York, al Museo d’arte figurativa Puskin di Mosca, alla Galleria d’arte Moderna di Roma, e ancora a Stoccolma, Parigi, Detroit, città in cui vive e lavora per diversi anni, anche qui cogliendo gli aspetti significativi della vita quotidiana della gente del luogo. L’arista muore a Pescara nel 1999.
LE SUE OPERE PITTORICHE
La sua produzione copiosa densa di soggetti interessanti, resi con una figurazione personale e fortemente espressiva, è conservata con amore dalla sorella Maria Luisa. Francesco era molto riservato, lavorava continuamente impegnandosi nella pubblicità, nella ceramica, nel designer, ma le sue predilezioni erano la grafica e soprattutto la pittura ad acrilico su tela.
Pur avendo partecipato ad importanti esposizioni e risieduto per due periodi distinti in America, rare volte ha esposto in Abruzzo, tuttavia con successo. Conduceva una vita semplice, operativa, solitaria ma ricca di riflessioni, ricordi, letture, idee, progetti. Una personalità seria ma sfiorata dall'intelligente soffio dell’umorismo, che permetteva al suo volto di assumere una espressione convincente e umanamente vicina all'interlocutore. Ritrae sia nelle tinte dense del sole e della terra bruciata sia nelle tinte chiare e profonde del mare con l’immediatezza di giochi geometrici dai toni brillanti.
I suoi soggetti sono le “lavandaie dannunziane”, le pescivendole, i castagnai, i braccianti e i pescatori riscoprendo i valori della gente contadina e operaia: lavoratori sia singolarmente nella quotidianità sia nel lavoro collettivo simboleggiato da cantieri e campagne dense di uomini e donne di un Abruzzo ‘vergine’ Lo hanno definito "l'ultimo cantore pittorico dell'emigrazione italiana.


Riesce a trattare, sotto forma di un originale figurativismo, la tematica dell'emigrazione, integrandola con le esperienze vissute direttamente. I suoi dipinti appaiono di una semplicità fresca e disarmante densa di toni vivaci e caldi, di figure umane e cose spesso accalcate, affidate ad una rappresentazione elementare caratterizzata da forme grossolane e distorte, da un espressionismo quasi grottesco.
Ama le classi umili in primo piano in una visione prismatica in cui il colore ferma il tempo ed unifica lo spazio e definisce l’essenza delle persone rivendicando per loro l’eternità della rappresentazione. Gli uomini e le donne vivono nella realtà dei toni, sono parte integrante dei colori, ne deriva un atteggiamento giocoso dell’autore, che vivacizza il grigio del quotidiano e l’uniformità della routine a cui sono legate le sue creature conferendo loro una vivezza infantile e l’assoluta eguaglianza degli uomini, delle cose, delle piante, degli animali di fronte all'osservatore.

La maggior parte delle sue opere, esposte nel 2008 in una mostra al Museo delle genti d’Abruzzo, sono state suddivise in tre sezioni. Nella prima erano raccolti i quadri più grandi, quelli che raffigurano la veduta di una città viva in funzione del mare. Tra le opere: “Rematori”, “Paranze”, “Molo nord”, “Gli innamorati” e la “La sciabica”. Alla prima sezione appartengono anche due lavori legati tra loro e che si riferiscono a una tematica storica e sociale: “Pescara 31 agosto 1943” un dipinto ispirato al primo bombardamento avvenuto in città nel corso del secondo conflitto mondiale; in primo piano delle donne e degli uomini si aggirano attoniti tra i resti di mura , sul retro emergono, come da una lontana reminiscenza, figure che si muovono tra forme architettoniche sconnesse con gesti precisi e decisi.
Queste figure sembrano preannunciare quanto si vede nel quadro dal titolo “Cantiere” che rappresenta il momento successivo al disastro quando emerge la volontà della ricostruzione per la quale degli uomini s’impegnano con febbrile alacrità.

Nella seconda sezione intitolata “Quando anche il piccolo formato è grande” erano raccolte opere della stessa misura: cm. 30 x 40 e cm. 10 x 15, si tratta di tante brevi e intense immagini di donne e uomini impegnati in attività diverse anche colti in atteggiamenti di riposo o di meditazione. La terza sezione riguarda “ Gabriele D’Annunzio e la sua Pescara.
Di Lauro soprattutto attraverso la grafica, rappresenta una città del primo Novecento ancora divisa in Pescara Porta Nuova e Castellammare proponendo le “sue” figure che, pur indossando sempre gli stessi panni, vesti semplici, soprattutto per le donne spesso ammantate, assumono ruoli diversi in epoche varie.


In questo settore prendono largo spazio i disegni in bianco e nero e quindici vignette a colori che l’autore dedica a Gabriele D’Annunzio che ritrae con la maestria di un vero e proprio figurinista con le sue impeccabili divise e completi di alta sartoria. Si tratta di una sequenza di scene caratterizzate dall'ironia, dalla cura del particolare, dalla vivacità dell’idea, dalla spigliatezza del segno.
Tra le opere dedicate alla sua città merita particolare menzione un dipinto dai colori accesi (acrilico 30x40) dedicato al santo patrono di Pescara Cetteo a cui dà finalmente un volto e lo raffigura tra i torrioni di Porta Nuova e le paranze. “Una città, diceva Di Lauro, deve avere un’anima e l’immagine del patrono può servire a riunire tutti i punti della città”. Meritano menzione due piccoli capolavori: “La fanciulla che rimira la coccinella” una deliziosa e amabile composizione e “I ramai” in cui si coglie, nella sua piena misura, nella compressione impressa ai due personaggi, la forza non comune dell’autore che si rivela come una delle componenti più rappresentative della sua personalità.
Ma questa è solo una parte delle sua della sua produzione che comprende altre tele e molti disegni e interessanti percorsi che meritano di essere conosciuti in programmate esposizioni raccogliendo anche le opere che sono esposte a New Jork, Mosca, Parigi, Stoccolma, Roma. Dal carattere schivo, Di Lauro ha pagato la sua riservatezza con riconoscimenti talvolta tardivi. Tuttavia oggi più che mai lasciando emergere una validità e uno spessore che si rivelano senza tempo come prezioso lascito a questa città che lui ha tanto amato. Tuttavia le opere di quest’artista, scomparso nel novembre di otto anni fa, si impongono in maniera esponenziale, lasciando emergere una validità e uno spessore che si rivelano senza tempo, come prezioso lascito a questa città che lui ha tanto amato.
Ricostruzione storiografica a cura di Elisabetta Mancinelli 

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